Libertà d'espressione: di cosa possono ridere gli Europei?

Articolo pubblicato il 18 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 18 gennaio 2015

In Francia, l'umorismo  è stato quasi divinizzato da una celebre frase dell'umorista Pierre Desproges: «Si può ridere di tutto ma non con tutti». Il principio di base di Charlie Hebdo. Ma come funziona negli altri paesi europei?

Alla "reda", durante certe riunioni o bevendo un bicchiere insieme, spesso ci è capitato di cadere nel cliché più basso. In generale, si ride. A volte ci si offende, andando nello stesso tempo oltre i limiti della buona compagnia per deviare educatamente verso un dibattito di idee. Katha lo sa bene. Durante gli otto anni che ha passato in Francia, questa trentenne tedesca ha avuto modo di conoscere la legge Godwin (l'eterna evocazione della Germania nazista nel corso di una lunga conversazione, ndr) più di chiunque altro. Quando in una serata la si interpella a proposito di Hitler, lei confessa che le viene ancora da "vomitare". «Comunque, ho l'impressione che in Germania le cose stiano cambiando», continua. «Prima, non si rideva troppo di Hitler. Ma nel 2012, una satira che gli è stata dedicata è diventata un best seller (Er ist wieder da, "è tornato", di Timur Vermes, ndr)».

Il tabù ebraico

Secondo Katha, in Germania si può ridere di tutto. «In ogni caso è quello che dice la legge e quello che ha sostenuto Kurt Tucholsky (giornalista e scrittore tedesco dell'inizio del XX secolo, ndr), con la sua famosa citazione: 'La satira ha diritto di dire tutto'. Oggi può addirittura chiamarsi Martin Sonneborn (leader di Die Partei e redattore della rivista satirica Titanic, ndr), ed essere seduta al Parlamento Europeo». Ciononostante secondo Katha esisterebbe un vero tabù che neppure l'umorista più sfacciato oserebbe violare: gli ebrei. «Questo crea ancora disagio. È imbarazzante, fuori luogo. Non fa ridere». Vi potrà sembrare strano, ma i tedeschi avrebbero questo punto in comune con gli italiani. Cecilia, appena arrivata a Parigi, spiega che sarebbe impensabile salire sul palcoscenico con una battuta sulla comunità ebraica. «È qualcosa che si fa di nascosto e quando si è con amici intimi», dice quasi a bassa voce. «In Italia l'Olocausto fa ancora un brutto effetto ai giovani».

Sotto il radar mediatico, l'Italia teme soprattutto l'onnoscienza di un'altra comunità religiosa, la chiesa, supportata dal Vaticano che resta, in tutti i sensi, uno stato dentro lo stato. «Che si tratti di un'opera teatrale, di un'emissione satirica o di una vignetta, la chiesa mantiene un'influenza considerevole sulla recezione di questo tipo di messaggio nell'opinione pubblica», spiega Cecilia. Cita come esempio il caso rocambolesco del mensile satirico italiano Il Vernacoliere che, nel 2005,usciva con un titolo dedicato al vecchio papa Joseph Ratzinger ovvero Benedetto XVI. Il giornale non è mai stato condannato, ma la chiesa ha invocato una legge «completamente immaginaria» per esercitare il suo potere: «infrazione contro la religione cattolica e offesa nei confronti del papa».

Sugli incidenti stradali e la collera divina

Questo traffico di influenze non deriva per forza da un tabù. In molti parlerebbero piuttosto di autocensura, per descrivere l'esitazione dei media e della società nello scherzare su certe istituzioni. In Polonia, si potrebbe addirittura parlare di "paura". Pia, polacca espatriata a Parigi, afferma: «I polacchi non scherzano sulle cose che temono, per paura di provocarle. E i polacchi hanno paura soprattutto di due cose: gli incidenti in macchina e la collera di dio». Se sfogliate un giornale polacco, in un paese in cui l'80% della popolazione si considera cattolica, difficilmente vi imbatterete in una satira sul papa o su Gesù. Nel 2015, le nuove generazioni non cercano di disegnare qualcosa che non siano figure imposte? «Hanno un atteggiamento meno conservatore», risponde Pia. «Ma sono caratterizzate da una cosa soprattutto: il menefottismo».

Dall'altra parte dei Pirenei, l'umorismo ha un suo prezzo e l'inflazione è determinata dall'umorismo della famiglia reale. Secondo il codice penale spagnolo, le calunnie e altre ingiurie contro la monarchia sono passabili di due anni di prigione come minimo. Ainhoa, giovane spagnola di 23 anni,  ha riso molto quando ha visto per la prima volta la copertina di El Jueves che nel 2007 rappresentava Felipe VI, l'attuale re di Spagna, mentre prendeva sua moglie alla pecorina. Il problema è che il paese dovrà aspettare che l'immagine esca su Internet prima di poterne ridere. Il giorno della sua pubblicazione, il giudice farà confiscare l'edizione speciale di El Jueves nel momento in cui questa arriva nelle edicole. La stessa cosa succederà a molte altre pubblicazioni, ma la giustizia spagnola non è per forza il riflesso di una società civile che si offende, al di là delle aule di tribunale. Quando le si chiede se in Spagna ci sono tabù, Ainhoa alza gli occhi riflettendo e poi dice:«Avrei detto forse il franchismo ma in effetti ridiamo anche di quello. In una serata in famiglia ci si prende gioco di tutto: la regina, il re, i Rom, i poveri, i disoccupati...».

Il politically correct anglosassone

Il dibattito sui limiti della libertà di espressione, che si manifesta con sempre più insistenza dopo la strage di mercoledì, ha una delle più grandi eco nel Regno Unito, come nell'insieme dei paesi anglosassoni. La scelta della maggioranza dei media di non pubblicare le caricature di Charlie Hebdo ne è la prova lampante. L'umore irriverente è praticabile in società estremamente preoccupate dell'unità delle loro diverse comunità? «Direi che noi non ci prendiamo mai gioco di caratteristiche umane che sono legate alla religione, alla razza, al genere, all'handicap, alla sessualità...», spiega Kait, giornalista canadese che ha già diviso buona parte della sua vita tra Europa e America. Continua:«Il Canada è forse il paese più politically correct del mondo. Mi scandalizzo sempre quando sento i francesi fare delle battute che considero razziste, sessiste e omofobe. È il più grande choc culturale che ho avuto in Francia e in Europa, in generale».

Ogni paese europeo dunque avrebbe la sua propria sensibilità, i suoi tabù più o meno rispettati. Il problema universale con l'umorismo, come con ogni tipo di messaggio, è che non si può dissociare la forma dal contenuto. E l'argomento, vasto e incredibilmente complesso, porrà sempre le stesse domande: a partire da dove si è andati troppo lontano? Come distinguere la gaffe dall'errore? La parodia dalla vera presa di posizione? L'umorismo dall'umorismo? In Francia, dietro la libertà, questo argomento pone gli stessi problemi, che si chiami (o meno) Charlie o Dieudonné.