L’Europa con o senza frontiere?

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003

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Una piccola panoramica sugli argomenti contro la Turchia, e la loro confutazione: no, il confine dell’Europa, per quel poco che esiste, non si ferma in Turchia.

Da quando Valérie Giscard d’Estaing si è pronunciato sulla questione turca (1), nulla va più! L’Europa in piena espansione dal 1957 si trova oggi a confrontarsi con le sue frontiere geografiche, ideologiche e certamente economiche. Questo chiarimento si rivela per alcuni necessario (3). Richiamandosi ai secoli di civiltà giudaico-cristiana, si traccia una geografia dai contorni, a loro dire, evidenti e soprattutto tali da garantire uno spazio economico sostenibile. Queste considerazioni se da una parte sembrano rinforzare il sentimento europeo, offrendo un insieme di valori e criteri chiari ai quali aderire, tuttavia procedono a ben guardare a da ragionamenti affrettati e poco adattati alla situazione attuale.

La frontiera geografica e storica

La nozione di frontiera fa parte delle creazioni europee. Linea di demarcazione tra il mondo civilizzato, (europeo), ed i barbari anzitutto. Frutto delle lotte greco-persiane, successivamente delle guerre tra le potenze occidentali e l’impero ottomano, stigmatizzato rispettivamente dalle celebri vittorie fondatrici di Maratona nel 490 A.C. e di Kalhenberg nel 1683. E’ diventata così una frontiera geografica, che si arresta agli Urali, per sottomissione alle volontà politiche del occidentalissimo Pietro il Grande (4).

La dimostrazione, per quanto veloce, non è affatto corretta. Sono infatti le guerre intestine, e la stessa storia mescolata fra gli stati-nazioni che la compongono, che hanno forgiato l’insieme geografico chiamato Europa.

Come spiegare altrimenti il continente Europa? In effetti, come affermare che gli Urali rappresentano una frontiera continentale con la sua cima più elevata a 1894 m, il Monte Narodnaïa, mentre la parte centrale non supera gli 800 metri. L’Himalaya allora, culminante a 8850 metri col Monte Everest e la cui altitudine media si situa tra i 2000 e gli 8000 metri, non è forse considerato soltanto come frontiera del subcontinente indiano!? (5) In questo senso, non si tratta altro che di un mezzo piuttosto relativo, con cui puo’ esser presa i considerazione l’effettività di una frontiera geografica europea.

E’ così che si presenta l’argomento più tenace di un’Europa giudaico-cristiana che si ferma ad Istanbul, l’antica Costantinopoli, l’unico pezzetto di territorio turco situato nel lato buono dello stretto del Bosforo (6).

La frontiera ideologica

Mazzata per la Turchia! Corre voce che non sia giudaico-cristiana, dunque non europea… La notizia non è datata ieri. Bisogna risalire al vecchio impero romano di Oriente spentosi nel 1453, per provare il contrario. Non si tratta di una battuta. L’argomento dell’Europa giudaico-cristiana è portato avanti seriamente da parecchi esponenti politici, e da giornalisti…

Tuttavia, la riconciliazione del Cristianesimo col Giudaismo che si è stabilita, è tutto sommato recente. Il tragico episodio della Shoah è là a ricordarcelo purtroppo. Malgrado tutto l’apporto del Giudaismo al pensiero europeo (Spinoza, Marx, Bergson per citare solamente alcuni nomi…). Bisogna aspettare il Concilio Vaticano II e gli atti della chiesa sotto Giovanni Paolo II come memoria e riconciliazione - la chiesa e gli errori del passato, il discorso del Papa al Mausoleo di Yad Vashem (7), e i testi come quello della commissione pontificale biblica: il popolo ebraico e le sue Sante Scritture nella Bibbia cristiana - affinché si ammetta l’evidenza dei legami che uniscono Cristianesimo e Giudaismo particolarmente in Europa.

Alla luce di ciò, sarebbe forse tempo di smettere di coltivare un’ideologia di rigetto riguardo alla Turchia e ai musulmani, come avvenne col Giudaismo. Anche lì è possibile rintracciare dei contributi della cultura musulmana in Europa. A cominciare dal capolavoro di architettura che è Alhambra, la città di Cordova. Ma anche tutto l’apporto dei filosofi come Averroè. Non bisogna dimenticare, se si vuole esser giusti con i popoli, l’apertura di mente, particolarmente in campo religioso, che esisteva nella penisola iberica del XIIIesimo secolo, o nell’Europa centrale ed orientale sotto l’impero ottomano di Mehmed II.

