L’Europa degli ambiziosi: miti ed ostacoli della professione giornalistica

Articolo pubblicato il 08 agosto 2012
Articolo pubblicato il 08 agosto 2012
Chi desidera intraprendere questa professione ‘nel più breve tempo possibile’, sa che è molto complicato. E anche se non lo sapesse, gli verrebbe sicuramente detto. In un Paese sfasciato come l’Italia, anche per i sogni non c’è più spazio.

Pertanto chi vuole diventare qualcuno, deve rimboccarsi le maniche, cercando di non ascoltare i (pre)giudizi di chi crede di fornirci buoni consigli sperando in una nostra resa.

Iniziai questo articolo, su impronta prettamente europea, perché l’Italia è considerata nella forma degli altri Stati membri, digitando su Google la frase: “diventare giornalisti in Europa”. Una delle prime pagine che mi si presentarono fu quella del Parlamento Europeo (e di altri organi istituzionali) che nell’ambito della formazione offriva tirocini retribuiti (http://www.europarl.europa.eu./) con l’ausilio della borsa di studio Schuman, in cui “i candidati all’opzione giornalismo, dovranno avere una competenza professionale comprovata da pubblicazioni, o dall'iscrizione dell'ordine dei giornalisti di uno Stato membro dell'Unione europea, o dall'acquisizione di una formazione giornalistica riconosciuta negli Stati membri dell'Unione europea o negli Stati candidati all'adesione”. 

Le parole che più mi avevano colpito, erano state “competenza professionale comprovata”, poiché pur provandoci con ardore temevo che sarebbe stata un’ardua impresa pubblicare e collaborare con un giornale in regola, anche se l’Ordine dei Giornalisti in Italia ha il potere di equiparare al periodo di praticantato svolto in redazione, le scuole e le accademie abilitate. Ed è qualcosa che può aiutarci, dato che nulla fu scontato. All’inizio del nostro percorso, sapevamo in linee generali che bisognava prendere una laurea e poi fare un master in giornalismo. Sapere alcune delle lingue dell’Unione oltre alla nostra e possibilmente anche quelle meno conosciute oltreoceano. Avere una cultura generale e conoscere, sapendoli spiegare oltre che osservare, fatti di attualità. Non denigrare nulla di più di quello che riusciamo ad apprezzare. 

Diventare giornalisti nella UE: paese che vai, procedura che trovi

In Italia c’è un iter preciso anche se non credo totalmente obbligatorio, perlomeno da quando la licenza media prevista per legge non è più sufficiente data la forte competitività: sul sito dell’Ordine vi sono riassunti i punti cardine, http://www.odg.it/faq. Inoltre, direttamente da un documento elaborato nel 2006, si approfondisce l’importanza (e se vogliamo la vulnerabilità) dell’Ordine nostrano (per cui per sostenere l’esame di Stato ci vogliamo tre anni di praticantato) rispetto agli altri Stati europei. Trascrivo in breve, “In Francia l’attività giornalistica è regolamentata da norme di legge, con il rilascio di un documento di identificazione da parte di una commissione statale; In Germania chiunque può definirsi tale perché non è richiesto alcun titolo specifico, le assunzioni sono lasciate agli editori e tutti i cittadini stranieri appartenenti alla UE, purché abbiano alle spalle un’esperienza redazionale di due anni, possono essere riconosciuti ed iscritti al sindacato di appartenenza; in Spagna, alla Federación de la Prensa ci si iscrive successivamente alla laurea in giornalismo o altrimenti dopo due anni di pratica; nel Regno Unito e in Irlanda non è previsto il vincolo specifico ad un’organizzazione, poiché la professione non è sottoposta ad un controllo normativo, anche se aderendo ad associazioni private di categoria è possibile seguire corsi e seminari anche a livello tirocinante; in Olanda pur esistendo le suddette accademie, non sono riconosciute dal sindacato unico che raccoglie senza distinzioni sia freelance che professionisti; in Belgio e Lussemburgo non serve un titolo di studio ma solo un periodo di praticantato di due anni, poiché è dopo di questi che una Commissione Statale può accreditarvi come professionista; la Danimarca provvede all’albo con una Federazione privata che rappresenta la professione, mentre il Portogallo in termini di ordinamento si avvicina più all’Italia”.

Si consiglia di approfondire il tema sul sito http://www.journajobs.eu : la ricerca semmai di un lavoro di nicchia, nutrito con un oggettivismo puro.

Il background per essere un buon giornalista

Tra grembiulini col fiocco e nuove conoscenze, ricordo che quando frequentavo le prime classi, a me e ai miei coetanei si poneva spesso la domanda:   “Ti piace più la matematica o l’italiano?”, tipica per uno studente ancora infante che cerca di farsi strada nel mondo. In seguito abbiamo compreso che non erano importanti le nostre attitudini elementari, poiché anche chi studia l’economia può essere considerato un brillante giornalista. Era, a mio parere, il nostro punto di vista a cambiare le cose, la prospettiva con la quale ci rapportavamo con il mondo, poco importava se i nostri comportamenti loquaci o distratti non si addicevano ai canoni di una società sempre più in movimento poiché quel che era ed è essenziale è ciò che dal di dentro, al di là dei tre anni di praticantato, siamo capaci di trasformare: se il dolore si evolve in gioia, se una domanda rivolta ad un bambino vissuto in una città sotto costanti bombardamenti può risvegliargli la speranza, se un libro di fiabe può insegnare la fantasia e l’alfabetizzazione nei poveri paesi del Sud America, allora qualcuno di noi, non che far di cronaca sia da meno, ha compiuto la sua missione.

Quale verità si nasconde dietro chi uccide, chi truffa, chi mente e quale menzogna si cela dietro chi pone simili questioni? Credo che scrivendo, si possano tracciare le linee che guidino a queste scoperte e a quelle di un fiume in piena che sconvolge villaggi, di veleni nelle fabbriche che fanno ammalare, di pesci di mare che confondono le rotte e via dicendo. Per quanto ci si impegni, non possono esistere regolamenti che impediscano la realizzazione di un sogno, anche se estremamente complicato.

DI VALENTINA TATTI TONNI