“L’Europa ha bisogno di un governo economico”

Articolo pubblicato il 15 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 15 novembre 2004

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Come realizzare Lisbona senza imporre il rispetto delle regole agli Stati membri? Le ricette dell’economista tedesco Henrik Enderlein.

Henrik Enderlein è Professore al dipartimento di economia e all’istituto John F. Kennedy per gli Studi sul Nord America all’Università Libera di Berlino. La sua ricerca è focalizzata sulla governance economica della Ue paragonata col governo economico federale degli Stati Uniti.

Perché pensa che gli obiettivi della strategia di Lisbona non verranno raggiunti?

Tanto per cominciare la strategia di Lisbona è sprovvista di obiettivi precisi e di target intermedi. Lisbona è un metodo di tipo liberale, è un approccio-guida, per incoraggiare – più che vincolare – gli stati membri a intraprendere le necessarie riforme strutturali dei loro sistemi produttivi. Considero tale metodo uno dei cosiddetti coordinamenti negativi, nonostante il contesto sia quello di un coordinamento positivo. Mi spiego: nel coordinamento negativo è fondamentalmente imporre dei limiti o degli standard minimi, mentre il coordinamento positivo è un approccio con un obiettivo chiaro e tangibile sul quale tutti i politici sono d’accordo. Nel mercato del lavoro è certo possibile definire degli standard minimi, non si tratta però dell’approccio che necessita il mercato del lavoro attuale. Avremmo bisogno di criteri comuni, ovvero di un coordinamento positivo. Ma, come ha scritto Fritz W. Scharpf, un coordinamento positivo può risultare difficile nella Ue. Pertanto, l’agenda di Lisbona prevede un approccio intermedio, che prova a raggiungere i risultati del coordinamento positivo usando gli strumenti del coordinamento negativo. E’ qui che nascono i problemi.

La responsabilità per la realizzazione della Strategia di Lisbona è affidata ai singoli Stati. Ma qualora non adempino i loro compiti, non c’è un meccanismo di sanzione. Ma riuscirà la Commissione a tenere in piedi tutta la strategia basandosi solo sul condizionamento reciproco?

Se la Commissione disponesse di più potere per chiedere agli Stati di intraprendere le riforme in una precisa area, allora i problemi di governance economica verrebbero gestiti a livello europeo. Questo è il motivo per cui la Commissione si limita ad incoraggiare gli Stati membri, mediante delle linee-guida non vincolanti, a restare in contatto tra di loro, a comunicare, ad partecipare ogni anno a questi “concorsi di bellezza” su “chi ha portato a termine la miglior riforma per il mercato del lavoro”. Io sono personalmente molto scettico sui confronti di questo tipo. [Lisbona ha ragione] a confrontare i problemi per vedere se (…) le soluzioni possono essere applicate dagli altri Stati membri. Ma in generale, ho il presentimento che tale proposta sia piuttosto debole e troppo liberale per apportare i progressi sperati.

Ma se l’influenza reciproca non è sufficiente per rafforzare il processo di Lisbona, ciò vuol dire che l’Unione Europea ha bisogno di un governo economico federale?

Un governo economico federale per la Ue implicherebbe una decisione politica, e non economica (…). Oggi ogni Stato membro calcola fino all’ultimo centesimo quanto dà alla Ue e quanto riceve in cambio. I numeri sono molto piccoli, ma vengono molto pubblicizzati e discussi nel mondo politico.

Avere più responsabilità a livello europeo significa necessariamente che alcuni stati membri dovranno intraprendere azioni svantaggiose per se stessi per poter favorire altri stati membri, sulla base di elementi di condivisione dei rischi e delle opportunità. Questa ripartizione può essere finanziaria, strutturale, e via di seguito (…). Penso che il grande problema della Ue sia che stiamo provando ad avere una comune area economica senza un pari governo economico. Potremmo avere successo, ma ciò che sappiamo dalla storia è che il federalismo funziona assieme ad una condivisione ed un governo economico.

L’Economist fornisce due spiegazioni per il fallimento del processo di Lisbona. La prima è che Lisbona intende soprattutto rimuovere ostacoli piuttosto irrisori per la crescita economica; la seconda è che il processo di Lisbona avanza a livello nazionale, e non, come accadeva per le agende di altre riforme europee, a livello europeo.

Lisbona non è un’integrazione positiva, dunque non è difficile per gli stati membri mettersi d’accordo a riguardo. Non temono nessun tipo di costrizione o imposizione da parte della Commissione. Devono semplicemente portare avanti i loro soliti dibattiti politici: “sì, dobbiamo intraprendere la riforma” o “al momento, abbiamo già fatto parecchio, quindi non è necessaria [una riforma]”. Ma il punto non è questo. È proprio a livello nazionale che le riforme dovrebbero avere luogo, ma non lo fanno a causa del contesto macroeconomico e perché, a livello nazionale, ci sono molte figure coinvolte che bloccano all’interno del sistema politico quali sindacati e sistemi di sicurezza sociale, creati nel corso di decenni o secoli e difficilmente trascurabili. Così tutto ciò che Lisbona può fare è mettere gli argomenti in agenda e chiedere ai governi di dargli un occhiata. Ma non può assicurare un adempimento a livello nazionale.

Lisbona viene criticata, in particolare negli ambienti economici francesi, come un progetto neoliberista che mira essenzialmente a ridimensionare il ruolo dello Stato.

Ciononostante i Paesi membri scandinavi – Danimarca, Finlandia e Svezia – ottengono buoni risultati sotto ogni aspetto dell’agenda di Lisbona, nonostante abbiano sistemi di protezione sociale molto esigenti.

Il successo [economico] dei paesi nordici è spiegato principalmente dalla generale tendenza di questi paesi a ridurre gradualmente, a partire dagli anni Ottanta, l’azione dello Stato. Tali situazioni di Welfare diffuso dovettero sono state riformate. E la riforma ebbe successo soprattutto grazie ad una concertazione a livello nazionale, istituendo sistemi altamente coordinati, lavorando con i sindacati e tenendo in considerazione i diversi aspetti dell’economia. E’ questo il motivo del loro successo nel disegno di Lisbona. Altri paesi, che dipendono maggiormente dal ruolo tradizionale dello Stato e che non hanno attuato alcuna riforma, (…) sono riluttanti perché vedono Lisbona come una minaccia alle fondamentali strutture politiche ed economiche dei loro rispettivi paesi. La Francia appartiene sicuramente a questo gruppo.