L’ideologia della disperazione

Articolo pubblicato il 09 febbraio 2004
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Articolo pubblicato il 09 febbraio 2004

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Alcune violenze antisemite sono opera di giovani d’origine magrebina cresciuti nelle periferie. Ma non trasformiamo episodi isolati in una nuova guerra di religione.

Negli anni 80, arabi ed ebrei di Francia sfilavano insieme nelle strade per lottare contro il razzismo e la discriminazione razziale in organizzazioni come SOS razzismo, Lega contro il razzismo e l’antisemitismo, Movimento contro il Razzismo e per l’Amicizia tra i Popoli, e tante altre associazioni multietniche. Vent’anni dopo, gli anni di “amicizia” sono bell’e finiti, e nella periferia di Parigi, dove vivono delle grandi comunità ebraiche e arabe, si bruciano sinagoghe (a Créteil) e scuole ebraiche (a Gagny). Inutile negarlo – ed è quanto rivela senza esitazioni il rapporto dello European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (EUMC) – non si tratta solo di alcuni fanatici di estrema destra. Ma di giovani arabi, magrebini. Musulmani in ogni caso. Ce n’è di che risvegliare le tensioni tra le comunità.

Nemici fraterni

Sì, in Francia, c’è davvero una nuova giudeofobia, ovviamente esportata dal conflitto israelo-palestinese, che ha trasformato gli amici di un tempo in nemici fraterni. Ora, là dove il rapporto sarebbe potuto diventare leggibile per un lettore non attento, è da sottolineare che bisogna fare attenzione a non leggere tutto sotto il profilo religioso. Anzitutto perché sarebbe inesatto, eppoi perché ha solo prodotto un rafforzamento degli antagonismi. Quell’antisemitismo non è mosso da una qualche ideologia, religiosa o no, come poteva essere ai tempi dei nostri nonni. Le conclusioni di un rapporto di polizia, citato nella relazione dell’EUMC, sono a tal riguardo eloquenti. Basandosi sull’interrogazione di 42 sospetti, di origine magrebina o nord-africana, in esso si pone l’accento proprio sul fatto che si tratta di delinquenti senza ideologia, motivati da un’ostilità diffusa verso Israele, inasprita dalla rappresentazione mediatica del conflitto in Medio Oriente, un conflitto che, ai loro occhi, riproduce l’immagine di esclusione e d’insuccesso di cui si sentono vittime in Francia.

Davide contro Golia. Pietre contro carri armati, l’immagine passa rapida sugli schermi francesi. Come non potrebbero questi giovani identificarsi con quei palestinesi così vicini a loro? Ricordiamo che in Francia, non ci sono neanche luoghi di culto, che l’orizzonte è la città, e che il vicino è l’ebreo, meglio inserito. Infatti la Francia accoglie le comunità musulmane ed ebraiche più grandi d’Europa. Per loro, l’ebreo rappresenta il denaro. A Sarcelles, il quartiere ebraico è soprannominato anche Beverly Hills. Alla facoltà di Créteil, anche gli studenti riconoscono che, per loro, “gli ebrei sono strapieni di soldi”. La componente del conflitto di classe non va sottostimata nell’antiebraismo.

Bin Laden = Che Guevara

Peraltro, quando si è giovani, come la maggioranza dei musulmani in Francia, ed alchè si elabora una coscienza politica, si avverte il bisogno di identificarsi in un modello. In Francia, non si ha un granchè di rappresentanti politici provenienti dalla comunità musulmana. I modelli vengono dall’esterno, e come alcuni adottano Che Guevara, il loro eroe è Bin Laden, o i palestinesi, la guerriglia urbana in qualsiasi forma - soprattutto quando nelle periferie si difende l’uso della violenza e della forza - ma senza comprenderne veramente i contenuti e gli obiettivi. Bisogna uscire dal paradigma comune dunque e comprendere che le violenze non incorrono fra due comunità, ma fra individui. Smettiamola di far di tutta l’erba un fascio, di etichettare tutto e tutti: è proprio questa la logica dell’antisemitismo.

Ma molto più pericoloso è l’avvicinamento fra gli integralisti e l’estrema destra, particolarmente nella promozione del negazionismo. Roger Garaudy, dopo essersi convertito all’Islam, beneficia di un apprezzamento senza pari in Medio Oriente. Il suo libro, “I miti fondatori della politica d’Israele”, gli è valso il riconoscimento d’essere ricevuto dal presidente iraniano Khamenei, d’essere invitato ai saloni letterari del Cairo ed in Francia, Tariq Ramadan ** si proclama oggi come il suo più fervente ammiratore, almeno a quanto dice Libération…

Pattini contro carro armato

Il pericolo è piuttosto che l’antisemitismo si camuffi, in particolare infiltrandosi nel campo politico, allorchè le critiche verso Israele si rivoltino, come talora accade, come una critica verso gli stessi ebrei. Attraverso l’anti-sionismo per l’estrema sinistra ed i movimenti new global, non è raro che l’unica causa denunciata sia la lobby ebraica, questo grande capitalismo, in modo quasi ossessivo, mentre presso i più moderati si pensi spesso che tra Israele e Francia, l’ebreo sceglierà sempre Israele. Da questo punto di vista, la comunità ebraica, invece di gridare alla persecuzione farebbe meglio a non rispondere con le invettive e a condannare gli atti che vanno nella direzione del pregiudizio antisemita, come la posizione di Serge Klarsfeld (2) che affermò dietro le quinte: “la Francia non ha un particolare bisogno degli ebrei, non più comunque di quanto gli ebrei non abbiano bisogno della Francia”, e l’atteggiamento del figlio Arno che, andando a fare il servizio militare nell’esercito di Tsahal, non ha esitato a scambiare i suoi pattini a rotelle per un carro armato israeliano.

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* Centro europeo di sorveglianza sul razzismo e la xenofobia. Vedi l’articolo di Martin Schneider in questo dossier.

* * Teologo musulmano oggetto di una controversia relativa al suo antisemitismo, vedi link.

(1) in Nouvel Observateur, 24 gennaio 2002, “Ebrei e arabi in Francia”, Claude Askolovitch e Marie-France Etchegoin

(2) In Le Monde, 7 gennaio 2004, “Gli ebrei francesi e la Francia: un’altra visione ".