L'Europa deve ripensare la sua "guerra" al terrorismo

Articolo pubblicato il 10 marzo 2015
Articolo pubblicato il 10 marzo 2015

Per oltre un decennio, i paesi europei hanno unilateralmente appoggiato il governo americano e la guerra al terrorismo, attuando una politica estera aggressiva contro i gruppi islamisti. Tutto ciò è andato a scapito della politica interna.

Perciò i governi dovrebbero concentrarsi sulla necessità di fermare l'estremismo migliorando l'integrazione delle minoranze anziché isolarle.

Il sostegno europeo alla guerra contro il terrorismo si è manifestato in diversi modi: dal supporto militare alle truppe statunitensi alla vicinanza morale dopo la perdita dei soldati. Tuttavia, le parole dei politici sono sembrate spesso superficiali e, difatti, sono stati proprio i neoconservatori Stati Uniti, forti di una sfacciata sicurezza tipica dell'eccezionalismo Americano, ad impegnare più truppe per combattere il nemico.

In questo contesto, non c'era alcun bisogno che (diversi) governi europei, nonostante il loro noto coinvolgimento in Afghanistan e in Iraq, prendessero l'iniziativa spostando senza mezzi termini i riflettori (e il pericolo) sui loro paesi. Negli ultimi dieci anni, ci sono stati altri attentati terroristici in Europa - in particolare a Madrid, Londra e Oslo - ma l'attacco del 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo, che ha causato dodici morti, ha finalmente portato alla ribalta l'ascesa del terrorismo locale.

Hollande ha dovuto far fronte sia al dolore di un'intera nazione, sia alla scioccante rivelazione del fatto che gli aggressori fossero cittadini francesi. Che cosa ha portato questi ragazzi a sentirsi emarginati dalla società civile e, infine, a radicalizzarsi?

Sono nati in un luogo dove le credenze religiose non vengono assegnate agli altri come per magia, dove la convivenza tra diverse culture viene vista come motivo di orgoglio, nonostante l'emergere del frangia anti-immigrazione targata Fronte Nazionale. Sono diventati uomini a Parigi, la capitale della nazione fondata su liberté, égalité e fraternité.

Ogni giorno che passa, diventa più evidente che i politici occidentali non possono limitarsi a seguire una politica estera sempre più confusa.

Un attacco alla nostra libertà?

Fa parte della normalità vederli durante una riunione pubblica oppure in un'apparizione televisiva, dove discuttono sulla prossima mossa da intraprendere: alcuni spingono per ulteriori interventi militari, mentre altri sono un po' più moderati, consapevoli dei recenti interventi occidentali condotti in maniera disastrosa, come nel caso della Libia.

Parlando di misure di sicurezza, la maggior parte dei governi sta cercando di limitare la libertà di circolazione per tutti coloro che hanno deciso di unirsi (o provano qualche simpatia) ai movimenti jihadisti, come l'ISIS: il Belgio ha proposto di revocare la cittadinanza ai chi, tra i cittadini di seconda e terza generazione, è stato condannato per terrorismo, mentre le autorità italiane e quelle francesi pensano che il sequestro del passaporto e il divieto amministrativo di lasciare il paese siano strumenti di controllo già sufficienti.

Il primo ministro inglese David Cameron insiste affinché vengano concessi più poteri alle autorità di polizia e di intelligence, anche se questo potrebbe minare ulteriormente il diritto alla privacy. E, se i conservatori dovessero vincere le elezioni di maggio, ha anche proposto di vietare le comunicazioni codificate (che includono Whatsapp, Snapchat e iMessage).

Con una strategia decisamente diversa, la Danimarca si è impegnata a finanziare un "progetto di de-radicalizzazione", che mira a reintegrare i combattenti tornati dal Medio Oriente, in modo da indebolire i legami con le frange estremiste e ridurre il loro senso di alienazione.

Ad eccezione del metodo danese, ognuna di queste soluzioni appare come un attacco alla libertà dei cittadini, dalla perdita preventiva della cittadinanza alla sorveglianza aggiuntiva di massa. Questi forti strumenti serviranno solo ad aumentare la distanza tra l'Europa e l'Islam (e, anche se non ci sarebbe bisogno di dirlo, la stragrande maggioranza dei musulmani europei non è estremista).

Anche se togliere la cittadinanza e il passaporto potrebbe impedire ad alcuni jihadisti di recarsi in Iraq e in Siria, quest'atto illiberale va comunque contro i "valori europei". Inoltre, le restrizioni di viaggio non risolverebbero il problema del perché alcuni giovani musulmani vengano ammaliati dalle idee estremiste.

Il fenomeno dei foreign fighters (militanti stranieri), ovvero quei combattenti musulmani che lasciano le loro case europee per unirsi ai conflitti in corso in Medio Oriente e altrove, non può essere espiegato o risolto focalizzandosi semplicemente sull'aspetto teologico della questione.

La necessità di una migliore politica di integrazione sociale

I politici dovrebbero fornire una maggiore attenzione al disagio sociale che queste persone spesso devono sopportare. Nonostante la cittadinanza europea, spesso fanno fatica a integrarsi all'interno dei paesi europei in cui vivono.

Questo è un problema causato da una politica di governo poco attenta, così come da una tensione culturale dove certi valori e certe tradizioni non sono facilmente accettati. In questo modo, chi si trova già al margine della società viene sempre più allontanato e ignorato sia dal resto della società, sia dalle autorità.

I partiti politici non sono riusciti a fare nuove leggi per contrastare il degrado suburbano perché si tratta di un problema che coinvolge solo una frangia della popolazione e che, parlando in termini di voti, non porterebbe alcun beneficio. Infatti, un certo numero di partiti europei ha attivamente sfruttato l'emarginazione delle minoranze etniche al fine di promuovere l'ideologia anti-immigrazione di destra.

D'altra parte, l'Unione Europea si è concentrata fin troppo sugli aspetti economici e monetari dell'Unione, finendo per dimenticarsi del fatto che dovrebbe anche cooperare per sviluppare un ambiente sicuro per tutte le sue nazioni e i suoi popoli. Non bisogna dimenticare che è questo il motivo per cui, nel 2012, l'UE ha vinto il Premio Nobel per la Pace.

In questa situazione, è diventato fin troppo semplice, per chi è caduto mentre cercava il suo posto nella società, essere attratto dagli estremismi. Per queste persone, il fondamentalismo rappresenta una fonte di redenzione nonché la possibilità di ottenere la propria vendetta nei confronti di una società che li ignora da tempo.

Pertanto, fin quando i governi non riconsidereranno le loro politiche nazionali, o non intensificheranno i loro sforzi nel promuovere l'integrazione sociale delle comunità emarginate, sempre più cittadini europei potranno decidere di otarsi all'estremiste.