L’Europa non deve interferire

Articolo pubblicato il 17 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 17 gennaio 2005

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La democrazia dipende da una dinamica interna alle società. In Ucraina l’Unione Europea ha superato la linea rossa dell’ingerenza.

La strategia americana, questa sorta di “domino democratico” che, in un ipotetico futuro, deve far precipitare l’insieme del Medio Oriente nel campo della democrazia, offre l’esempio perfetto della strategia che l’Europa non deve seguire. Osservare, proporre, accompagnare progetti di democrazia: questo deve essere il compito dell’Unione Europea. L’Ue manda ogni anno svariate migliaia di osservatori elettorali per il mondo a degustare i nuovi vini della democrazia. Erano circa 600 in Palestina il 9 gennaio 2005. Ma se l’Europa può, al limite, rilasciare-liberare degli assegni in bianco democratici e rinforzare a posteriori delle democrazie in via di consolidamento, si sbaglia nel voler provocare in questi paesi un processo di democratizzazione “all’europea”.

Linea rossa

In effetti, l’Europa le ha conosciuto tutte le tragiche derive del fascismo, del nazionalismo, del comunismo, e l’esperienza di stabilità politica che essa è riuscita a stabilire da 50 anni merita di essere presa in considerazione. Proporre, simboleggiare un modello senza cadere nella trappola dell’atteggiamento americano non significa piegarsi ed adottare un atteggiamento timoroso. Formare degli osservatori elettorali, favorire il passaggio di competenze e di capacità riguardanti le pratiche democratiche, promuovere il rispetto dei diritti dell’uomo, fa parte dell’identità europea.

Ma c’è una linea rossa che l’Europa non deve varcare pena la trasformazione in una forza che impone e non propone. A questa linea rossa l’Europa si è pericolosamente avvicinata nel caso ucraino, e la sta spensieratamente oltrepassando associandosi agli sforzi americani per imporre una democrazia in Afghanistan ed in Iraq. È un’evidenza affermare che una democrazia imposta non possiede alcuna legittimità agli occhi della sua popolazione. Sfortunatamente è il concetto stesso di democrazia che si ritrova privo di credibilità allorché le forze occidentali si ostinano a voler “forzare” il processo di democratizzazione in questi paesi. Il Rwanda, dove il Belgio colonizzatore pensò di far bene ponendo le basi di una democrazia rappresentativa, consegnando le chiavi del potere all’etnia dominante Hutu, ed Haïti dove gli Stati Uniti e l’Europa si ostinano da 10 anni a salvare il processo democratico, sono i tragici esempi di queste ingerenze democratico-culturali.

Relativismo culturale

Un modello politico riflette una cultura, dei modi d’interazione, di produzione economica, di sistemi familiari, di informazioni e tutto ciò che costituisce una società ed il suo adattamento all’ambiente. In nome di ciò, il modello di democrazia europea è senza ombra di dubbio l’espressione del suo modello culturale.

Per prendere un esempio sviluppato dall’antropologo Geert Hofstede, nella sua teoria sul relativismo culturale, una delle prime distinzioni tra una società e l’altra è quella dell’individualismo contro il collettivismo, ossia la relazione tra un individuo ed i suoi simili. Ad una delle estremità della scala, troviamo delle società nelle quali i legami tra individui sono estremamente deboli ed in cui ogni individuo bada principalmente ai propri interessi ed a quelli della sua famiglia. All’altra estremità della scala, troviamo delle società nelle quali si presume che ognuno vegli agli interessi del suo gruppo e che non abbia altre opinioni o credenze che quelle del proprio gruppo. Appare molto chiaramente che l’equazione una persona/un voto è poco adatta ad un tipo di società molto collettivista.

Perchè, dunque, l’Occidente continua, malgrado i suoi fallimenti, a sottomettere alla democrazia delle società dove il sentimento di identità nazionale è poco sviluppato ed in cui il maggior rischio è di vedere un voto etnico predominare e provocare accese tensioni interne?

La democrazia deve essere il risultato di un processo intimo e né l’Europa né gli Stati Uniti possono legittimamente esportare il loro modello ed i loro valori di democrazia. Questi, per essenza, non possono essere imposti che per la stessa società allorché essa concepisca un modello democratico adatto alle sue dinamiche interne. La rivoluzione dei garofani in Portogallo, nel 1974, l’accesso alla democrazia della Spagna nel 1975, il rovesciamento delle dittature in Argentina ed in Cile rispettivamente nel 1983 e 1989, la precipitazione democratica dei paesi dell’Europa dell’Est negli anni 1990, l’instaurazione di una democrazia multipartitica in Sud Africa nel 1994 e più recentemente la scelta di una democrazia ponderata in Ucraina ed in Georgia: la storia del Ventesimo secolo illustra magnificamente la necessità di un processo di maturazione interna per pervenire a rinforzare una solida democrazia.