“L’impotenza europea è disastrosa”

Articolo pubblicato il 20 ottobre 2003
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Articolo pubblicato il 20 ottobre 2003

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Intervista a Sami Nair, presidente della Commissione sui Rapporti coi Paesi del Maghreb e gli Stati del Golfo.

Deputato al Parlamento europeo dove è presidente della Commissione sui Rapporti con i Paesi del Maghreb e gli Stati del Golfo e membro della Commissione Affari Esteri, Sami Nair ci offre la sua analisi delle forze e delle debolezze del Partenariato Euromediterraneo e dei rapporti tra l’Europa e il suo vicinato.

Qual è il bilancio del Partenariato Euromediterraneo?

E’ ancora troppo presto per fare un bilancio completo della Partenariato euro-mediterraea. Tutti gli accordi di Partenariato tra l’Unione e i Paesi terzi sono stati firmati, tranne quello con la Siria che probabilmente lo sarà entro la fine dell’anno. La maggior parte di questi accordi è già entrata in vigore. Si tratta, certo, di un grande passo avanti. In materia di bilancio economico, però, saranno necessari ancora molti anni.

A quel punto bisognerà giudicare la Partenariato prendendo in considerazione le seguenti questioni: la zona di libero scambio ha favorito lo sviluppo dei Paesi terzi del Mediterraneo? Ha accelerato la diversificazione del loro sistema produttivo? Ha attirato gli investimenti diretti stranieri e favorito la crescita? Si assiste ad un aumento del tenore di vita che interessa un gran numero di persone e allo sviluppo sociale (l’educazione, accesso alle cure, sviluppo dei sistemi d’assicurazione sociale ecc.)? Sono queste le vere sfide del Partenariato Euromediterraneo.

Per ora, se si considerano gli accordi più vecchi (con Marocco e Algeria) non si può dire che l’obiettivo sia stato raggiunto. E, cosa ancor più grave, le condizioni preliminari necessarie al successo della zona di libero scambio – cioè l’aumento degli investimenti privati – proprio non sembrano verificarsi. Secondo l’ultimo rapporto del Centro di studi di previsione sullo sviluppo e le ricerche internazionali (CEPII), “gli apporti netti di capitali privati verso la regione Africa-Medio Oriente sono stati praticamente nulli nel 2002”. Pertanto, il Partenariato avrebbe dovuto essere il segnale inviato dai responsabili politici in direzione dei mercati al fine di favorire un nuovo orientamento dei flussi finanziari verso questa regione del mondo. Senza uno sforzo massiccio del settore privato, l’apertura economica della sponda meridionale rischia di chiudersi con l’acutizzarsi della crisi economica e sociale.

Qual è il legame tra Partenariato e risoluzione del conflitto israelo-palestinese?

Uno degli obiettivi del Partenariato è la pace e la sicurezza nel Mediterraneo. Anche se quest’obiettivo rimane molto generale nella Dichiarazione di Barcellona del ‘95, va da sé che la situazione in Medio Oriente pesa terribilmente sull’insieme delle relazioni tra Europa e mondo arabo. L’aggressione americana contro l’Iraq ha mostrato come l’Europa fosse divisa sulla politica da condurre in questa regione del mondo. L’impotenza europea è disastrosa poiché l’Europa potrebbe promuovere un mondo costruito sulla multipolarismo, il rispetto delle nazioni e, in campo economico, sulla solidarietà. E’ impossibile immaginare un Partenariato efficiente senza pace in Medio Oriente e senza un’organizzazione solidale dei rapporti economici tra costa meridionale del Mediterraneo fino in Europa.

In cosa dovrebbe consistere l’azione europea nel Mediterraneo?

In campo strategico, gli europei devono battersi per far realizzare una vera e propria multipolarismo, il rispetto del diritto internazionale e una riforma dell’ONU che permetta a quest’istituzione d’essere più efficiente. In Medio Oriente l’obiettivo fondamentale degli europei deve essere la restaurazione della giustizia e della sicurezza in Palestina assieme alla creazione di uno Stato palestinese vivibile. In campo economico, il Partenariato deve poter favorire lo sviluppo sociale e non solamente l’apertura dei mercati del Sud ai prodotti europei. La Commissione ha fatto una proposta interessante di “politica di vicinato” con tutti i Paesi delle zone di frontiera dell’Unione allargata. Si tratterebbe di estendere il concetto di mercato unico a questi Paesi. Se la realizzazione di questo mercato tiene conto dei bisogni specifici d’esportazione, di cooperazione e di sostegno finanziario e tecnico della sponda meridionale, allora il Partenariato potrebbe rivelarsi proficuo a lungo temine per le due parti.

Quale potrebbero essere le risposte alla politica americana nella regione?

Non essendo vicini al Mediterraneo, gli Stati Uniti perseguono in questa regione una politica prettamente strumentale. D’altronde, come prima potenza del globo, essi hanno un’attitudine imperialista che non si preoccupa d’alcuna regola internazionale. Quanto all’Europa, invece, in qualità di vicina più diretta, è animata dalla volontà di instaurare con esse una relazione di fiducia e di solidarietà. La politica della forza non può condurre che alla sconfitta, qualsiasi cosa pensi oggi il governo americano. La situazione in Iraq lo dimostra. Di fronte a questa sconfitta e al crescente caos in Medio Oriente, gli europei sono divisi. Tuttavia l’Europa potrebbe condurre in questa regione del mondo una politica solidale e rispettosa delle nazioni. Se non riuscirà a farlo, diventa imperativo per le nazioni che privilegiano il multipolarismo (Francia, Germania, Belgio e tutte quelle che vogliono poi unirsi ad esse) avere la possibilità di attuare la loro politica senza che l’Europa li ostacoli. La ricerca di un consenso europeo di fronte agli Stati Uniti, o dei conflitti in Medio Oriente, non deve paralizzare gli Europei che vogliono intrattenere con il mondo arabo delle relazioni fondate sulla fiducia piuttosto che sulla paranoia della “lotta contro il terrorismo”. L’impotenza dell’Europa non deve essere un pretesto per giustificare l’impotenza dei suoi membri. Nel corso della crisi irachena, la Francia, ad esempio, non è forse stata capace di mostrare che l’Europa può scegliere un’altra strada?