L'Europa secondo Franck Biancheri

Articolo pubblicato il 10 aprile 2002
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Articolo pubblicato il 10 aprile 2002

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Franck Biancheri è il fondatore di EU-Student Vote (www.eusv.org), il progetto che prevede l'elezione on line di un Consiglio Studentesco Europeo a partire dal prossimo 9 maggio. Ecco le sue riflessioni sull'importanza di Internet per la politica, il futuro dell'Unione Europea e il ruolo delle nuove generazioni.

CAFE BABEL: Quale sarà la legittimità del Consiglio Studentesco europeo rispetto al sistema istituzionale dell'Unione europea?

FRANK BIANCHERI: In democrazia la legittimità si crea. Non è mai acquisita a priori. Proviene dagli elettori, dai cittadini da un lato (attraverso il voto espresso, attraverso la notorietà acquisita da un'istituzione, attraverso la credibilità di cui gode un'istituzione ai loro occhi); e d'altra parte in base all'azione condotta da questa istituzione (la pertinenza della sua esistenza e della sua azione, la sua capacità a creare il cambiamento, a mobilitare forze politiche, accademiche, finanziarie, mediatiche...). Il Consiglio Studentesco europeo non sfuggirà a questa regola: il potere si prende, non si dà. In democrazia come in qualunque altro sistema politico. Il Consiglio Studentesco europeo è un'istituzione europea nuova, la prima a basarsi sull'iniziativa della base - nella fattispecie gli studenti - e non creata dal vertice del sistema europeo. Dovrà dunque creare la sua legittimità, almeno fino alla seguente elezione prevista per il maggio 2004: rispetto ai suoi elettori, gli studenti (la sua forza principale); rispetto ai suoi partner (che non fanno che aumentare) che vedranno in questo Consiglio un'occasione per dare più spazio ai giovani in un'Europa invecchiata, e più spazio alla democrazia in un'Europa burocratizzante; rispetto ai media che si aspettano la nascita di un'Europa dal volto umano e più vicina alla gente; e rispetto al mondo politico e a molte istituzioni, che cercano disperatamente delle strade innovative per il futuro. E' solo sapendo compiutamente rispondere a queste attese, fissarsi un obiettivo chiaro e semplice per questi due anni di mandato, che il Consiglio Studentesco europeo otterrà un'influenza decisiva sulle questioni studentesche a livello europeo.

Parlo per esperienza. Quando ho creato il primo grande network europeo, AEGEE-Europe, nel 1985, non eravamo niente. Sconosciuti o quasi, qualche decina di studenti europei. Due anni dopo eravamo dodicimila, chiacchieravamo con i capi di Stato e riuscivamo a far adottare "Erasmus", bloccato ormai da molto tempo.

In questo caso invece, il Consiglio Studentesco europeo parte con una grande visibilità politica (può contare sul sostegno di nove capi di Stato e di governo, del Presidente del Parlamento europeo), una grande visibilità mediatica, un'immensa visibilità universitaria e su un formidabile supporto informatico, che ha già permesso a moltissime liste di sperimentare delle campagne elettorali on line. In più, parte con la prima generazione di giovani politici del ventunesimo secolo: credo proprio che riusciranno a fare del Consiglio un fulmine a ciel sereno generazionale in un'Europa istituzionale oramai agonizzante. Perché alla fine tutto dipenderà dalla qualità e dalla volontà degli studenti che comporranno questo Consiglio.

CB: Quali saranno i suoi poteri reali? In quali materie saranno esercitati?

FB: Il potere degli eletti al Consiglio sarà un potere d'influenza, che però potrà divenire estremamente importante: penso ad esempio alla possibilità di permettere o di impedire l'adozione di certe politiche o programmi per gli studenti. L'esempio di "Erasmus" nel 1987 prova che questa capacità è alla portata del Consiglio Studentesco europeo. Si tratterà poi anche di un potere d'informazione e di mobilitazione su questi argomenti. La forza del Consiglio consisterà nei suoi elettori effettivi e potenziali, per creare una dinamica in grado di rinforzarlo.

I limiti di questo potere saranno molto semplici: concentrarsi sui temi del mondo studentesco e solo su questi, sulla dimensione europea (senza immischiarsi nei problemi del mondo studentesco nazionale o, peggio, regionale), focalizzarsi su degli interlocutori di primo piano (capi di Stato e di governo, Presidente del Parlamento europeo...) e tenere bene le distanze dalle istituzioni specializzate in materia di insegnamento superiore, che cercheranno inevitabilmente di "satellizzare" ed "utilizzare" il Consiglio. I primi potranno essere dei partner. I secondi dovranno restare dei semplici interlocutori.

CB: Il progetto EU-Student Vote è un esempio chiaro di ciò che Internet potrebbe apportare alle nostre società in termini di comunicazione politica e, soprattutto, di democrazia. Crede all'eventualità di una democrazia elettronica europea per eleggere, ad esempio, i membri del Parlamento europeo? Sarebbe auspicabile?

