"L'Europa e gli Stati Uniti sono condannati al disaccordo"

Articolo pubblicato il 05 maggio 2003
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 05 maggio 2003

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Intervista a Martin Ortega, massimo esperto di questioni mediorientali all'Istituto di Studi di Sicurezza di Parigi, il think tank dell'UE. Un bilancio dell'impatto della crisi irachena sull'Unione.

café babel:Fin dove arriverà la volontà degli Stati Uniti di "ridisegnare la mappa del Medio Oriente"? Bisogna prepararsi ad un effetto domino che coinvolgerebbe in primo luogo la Siria?

Martin Ortega: Gli Stati Uniti hanno progetti molto ambiziosi per la regione del Vicino Oriente. Questo è chiaro. E' il contenuto di questi progetti invece, a rimanere oscuro. Perchè? Perchè a Washington ci sono posizioni contrastanti. Da un lato c'è il Pentagono, che per ora è la forza predominante e che l'ha avuta vinta in Iraq stabilendo le condizioni della guerra e della ricostruzione. Dall'altra invece c'è il Dipartimento di Stato, che ha una visione più multilaterale della riorganizzazione del Vicino Oriente. In seguito ci sono ovviamente altre opzioni dovute al carattere molto vivo del dibattito democratico americano.

Quali sono dunque i piani degli Stati Uniti per il Medio Oriente? Possiamo sospettare che alla fine, l'idea è quella di stabilire una democrazia debole in Iraq, sostenuta dalla presenza sul campo delle forze armate americane, in modo che gli Stati Uniti abbiano un'influenza strategica in tutta la regione. A riguardo, le evoluzioni politiche in Iran, in Siria e nel Golfo, come in Israele e in Palestina, saranno "sorvegliate" dagli Stati Uniti dalla loro nuova roccaforte irachena.

Come deve rispondere l'Unione Europea alla volontà americana di "ridisegnare la mappa del Medio Oriente"? Possiamo accontentarci di mezzi non militari?

Questa domanda è al centro dei dibattiti politici dell'Unione Europea in questo momento. E' una domanda pertinente, alla quale è molto difficile rispondere perchè le iniziative delle forze americane hanno messo gli Europei in una situazione molto difficile: o si seguono gli americani e allora si accetta la loro leadership, il loro design del Vicino Oriente; oppure si dice "no" e si presenta un progetto alternativo. Ma qui gli Europei sono divisi. I paesi che dicono "sì" affermano che è il solo modo di influenzare la politica americana, di introdurvi un pò di elasticità e di razionalità. I paesi che si oppongono agli Stati Uniti sostengono invece che la politica americana sta sgretolando i princìpi e l'ordine stabiliti dopo la seconda guerra mondiale. La divergenza fra i due campi è tutta nei "princìpi".

E’ difficile consigliare una politica piuttosto che un'altra ai paesi membri o all'UE. Tuttavia penso che, a lungo termine, l'UE abbia una visione della regione e dell'ordine mondiale diversa da quella degli Stati Uniti. Ed è per questo che è condannata ad avere una posizione diversa da Washington. E’ una questione culturale e storica profonda, quindi è difficile schivarla. Anche se gli europei volessero continuare a fiancheggiare gli Stati Uniti, alla fine, nel lungo termine, mi domando se sia possibile. Perchè per l'Europa, per esempio, l'idea di una presenza permanente degli Stati Uniti unilateralmente imposta nella regione, è difficile da capire. Per l'Europa, l'assenza di una soluzione diplomatica negoziata al conflitto israelo-palestinese è altrettanto difficile da ingoiare...

E’ per questo motivo che penso che l'Europa dovrebbe rafforzare le sue capacità politiche e militari. L'Unione Europea dovrebbe essere più determinata nel difendere i suoi princìpi, le sue idee e la sua visione del Medio Oriente, anche se è difficile giungere ad un accordo fra gli Stati membri. Bisogna fare uno sforzo. E dal punto di vista militare si deve continuare la costruzione di un'Europa della difesa,anche se questo non implica che questi mezzi militari vengano effettivamente impiegati se gli Stati Uniti rifiutano di usarli a loro volta, o qualora avessero delle divergenze con gli Europei. Non credo che si possa pensare che lo sviluppo delle nostre forze militari possa scontrarsi con gli Stati Uniti. Questa forza europea sarà fatta per realizzare delle missioni con l'accordo degli Stati Uniti, sotto l'egida sell'ONU. A mio parere, è inevitabile che l'Unione europea sviluppi una presenza politica più approfondita nella regione e altrove.

Riguardo alla crisi irachena, abbiamo assistito a divisioni profonde fra gli Stati membri. Secondo lei, questa scissione era dovuta ad una reale dvergenza d'interessi o piuttosto ad un cattivo funzionamento delle istituzioni europee?

La differenza di punti di vista sulla guerra in Iraq è stata più che altro provocata da una diversa visione dei princìpi. Non sono gli interessi economici che divergono, come alcuni vogliono credere. E non è neppure un problema istituzionale. Anche se diversi fattori sono intervenuti – come le elezioni in Germania e altri – se si guarda al complesso della posizione europea, si tratta di una posizione di principio. L'idea della maggior parte degli europei era che non si potesse cambiare un regime con la forza, anche se questo regime era dittatoriale e compiva azioni illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Certo, in precedenza si era accettato l'intervento militare senza il mandato del Consiglio di Sicurezza, in Kossovo e altrove. Ma era perchè c'era la minaccia di una catastrofe umanitaria. Vale a dire che la sola ragione globalmente accettata dagli europei è quella umanitaria. In Iraq questo aspetto non era pressante. Ed è per questo che in Europa e in molti altri paesi del mondo ci si è opposti a questa logica. Un chiaro segno di questa posizione di principio era che i politici di ogni paese avevano posizioni diverse, mentre l'opinione pubblica era omogenea. Oggi, è la percezione del pubblico a legittimare un'azione. E’ per questo che la posizione dell'UE era una posizione di principio.

Quali sono le altre lezioni che l'Unione europea può imparare dalla crisi irachena?

La lezione da imparare è che l'Europa deve avere una presenza più forte sulla scena internazionale. Questo non significa che questa presenza debba dirigersi sistematicamente contro gli Stati Uniti. L'Europa deve rimanere al fianco di Washington quando i "princìpi" sono rispettati. E’ la forza della relazione transatlantica. Quando non è il caso, bisogna attirare l'attenzione dell'altra parte dell'Atlantico sulla necessità di rientrare di nuovo nell'ordine. A volte gli europei, o almeno alcuni di essi, a volte gli Stati Uniti possono essere tentati di agire contro i princìpi delle relazioni internazionali pacifiche. E’ responsabilità di ciascuno di loro ricordare che nel lungo termine sono i princìpi a costituire la base della pace e della sicurezza internazionale.