L'Europa sul lettino

Articolo pubblicato il 09 maggio 2006
Articolo pubblicato il 09 maggio 2006

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L’Europa è in crisi nonostante i numerosi successi. Le preoccupazioni dei cittadini? Disoccupazione, estremismo islamico ed ingresso della Turchia.

I media sono d’accordo: l’Europa non è mai andata così male come oggi. Un dato incredibile se si pensa che non c’è mai stata tanta Europa in passato. Alla metà degli anni Novanta molti Stati hanno rinunciato al controllo delle proprie frontiere col Trattato di Schengen. Nel 2002 dodici Paesi hanno adottato l’euro e da due anni l’Unione europea ha compiuto un passo storico allargandosi ad Est.

Generazione P

Nel frattempo l’entusiasmo è scemato in fretta. Un anno fa, il No francese alla Costituzione Europea ha mostrato che molti cittadini dell’Europa occidentale non considerano più l’Ue un'opportunità, bensì la causa principale dei loro problemi. Primo fra tutti, la disoccupazione. Tutti i giovani conoscono bene il problema poiché non trovano nessun impiego dopo gli anni di studio. Nel 2005 la disoccupazione giovanile raggiunge il 15% in Germania, mentre in Francia ed Italia supera il 20%. Altri sopravvivono accettando degli stage oppure altri lavori mal pagati. «Oggi è quasi impossibile trovare un buon lavoro» dice Fanny, una francese di 23 anni. «Molte ditte assumono degli stagisti invece di impiegare persone a tempo pieno. Questo, solo perchè non vogliono pagare». Anche Fanny dopo la conclusione degli studi si è unita al movimento Génération Précaire per rivendicare i propri diritti. Nel loro sito web i precari raccontano le proprie esperienze, raccogliendo firme per una petizione che chiede più diritti e sarà presto presentata al Parlamento Europeo.

Per Génération Précaire la politica europea è troppo “neo-liberalista” e naturalmente anche Fanny ha votato contro la Costituzione. Il loro impegno non si limita alla sola Francia. «Un’iniziativa simile esiste anche in Germania, ed ha gli stessi obiettivi», dice Fanny. A febbraio Génération Précaire si è incontrata con il rappresentante dell’associazione tedesca Fair Work. Si sono riconosciuti come appartenenti alla “Generazione P”, dove “P” indica la parola francese précaire (“precario”) e quella tedesca praktikum (“tirocinio”). Insieme hanno organizzato il 1° aprile alcune manifestazioni a Vienna, Berlino e Parigi. I giovani hanno sfilato per le strade con il volto coperto da maschere bianche. «Possiamo essere rimpiazzati a piacimento: il mercato del lavoro non ha bisogno di noi». Un sentimento condiviso da molti giovani dell’Europa occidentale.

L'Islam mette veramente in crisi l'Europa?

Non è solo il futuro professionale a creare preoccupazioni tra gli europei. Nel marzo 2005 la Federazione internazionale di Helsinki per i diritti umani annunciò in un rapporto “l’aumento della diffidenza e dell’avversione” verso la minoranza musulmana all’interno dell’Ue. Una sfiducia provocata dagli attentati di matrice islamica. Gli stessi paesi che hanno adottato politiche d'immigrazione esemplari non si sono risparmiati questi sentimenti. Nell’inverno 2004 destò molto scalpore l’omicidio del regista olandese Theo van Gogh per mano di Mohammed Bouyeri, un integralista islamico con passaporto olandese e marocchino. È così che la stampa ha iniziato a parlare di “fine della tolleranza” mentre a Rotterdam è stato introdotto un “codice di cittadinanza” che obbliga i cittadini a parlare olandese “per la strada, nelle scuole e al lavoro”. Il Ministro dell’Immigrazione Rita Verdonk, conosciuta per la sua linea dura, vuole estendere questo codice a tutto il Paese. Idee simili sono state avanzate anche a Londra dopo l’attentato del 7 luglio 2005, quando si è parlato di un test per concedere la cittadinanza agli immigrati in cui valutare la loro conoscenza della cultura britannica. Un’idea che trova spazio anche in Germania e Austria.

I dibattiti sull’integrazione dei musulmani hanno coinvolto da tempo la politica europea. E nel frattempo l'ingresso della Turchia nell’Unione ha sollevato molte questioni. Nel dicembre 2005 un sondaggio di Eurobarometro rivelava che solo il 31% degli europei sarebbero a favore dell’ingresso del Paese, mentre più della metà si dicono contrari. Nella classifica di gradimento si piazza all’ultimo posto, alle spalle di altri Stati candidati come Serbia-Montenegro e Albania. Per lungo tempo si è trattato solo di sentimenti populisti contrari, ora invece il fenomeno coinvolge sempre più anche leader di partiti conservatori, come Nicolas Sarkozy in Francia oppure Angela Merkel in Germania.

Crescono quindi le resistenze all’interno della società civile. L’associazione ceca Valori europei ne è un esempio. «L’Europa dovrebbe chiarire la propria identità comune prima di accogliere la Turchia» dice Anna Matuskowa, ventisettenne, membro della direzione dell’associazione. Che organizza con l’aiuto della Konrad-Adenauer-Stiftung, fondazione vicina ai cristriano-democratici tedeschi, delle discussioni sull’identità europea. Se qualcuno chiedesse a Matuskowa cosa intende per identità europea, parlerebbe di «illuminismo, razionalità e diritti umani» e non vedrebbe spazio per la Turchia nel gruppo europeo.

Ahmet Evin, il politologo dell’Università di Istambul Sabanci, ha ascoltato spesso simili argomenti, ma si tratta di tesi che non lo convincono. Il professor Evin sostiene che «molti europei considerano la Turchia uno stato islamico. Ma solo pochi sanno che Chiesa e Stato sono separati nella Turchia moderna». Evin considera l’attuale rifiuto verso l’ingresso turco come una conseguenza della crisi interna dell’Ue. I politici tentano di indirizzare le paure verso l’Islam sfruttando la questione turca. Nel frattempo anche il Parlamento europeo ha esternato il proprio scetticismo. Alla metà di marzo ha raccomandato di completare la riforma delle istituzioni prima del prossimo allargamento.

L’Europa si trova veramente nel mezzo della peggior crisi della sua storia? Forse. La discussione sulla sua crisi dimostra anche che si sta sviluppando una coscienza europea. Molti criticano l’Ue per la sua politica e così facendo si mostrano comunque interessati al progetto europeo. Come la nostra Fanny, stagista a Parigi, che insiste: «Io voglio cambiare qualcosa, non dire solo no». E aggiunge: «In fin dei conti sono un’europea convinta».