FB: Fin dal marzo 2001, EU-Student Vote è stato eletto come uno dei cinque progetti mondiali in grado di rivoluzionare Internet e la politica dalla John Kennedy School of Governance di Harvard e dal sito Politics Online. E infatti EU-Student Vote sta creando una rottura, a dire il vero molto classica, tra due epoche: il prima e il dopo. Prima di EU-Student Vote, il voto on line, il voto transeuropeo, l'emergenza di nuove forze politiche proprio grazie alla Rete erano questioni dibattute per sapere se fosse possibile o no; dopo EU-Student Vote tutto ciò esiste. Ed ecco allora che il dibattito cambia volto: come integrare questi cambiamenti? Come utilizzarli? Quali conseguenze avranno?

Internet non è un qualcosa di magico. Ma, in materia di democrazia, costituisce un'evoluzione paragonabile a quella conosciuta proprio dall'Europa con l'alfabetizzazione di massa e lo sviluppo delle ferrovie nel diciannovesimo secolo: questi due cambiamenti hanno permesso ai dirigenti dell'epoca di allargare il bacino di partecipazione politica - giacché chi votava sapeva leggere e scrivere - cominciando così il cammino verso il suffragio universale, e di costruire degli Stati molto estesi, nei quali il potere della capitale poteva facilmente essere proiettato verso la periferia e viceversa. Internet può permettere di diversificare l'approccio democratico con l'introduzione della democrazia, proprio dove prima era troppo costoso e difficile introdurla (come nel caso degli studenti europei); e, allo stesso tempo, di gestire democraticamente delle comunità umane più vaste e più complesse (basti pensare all'Europa).

Concretamente, so già che EU-Student Vote ha accelerato il lancio di elezioni studentesche all'Istituto Universitario europeo di Firenze il 10 maggio. Per non parlare della possibilità d'introdurre il voto on line per le elezioni del Parlamento europeo.

Ma attenzione: primo, Internet non è innovativo per sostituire delle forme di voto già esistenti; è utile per creare uno spazio democratico laddove questo non ci sia ancora. Secondo, in EU-Student Vote è il binomio elezione transeuropea-voto on line che è innovativo. Ogni elemento rinforza e dà senso all'altro.

Per quanto riguarda le elezioni del Parlamento europeo siamo chiari: fin quando la metà degli eurodeputati non sarà eletta su delle liste transeuropee, il Parlamento non avrà nessuna vera legittimità popolare e il numero dei votanti continuerà a scendere, proprio come è successo negli ultimi vent'anni. E senza Internet e la sua flessibilità per delle campagne multilinguistiche (necessarie nel caso di liste transeuropee), tutto ciò resterà impossibile perché troppo costoso e difficile da realizzare.

CB: In vista dell'allargamento, al di là dei meccanismi decisionali, dovremo anche costruire una cultura europea comune alle società civili dell'Est come dell'Ovest europeo. Pensa che siano compatibili? Cosa bisogna fare per farle avvicinare?

FB: Le culture politiche dell'Europa centrale ed orientale e dell'UE convergono. E a mio avviso raggiungeranno un grado di convergenza ottimale (cioè che sia sucettibile di prestarsi a una fusione con quella dell'Ovest) nel giro di quattro-cinque anni, quando le generazioni formate essenzialmente prima della caduta della cortina di ferro (quelli che avevano più di quarant'anni prima del 1989) cominceranno a lasciare i posti decisionali più importanti; e quando le generazioni formate in seguito a questa data cominceranno a pesare in maniera determinante negli apparati statali, i partiti e la società civile.

Come accade con molte cose bisognerà saper scegliere il momento giusto: né troppo presto (come sarebbe nel caso in cui questo momento fosse adesso), né troppo tardi (come accadrebbe nel caso in cui facessimo trascorrere la fine di questo decennio).

La partecipazione dei cittadini dell'Europa centrale ed orientale alle elezioni europee e a delle liste transeuropee sarà un formidabile vettore d'integrazione. Ma a condizione che ciò sia fatto seriamente e proponendo una partecipazione che sia in grado di rispettare il senso della democrazia, che imponga che i cittadini-elettori sappiano per chi e per cosa votino. In questo senso una partecipazione di alcuni paesi candidati alle elezioni europee del 2004 sarebbe una farsa, perché con le ratificazioni dei trattati d'adesione e altre procedure, i popoli coinvolti conoscerebbero l'elezione solo qualche mese prima che essa abbia effettivamente luogo. Ciò non farebbe altro che indebolire ulteriormente il Parlamento europeo.

Invece, per quella del 2009, spero che l'intero continente europeo potrà finalmente partecipare alla prima grande elezione transeuropea.

CB: Fino a quale livello d'integrazione deve arrivare l'Europa?

