Liberalizzazione: un’opportunità da cogliere al volo

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2003
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2003

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Invece di agitare lo spauracchio della “privatizzazione” è necessario, piuttosto, aumentare la mobilità e la qualità dell’insegnamento in Europa. Incoraggiando la competizione tra gli operatori del settore.

A nostro avviso il “processo di Bologna” rappresenta una grossa opportunità per lo studente europeo.

In primo luogo, le paure formulate dall’ESIB (sindacato studentesco europeo ndr) di una privatizzazione dell’insegnamento non trovano fondamento alcuno nelle diverse dichiarazioni del processo di Bologna poiché non vi si fa alcuna menzione di una qualsivoglia privatizzazione. E’ per questo che i rischi legati alla privatizzazione, alla deregulation, e alla liberalizzazione del settore dell’insegnamento meritano qualche spiegazione.

Prima di tutto, l’opinione pubblica identifica deregulation e liberalizzazione. Questi due concetti sono molti diversi e non necessariamente vanno a braccetto. Quando un settore è statalizzato non esistono regole per inquadrare il comportamento degli operatori che sono in competizione. Ad esempio, in alcuni Paesi, l’ordinamento della Borsa un tempo era molto sommario poiché essa era un organismo pubblico che beneficiava di un monopolio. La privatizzazione del settore borsistico ha portato un rafforzamento draconiano delle regole di mercato e un maggiore controllo da parte dell’autorità pubblica per ciò che concerne le società d’investimento e il funzionamento dei mercati finanziari.

La liberalizzazione spesso genera una maggiore tendenza verso regole più solide piuttosto che verso una deregulation.

Aumento della scelta e diminuzione dei costi

La liberalizzazione non è più necessariamente sinonimo di privatizzazione. In effetti, alcuni settori sono del tutto privati senza però essere liberalizzati. In questo caso, lo Stato ha affidato un monopolio ad un impresa privata al fine di fornire un servizio pubblico. All’inverso, alcuni settori possono essere liberalizzati quando sussiste un operatore pubblico (come, ad esempio, alcuni mercati della telecomunicazione e dell’interinale).

In realtà, la liberalizzazione consiste nell’allargare l’accesso al mercato a diversi operatori. La liberalizzazione è dunque la concorrenza. Ciò che è auspicabile, dunque, non è tanto la privatizzazione quanto la concorrenza di diversi operatori all’interno del mercato regolare. Questa concorrenza permette, in generale, un aumento della scelta e una diminuzione dei costi. In effetti, gli operatori sono costretti a limitare i loro costi cercando di attirare il maggior numero di consumatori. Questi obblighi del mercato (che diminuiscono i costi dei servizi) sono evidentemente compatibili con gli obblighi di servizio pubblico legati alla specificità di un settore come quello dell’insegnamento.

I nemici della liberalizzazione dell’insegnamento si ostinano ad affermare che questi ostacoli di diversa natura ( regolamentari e non regolamentari) siano incompatibili. Questo non è esatto. Il concetto di servizio universale consiste nel porre delle regole minime di servizio al pubblico che ciascun operatore che desideri accedere al mercato deve rispettare. Ad esempio, per un fornitore d’elettricità, potrebbe divenire un’obbligo di fornitura di un voltaggio minimo ad un prezzo definito, perfino gratuitamente per le realtà più povere. In materia d’insegnamento, la trasposizione di questo concetto di servizio universale può consistere nell’obbligo di far figurare nel programma delle materie senza valore “commerciale” la cui importanza, però, è fondamentale per ciò che concerne le esigenze legate all’insegnamento umanistico. Allo stesso modo, l’accesso al “mercato” dell’insegnamento può essere subordinato al divieto per l’operatore d’imporre dei costi di obbligo scolastico che sono superiori ad un importo massimo.

Spreco e sopraconsumo

Ben inteso, un tale obbligo regolamentare implica un finanziamento parziale o totale degli istituti d’insegnamento da parte dell’autorità pubblica. Per rispettare un contesto concorrenziale che favorisca la scelta degli studenti, questo finanziamento non può essere monolitico e fisso ma, al contrario, deve corrispondere alle scelte di quest’ultimi. In altre parole, le fonti di finanziamento d’ogni università sarebbero costituite da una parte contributiva, la più bassa possibile, domandata a ogni studente e da importi pubblici attribuiti in funzione del numero degli studenti. E’ il sistema di “assegno-educazione” lodato da ormai molti anni da Guy Sorman. Questo sistema fa dello studente il centro delle preoccupazioni degli istituti d’insegnamento, mantenendo dei criteri severi di qualità per accedere al mercato dell’insegnamento. In un sistema non concorrenziale, i fenomeni di spreco e di sovraconsumo non sono sanciti dalle leggi del mercato e tendono a gravare inutilmente sui conti pubblici , impedendo che questo denaro sia reso al contribuente o utilizzato per finanziare realmente i servizi a beneficio della collettività. Invece di sproloquiare sulla natura commerciale e non dell’insegnamento, l’elaborazione di un mercato concorrenziale funzionale dell’insegnamento, sottomesso agli obblighi del servizio universale, permette di migliorare l’ accesso a questa mercanzia particolare che è l’insegnamento. Non si può, in effetti, negare che una formazione universitaria riveste un doppio aspetto: un aspetto umanistico garantito dal servizio universale e anche un aspetto commerciale, garantito da dei meccanismi di mercato. Sì, il diploma ha anche un valore commerciale.

Creare uno spazio europeo dell’insegnamento superiore

Se si riuscisse a creare una vera mobilità e una maggiore trasparenza a livello europeo, le università sarebbero obbligate ad entrare in competizione per attirare gli studenti. Un sistema di trasferimento dei crediti aumenterebbe la flessibilità e dunque la libertà di scelta degli studenti

Per quanto riguarda la possibile privatizzazione dell’insegnamento, abbiamo osservato come la natura dell’operatore non fosse altrettanto importante della competizione. Il concetto di servizio pubblico funzionale permette a degli operatori privati d’incaricarsi di missioni di servizio pubblico, sia in una situazione di monopolio sia di mercato liberale. Il fatto che degli operatori privati s’incarichino di missioni di servizio pubblico è altrettanto indipendente dal fatto di sapere se il finanziamento è pubblico o privato. Ad esempio, in Belgio, la maggior parte delle università sono private ma finanziate in parte dallo Stato e coesistono assieme ad alcune università statali. Un’applicazione adeguata dei principi di servizio universale e di servizio pubblico funzionale rende temporanea e senza interesse il problema di sapere se l’operatore è privato o pubblico.

Ecco la vera sfida delle prossime tappe del processo di Bologna: prendere al volo le occasioni che si presentano per creare un vero spazio europeo dell’insegnamento superiore che dia a tutti un beneficio.

Rafael MONDELAERS, Giuliano GENNAIO, Samuel WAUTHIER, Presidente Vice-presidente e membro di EUSC (Consiglio studentesco dell’Unione Europea)