L'Europa deve spegnere l'incendio mediorientale

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 27 febbraio 2002

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La pace in Medio Oriente non è e non deve diventare un'utopia. La ricetta esiste. E sta all'Europa trascinare le parti in causa al tavolo dei negoziati. Per imporre una soluzione.

La misura, il tatto, la diplomazia. Questi elementi non devono essere spazzati via per riportare la calma in Medio Oriente. Dobbiamo osare. Osare proporre una riconciliazione ambiziosa a popoli ormai stanchi di tante tragedie: proporre uno Stato bi-nazionale in Israle-Palestina.

Il Medio Oriente brucia. 800 morti palestinesi, 200 israeliani: questo il bilancio macabro. L'impasse è oggi totale, per due popoli che si affrontano da più di 53 anni. Oggi che i bouclages dei territori autonomi palestinesi e gli omicidi dei dirigenti sono divenuti un riflesso sicuritario israeliano, che gli attacchi-suicidi palestinesi si moltiplicano in modo raccapricciante, la situazione si è arenata su delle posizioni mai raggiunte prima.

Poco più di un anno fa un israeliano poteva circolare in Cisgiordania ed un Palestinese andare a lavorare in Israele. Oggi tutto ciò sembra d'improvviso compromesso: la gente non si parla, gli incontri tra intellettuali sono annullati, il dialogo si snoda attraverso ostili editoriali dell'una come dell'altra parte. Rare sono le voci in Israele che si levano contro il regolamento di conti in Palestina. Rare sono divenute le intenzioni dei palestinesi anche solo di parlare con un israeliano. Ciononostante, anche se la forza di questi antagonismi e la posizione degli attori è così spinta, un brandello di speranza può, deve riapparire.

Contro una pace fredda

Alexandre Adler, editorialista francese, pretende ne Le Monde del 9 novembre 2001, che il recente consolidamento delle posizioni politiche di Arafat e di Sharon li spinga a negoziare. Se la loro popolarità è così alta nei confronti delle rispettive opinioni pubbliche, dovrebbero allora essere in condizione di beneficiare di un margine di manovra tale da consentirgli di negoziare su una base di forte legittimità. Sempre secondo Adler questo negoziato non può che concludersi però con una pace fredda, in cui le due entità si affronteranno nell'attesa di un disgelo che potrà essere ottenuto solo quando saranno le nuove generazioni a prendere il potere. Ciò permetterebbe di trattenere Israele nel mondo occidentale e la Palestina in quello arabo. Ma questa prospettiva agghiacciante non può, evidentemente, soddisfarci.

Verso quale soluzione dirigerci? Seguire Adler nella sua idea di una separazione ermetica della due entità oppure Edward Said nel progetto di uno Stato bi-nazionale e tri-confessionale? Il pragmatismo di Adler o l'idealismo di Said? Bisogna battersi per la seconda opzione: la più difficile da far accettare ma la più giusta.

Il conflitto israelo-palestinese si fonda su anni e anni di esazioni, di menzogne, di diffidenza tra due comunità che si disprezzano. Proprio al mondo arabo, questo conflitto si fonda sul peccato originale di un'intera regione risalente al 1948. Se Israele nasce con le armi nel secondo dopoguerra, i Palestinesi devono affermarsi una generazione più tardi in quanto popolo indipendente, sotto i colpi delle esitazioni dei Paesi arabi limitrofi. Ma le nascite difficili forgiano il carattere. E se oggi nessuno vuole riconoscere i propri errori, la soluzione sembrerebbe solo quella di un'esasperazione della carneficina.

Verso uno Stato bi-nazionale

Gli accordi di Oslo del 1993 segnavano l'inizio di un processo di asservimento della Palestina. In effetti già lo spirito col quale questi accordi furono firmati faceva preconizzare il loro fallimento. In nessuna parte del documento firmato nel 1993 Israele tenta di comprendere la situazione dei suoi nemici interni. In nessuna parte del documento possiamo leggere anche solo una riconoscenza delle sofferenze cristallizzate. Lungi dal migliorare la vita dei Palestinesi, Oslo ha apportato una libertà trompe-l'oeil nelle enclaves palestinesi ed una maggior facilità di controllo dei Palestinesi stessi. Oslo è il sinonimo dell'attuazione di un regime di apartheid.

Il solo altro sistema di apartheid contemporaneo si è concluso, ormai da qualche anno, in Sudafrica. E' a questa esperienza che Israeliani e Palestinesi devono guardare. E' questo processo di riconciliazione e di rimessa in discussione che devono inaugurare i due popoli. Bisogna oltrepassare il dramma di questo conflitto, l'impossibilità che ogni protagonista ha di fare il proprio esame di coscienza. L'apaisement deve venire dall'estero: da noi europei o dagli Stati Uniti.

Tornare al tavolo dei negoziati

Alain Dieckhoff, un ricercatore specialista d'Israele, difende l'idea di un Madrid-bis: torniamo al tavolo dei negoziati, a costo di trascinarvi i protagonisti. Bisogna far giocare tutto il nostro peso politico e soprattutto economico per costringere questi due popoli a vivere insieme in pace, a guardarsi come degli esseri umani e non come degli sterminatori. Il nostro ruolo non può ridursi a mantenere in vita, giorno dopo giorno, un dialogo che sembra sempre più agonizzante.

Non c'è un grande mistero per ottenere una pace in questa regione: l'equità, la giustizia, e un dialogo tra due interlocutori eguali. Ognuno deve spogliarsi dei suoi riflessi e di superiorità e di rifiuto dell'altro; bisogna poter avere fiducia nell'altro; l'Europa deve poter facilitare questo lavoro di riconciliazione, anche con la presenza di osservatori e di forze dell'ordine contribuiscano a sanare la situazione. Senza cadere nel buonismo né tornare al Mandato, dobbiamo impegnarci in modo più massiccio in Israle-Palestina cooperando ed imponendo il dialogo. La fiducia non può che rinascere da un'attitudine imparziale sul terreno.