FB: E' una domanda da fare agli europei! E con una cadenza regolare: ogni dieci-vent'anni. In democrazia, sono i cittadini che debbono decidere del loro futuro collettivo. E in un mondo che cambia rapidamente, sarebbe utile porgli queste domande fondamentali ogni dieci-vent'anni, per sapere se non hanno cambiato idea. Nella nostra epoca le idee politiche dovrebbero avere una scadenza per la consumazione che preveda di rimetterle in discussione nel giro di un decennio circa. E con la rapidità d'evoluzione della storia, bisogna integrare il più possibile le nuove generazioni alle riflessioni collettive sull'avvenire, perché sentono meglio delle vecchie le evoluzioni in corso o future.

E' per questo che non so fino a che punto la quasi monopolizzazione della Convenzione sul futuro dell'UE da parte degli ultra-cinquantenni, aiuti davvero questa Convenzione a rispondere alla domanda che Lei mi fa e a cui deve anch'essa rispondere.

L'integrazione è un processo storico relativo per un'entità collettiva: relativo alla diversità interna di questa entità; relativo alla pressione esterna esercitata su questa entità.

La risposta varia dunque col tempo.

Ma un'altra domanda, forse più utile, oggi potrebbe essere: come far funzionare efficacemente per i prossimi dieci-vent'anni un'Unione europea allargata e democratica? Il livello d'integrazione diventa allora ciò che è in realtà: uno degli elementi di una possibile risposta; e non una risposta in sé. Per esempio io, in quanto cittadino europeo, voglio vivere in uno spazio democratico, in un continente prospero e in pace, in una società che funzioni efficacemente per il beneficio di tutti i suoi membri e che promuova pacificamente ma effettivamente i suoi valori nei confronti delle altre culture e le altre civiltà. Il livello d'integrazione che mi sembrerà auspicabile cambierà quindi in funzione delle mie aspirazioni.

Ciò che è certo oggi è che siamo usciti dalla fase della costruzione europea e che stiamo entrando in quella del funzionamento dell'Unione europea, volta a migliorare l'efficacia e la democraticità di questo funzionamento. In caso contrario l'UE sarà rifiutata dai popoli. E se c'è davvero un livello d'integrazione da realizzare, ebbene, questo è al livello delle istituzioni. Abbiamo troppe istituzioni europee e troppo poche funzioni. Bisogna quindi ridurre il numero di istituzioni europee e allo stesso tempo rinforzare la loro legittimità politica.

In seguito ai miei lavori col think-tank Europe 2020 e alla luce dell'esperienza acquisita con EU-Student Vote, pubblicherò il 17 giugno, con Europe 2020, un documento importante dal titolo "Visioni e proposte concrete per l'Europa dei due prossimi decenni". Questo testo cercherà di presentare una visione coerente ed i suoi strumenti concreti per far funzionare efficacemente e democraticamente l'UE degli anni 2005-2020. Quindi una risposta più precisa alla sua domanda potrò fornirgliela tra due mesi!

CB: Esiste una cultura europea? Stiamo assistendo ad una progressione del sentimento di appartenenza all'Europa?

FB: Una cultura europea esiste, certo. Ma domani! Con questo voglio dire che, contrariamente al sentimento dominante, le radici della cultura europea sono tanto nel passato che nel futuro. Se la cultura europea esiste allora è viva. Se è viva, allora è tanto nel futuro che nel passato.

Non saprei definirla. E del resto non è questo il mio problema. Il mio problema, da 17 anni a questa parte, è di far inventare agli europei, insieme, delle cose europee nuove. Ed è solo così che si rinforza un sentimento di appartenenza ad un'identità comune. La riconosciamo come comune perché l'abbiamo inventata insieme.

Quando dico ciò, è chiaro che faccio una differenza con un patrimonio comune che esiste già, molto più passivo e forse, al tempo stesso, condiviso in maniera molto più ampia, senza dar vita però a qualcosa di più di una certa complicità intellettuale.

Gli europei di oggi, vivendo in un mercato unico, possedendo una moneta unica, studiando nelle università di altri Stati membri, viaggiando massicciamente nell'UE - sono più integrati, più coscienti dei loro limiti, paure e speranze comuni di quelli di quindici anni fa. Anche i loro stili di vita sono molto più vicini. E cominciano ad avere un'aspirazione comune nuova: partecipare più direttamente alle decisioni importanti di questa Europa nella quale vivono. E' del resto una delle grandi sfide del decennio in corso. E sarà in quel caso che il sentimento di appartenenza diverrà molto forte. In democrazia si appartiene ad una comunità quando si ha il sentimento che anch'essa, in fondo, vi appartenga un po' - attraverso il vostro voto, la vostra influenza di cittadino, la vostra partecipazione a dei dibattiti che la coinvolgano). Ma oggi, ed è questo il problema, i cittadini hanno il sentimento giustificato che l'Europa non gli appartenga per niente! E' anche per rimediare a questo dato di fatto che abbiamo lanciato EU-Student Vote. L'Europa vi appartiene, ma dovete prendervela voi stessi!