L’Eurovision: un concorso gay friendly e d’integrazione

Articolo pubblicato il 13 maggio 2011
Articolo pubblicato il 13 maggio 2011
Bisogna essere gay per essere fan dell’Eurovision? Un ricercatore ha analizzato la cultura dei fan club del famoso concorso canoro europeo. Risultato: sempre più numerosi sono i richiami queer del concorso, il quale risulta essere un ottimo strumento d’integrazione per le minoranze sessuali. Non se ne dispiaccia l’élite culturale europea.

Cultura pop e francesi snob

Kitsch, mediocre e volgare. Ogni anno, in Francia, l’Eurovision attira più critiche che entusiasmo. “È perché non vinciamo da 34 anni”, afferma Marie Myriam, l’ultima interprete ad aver vinto il concorso per la Francia nel 1977. Se in molti paesi l’Eurovision è un evento catalizzatore libero da giudizi stereotipati, in Francia attira scherno e disprezzo. Philippe Le Guern, sociologo della cultura e dei media, docente all’Università di Avignone, ha studiato il concorso sotto diversi punti di vista. Secondo il suo parere l’Eurovision affronta innanzitutto la questione del rapporto del popolo con la cultura popolare. Il poco peso che gli viene attribuito in Francia è legato al fatto che non si dà sufficientemente importanza alla cultura popolare. “Se nei paesi anglosassoni la canzone popolare è studiata da più di 40 anni, in Francia suscita poco interesse scientifico, puntualizza lo studioso. Il solo termine utilizzato in Francia per valutare la canzone popolare – varietà – la dice lunga sull’importanza che le viene attribuita. Si direbbe un oggetto culturale vago, non definito”.

Se in Francia il concorso fatica a essere diffuso e apprezzato è anche a causa dell’accoglienza poco calorosa che i media gli riservano. “Durante questi ultimi anni i commentatori francesi dell’Eurovision hanno assunto un tono volontariamente ironico che impone un certo schema di lettura agli spettatori, creando lo sviluppo di giudizi stereotipati. È un peccato”, si rammarica il sociologo. Come cambiare la situazione? “È molto semplice: bisogna vincere. È ben noto che i francesi non amano perdere”, precisa Marie Myriam.

L’impronta queer dell’Eurovision

Nel suo articolo “Aimer l’Eurovision, faute de gout?” (Amare l’Eurovision, problema di gusto?, ndt) il sociologo analizza la struttura e il comportamento dei fan club dell’Eurovision. In particolar modo osserva che sono in gran parte costituiti da gay e cerca di capirne il perché. “La questione va maneggiata con cautela. Se i fan club sono gay, non tutti i gay sono fan dell’Eurovision”, precisa. Si può cercare di delineare un profilo sociale maggioritario di questa popolazione: “È costituita da provinciali di classi socio-professionali medie, spesso da funzionari pubblici”. Marie Myriam non è affatto sorpresa. “Può essere vero, da gay e da etero; l’Eurovision appartiene soprattutto alla cultura popolare, un momento di grande festa che spezza il trantran quotidiano”, afferma la cantante.

Difficile dire se l’attrattiva della popolazione omosessuale per l’Eurovision è un fenomeno recente o meno. Sicuro è che, per molti gay, far parte del fan club dell’Eurovision è un modo per affermare la propria identità di genere senza dirlo. “L’Eurovision è un concorso cifrato. Non è un caso che prenda spesso a prestito l’estetica queer. Ma dietro l’impronta omosessuale dell’Eurovision troviamo anche ciò che non viene detto esplicitamente. Le allusioni di natura erotica omosessuale si moltiplicano di anno in anno, sia nelle canzoni che nelle parole dei commentatori. Inoltre quest’ultimi sono spesso apertamente gay”, precisa il sociologo.

Con la vittoria di Dana International nel 1998, cantante transessuale israeliana, il concorso ha affermato il suo ruolo da propagatore delle minoranze e delle comunità che, solitamente, vivono ai margini della società. “Per estensione possiamo dire che il concorso attira spesso l’attenzione di tutti coloro che, per una qualsiasi ragione, si sentono emarginati. La competizione canora troverà quindi conforto nel vedere come altre minoranze siano riconosciute e celebrate, spiega il ricercatore. Possiamo applicare lo stesso ragionamento per i paesi partecipanti. L’Eurovision permette a un buon numero di “piccoli paesi” di esistere sulla scena internazionale e di ottenere una visibilità che altrimenti, con il loro peso politico o economico, non potrebbero mai raggiungere” precisa Philippe Le Guern. Lo show di lustrini sarebbe quindi uno spazio di libertà, capace di respingere le convenzioni sociali e di liberare le identità represse dalla cultura dominante? Mica tanto banale, questo Eurovision.

Photo : (cc)CharlesFred/flickr