I rischi del passato restano presenti, e gli argomenti religiosi sono delle armi temibili per la pace tra i popoli. Tirarle fuori nuovamente, come da un vecchio armamentario, non è degno dei nostri politici, soprattutto in un paese come la Francia, dove la laicità è un principio sacro e dove esiste una forte comunità musulmana.

La frontiera economica

Ecco l’ultimo argomento. Quando non si può vincere attraverso la ragione, si utilizza la voce del portafogli… Il rischio dell’allargamento alla Turchia e domani alla Russia, è quello di veder sbarcare crisi economiche e disoccupazione in quell’Europa omologata che è l’Unione europea. La minaccia è seria se si da un’occhiata allo stato attuale in cui giace la Russia di Putin.

Ma alla fine, qual è il rischio più grande? Aiutare dei paesi che sono alle nostre porte oppure creare un muro di denaro contro una guerra sociale, addirittura militare, che salterà fuori senza ombra di dubbio, se lasciamo che s’installi un tale clima di esclusione tra paesi che han bisogno l’uno dell’altro?

Ci si dimentica che la Turchia è il primo attore economico, non membro dell’Unione Europea, del Mediterraneo? Che la Russia è la nostra riserva di energia (gas), allo stesso modo della Norvegia (petrolio)? È possibile permettersi un’esistenza senza questi partner indispensabili che domani potrebbero voltarsi verso altri orizzonti? (8)

Qui, il dibattito non mancherebbe certo di interesse, se fosse preso in considerazione…

L’Europa dell’apertura

L’Europa delle frontiere è un modello per l’Europa del XXIesimo secolo? Dopo il recente crollo del blocco sovietico, bisogna ragionare ancora in termini di insiemi regionali?

La constatazione attuale della preminenza degli Stati Uniti e del ritiro dal 1945, forse prima, dell’Europa, istiga alcuni a vedere nell’Europa delle frontiere economiche, ideologiche e geografiche un’alternativa. Si può vedere allo stesso modo un rischio, del ritorno ad un contrapposizione.

Se l’Europa vuole rinascere, dovrebbe essere innanzitutto ambiziosa per sè e per il mondo. Non per un ritorno agli antagonismi, ma per la costruzione di una reale coesione mondiale. L’Europa può avere un tale obiettivo, essendo passata da tutte le tappe, talvolta tragiche, di una storia che ne ha fatto il centro del mondo. Affinché la rinascita dell’Europa si realizzi, sarebbe forse il momento che l’Europa stessa, terra di emigrazione, diventi una terra di immigrazione del sapere, delle culture, una terra di tolleranza. Un obiettivo che resta alla portata degli europei, dovunque essi siano, se si appropriano del concetto di Europa aperta. Da quel momento, le frontiere forse non avranno più alcuna utilità per dei popoli che coesistono. (9)

Note (vedere anche i links)

(1) Ricordiamo la frase di Valérie Giscard d’Estaing: "la Turchia è un paese vicino all’Europa, un paese importante che ha una vera élite, ma non è un paese europeo". Cf. : Le Monde 09/12/2002.

(3) Un articolo del Figaro in particolar modo, apparso nella rubrica dei dibattiti e delle opinioni nel dicembre 2002, spiega che far ritirare la Turchia sarebbe l’inizio di una guerra civile europea…

(4) Fu proprio il geografo di Pietro il Grande a stabilire negli Urali la frontiera dell’Europa. Questo Zar prese delle misure radicali di occidentalizzazione, come l’interdizione del porto della barba.

(5) Nello stesso senso vedere l’articolo di Denis Retaillé, l’imperativo territoriale nel numero Cultures e conflits del settembre 1996 .

(6) Aneddoto: il Bosforo significa etimologicamente “il passaggio dei buoi”. Il mito vuole che esso venne varcato da due donne trasformate in buoi, l’una verso ovest: Europa, l’altra verso est: Io. Non sarebbe ora che la storia le faccia rincontrare…

(8) Per temere meglio questo tipo di domande, Geografia della mondializzazione.

(9) Un articolo interessante in questo senso viene dallo scrittore Jorge Semprún (vedere links): http://www.courrierinternational.com/numeros/632/063204201.asp?TYPE=archives