L'Europa è unita nella protesta: ecco il suo programma politico

Articolo pubblicato il 15 giugno 2011
Articolo pubblicato il 15 giugno 2011
2011 – L’anno della protesta: non solo nel mondo arabo, ma anche in Europa. Ovunque posiamo lo sguardo notiamo pensionati furiosi, studenti arrabbiati, impiegati in sciopero e… belgi nudi! – ma di questo ci occuperemo più avanti.

Attualmente in Europa sembra regnare una tale confusione da lasciar pensare che l’intero continente stia davvero per soffocare sotto una coltre di problemi. In realtà, sulla scia della crisi europea dei debiti le giunture solitamente anchilosate di molti europei ben pasciuti hanno ripreso a muoversi. Gli esempi più recenti  li troviamo in Portogallo, ma soprattutto dalla Spagna, dove solo poche settimane fa molti giovani hanno manifestato contro una dolorosa politica dei tagli e un futuro con scarse prospettive.

L’europeo esperto si sfrega gli occhi meravigliato: “Non è che adesso, in un Paese o nell’altro, si protesterà di continuo contro i tagli?”. Sì, esattamente. Anche a Praga decine di migliaia di persone sono scese in piazza contro la politica del risparmio inaugurata dal governo. Manifestazioni simili ci sono state anche in Francia, Irlanda, Portogallo, Romania e non da ultime in Grecia. Saremmo portati a pensare: “Beh, la colpa è loro, finora non sono stati capaci di amministrare uno Stato!”, ma poi si fa appello al proprio spirito europeista e si giunge a porsi la seguente domanda-chiave: “Ma se il loro intento è comune, perché i governi non si mettono d’accordo per sincronizzare gli sforzi?” Impensabile: ciò che emerge è infatti una totale mancanza di solidarietà tra le popolazioni colpite dalle stesse misure economiche.*

La Spanish revolution "Democracia real - ya!"

Attenzione al populismo del “quelli-là”

Potrebbe essere così semplice. Infatti, sull’arido terreno dell’opinione pubblica europea in cui vagano solo un paio di idealisti e qualche sognatore, aleggiano come fantasmi richieste di mantenimento dello stato sociale europeo, e di controllo efficace delle banche e delle transazioni finanziarie. Volteggiano idee che potrebbero essere rielaborate in messaggi comuni e unitari: ma nessuno pare interessato alla questione. Ciò che però si annida nelle menti di molti manifestanti è lo spettro del populismo.

Questa tetra figura possiede tre teste: una che guarda verso l’alto, un’altra verso il basso e la terza che osserva di lato – a seconda del bersaglio della collera popolare.  Rispettivamente: la malridotta classe dirigente, le minoranze sociali o gli egoisti paesi confinanti. Attualmente in Spagna e in Grecia al centro dell’attenzione popolare c’è l’élite politico-economica, ma in più ad Atene la minoranza dei rifugiati è stata vittima di atti di violenza xenofoba. Tuttavia, quasi ovunque le colpe di ogni disagio vengono scaricate sui partner europei, e spesso su “quelli-là” – principalmente “quelli-lassù” che decidono, “quelli-là-a-Berlino” o "quelli-là-a-Bruxelles”. Da un lato il meccanismo dell’esclusione è uno strumento politico naturale e a volte necessario, ma dall’altro questa sorta di populismo del “quelli-là” che imperversa ora in Europa rappresenta un serio pericolo.

Si potrebbe pensare che non c’è nulla di cui meravigliarsi se “lassù” la comprensione e la pazienza dei Paesi che generosamente sborsano i quattrini diminuiscano sempre di più. “Bene, vendetevi pure le vostre isole, voi, greci falliti! E dato che ci siete vendetevi anche l’Acropoli!”. “Sì”, ben fatto!”, “Uscite dall’euro!”: questo è il tono dei commenti agli articoli pubblicati sulle manifestazioni. “Finora siamo stati troppo teneri nei confronti dell’Europa”, tuona il partito nazionalista dei ‘Veri Finlandesi’, mentre nei Paesi Bassi Geert Wilders, capo del ‘Partito della Libertà’ (destra populista), scandisce lo slogan: “A noi il lavoro, a voi il Souvlaki (piatto tipico greco, N.d.T.) . Noi sgobbiamo e voi pensate solo a bere Ouzo (liquore ad alta gradazione alcolica, N.d.T.)”. Se finora nei ricchi Paesi del nord Europa il potenziale di protesta si era espresso solo attraverso il crescente numero degli astenuti alle elezioni, ora è sempre più facile trovare forme di populismo di destra quale valvola di sfogo al disagio sociale.

Sulle strade europee l’atmosfera si sta facendo incandescente – se si raggiungesse il punto di fusione si correrebbe il rischio di lasciar dilagare oltre i confini nazionali idee e pensieri pericolosi, con effetti estremamente dannosi. Per fortuna i cittadini europei manifestano anche per ragioni in linea con i valori dell’Europa unita. Ad esempio gli italiani, o per meglio dire, le donne italiane, sono scese in piazza a decine di migliaia per difendere la dignità della donna e chiedere una maggiore parità di prospettive fra i sessi.

“Ora basta!”, gridano a Roma. “Vergogna!”, urlano a Bruxelles: qui manifestanti in mutande hanno annunciato la “rivoluzione delle patatine fritte”, ed sono stufi dell'interminabile stasi politica. Il Belgio  è senza governo già da un anno.

Qua a Gent, Fiandre, nel marzo 2011

Inoltre, quest’anno ci sono state nuove proteste studentesche contro tasse universitarie socialmente insostenibili non solo in Spagna ma anche nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna. Dopo la catastrofe di Fukushima sempre più tedeschi si sono mobilitati contro il nucleare e la politica energetica del governo Merkel. A gennaio in Svezia ci sono state delle manifestazioni contro la rigida legislazione in materia di asilo politico e la conseguente espulsione di un gruppo di iracheni. Perfino nell’idilliaca isola di Cipro diverse decine di migliaia di persone sono scese in piazza nella parte turca del Paese contro i tagli al bilancio pubblico e per rivendicare il diritto all’autodeterminazione – e questo in uno Stato che conta in tutto non più di un milione di abitanti.

Il programma politico dei manifestanti

In sintesi, emerge un quadro in cui gli europei esigono efficienza ed efficacia nell’attività di governo, vogliono pari condizioni di accesso all’istruzione, sono attenti agli equilibri sociali e all’uguaglianza fra uomo e donna,  alla tutela dell’ambiente, ai diritti delle minoranze e infine - e soprattutto – puntano all’autodeterminazione dei cittadini. Ora c’è solo da chiedersi: “Un programma di questo tipo sarebbe attualmente in grado di ottenere la maggioranza dei consensi in Europa?”.

Foto: home-page (cc) nicO/flickr; Spanish revolution (cc)Paul Gladis/flickr; Révolution des frites (cc) Niet in onze naam jong/ pas en notre nom-jeunes/ facebook