L’Europa che aveva ragione

Articolo pubblicato il 19 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 19 gennaio 2009
Finita l’epoca Bush: lo stesso che ha detto no a Kyoto, che ha attaccato l’Irak e che era per la deregulation dei mercati. Ora l’Europa guarda a Obama come un possibile alleato.

Dopo un 2008 a tinte fosche, i newyorkesi hanno organizzato ipreparativi per i festeggiamenti del Nuovo Anno ad Union Square, con la speranza che il 2009 sia migliore. Sui marciapiedi si ergevano gli stand con i gadget ammassati – magliette, cappellini, perfino tazze – con la faccia di Obama. «Gli affari vanno a gonfie vele», spiegava in quell’occasione uno dei commercianti, «la gente è davvero entusiasta» .

2003: un anno tra guerra e pace

(Image: DK)All’alba del nuovo millennio, l’Europa non aveva nessuna influenza sugli Stati Uniti, super potenza mondiale, sia a livello di politica estera che economica. Ma, dopo tutto, non è stata proprio l’Europa ad avere ragione sulla guerra in Irak? L’autocompiacimento e il «io te l’avevo detto» sono solo una magra consolazione quando il danno è già stato fatto. Prendiamo, ad esempio, la politica estera. Non ci si può dimenticare dello sproloquio di Donald Rumsfeld che classificava la Germania e la Francia come «vecchia Europa» quando, nel 2003, i due Paesi non avevano accettato di appoggiare la guerra in Irak spiegando che le conseguenze sarebbero potute essere terribili. Solo la Gran Bretagna aveva, alla fine, appoggiato gli Stati Uniti e partecipato all’invasione in Irak, senza tener conto delle manifestazioni dei cittadini britannici. L’appoggio dell’ex Primo Ministro inglese, Tony Blair, gli aveva alla fine valso il nomignolo di “cagnolino” di Bush. In quell’occasione si era pensato che il “rapporto speciale” che c'era tra i due Paesi – l’Inghilterra viene definita da alcuni il 51° Stato degli Stati Uniti d’America – avesse reso la decisione di Blair un tantino più complessa di quanto potesse esserlo per Chirac. Un modesto contingente europeo ha quindi preso parte alla guerra in Irak. Per molto tempo questa situazione ha messo in evidenza come funzionasse veramente l’alleanza tra Stati Uniti e Unione europea : non partner alla pari, ma l’Europa al seguito. Alla fine, “la vecchia Europa” aveva ragione: l'inutile crociata contro le armi di distruzione di massa – se vi ricordate era stato questo il motivo per il quale gli USA avevano attaccato l'Irak – e la confusione che ne è seguita lo hanno ampiamente dimostrato.

L’effetto serra è una teoria

Quando Bush ha assunto la carica di Presidente degli Stati Uniti, nel 2001, non considerava il riscaldamento globale come un fatto quanto, piuttosto, come una teoria scientifica. La sua amministrazione non ha nemmeno accettato di ratificare il Protocollo di Kyoto. E i Paesi in via di sviluppo hanno così seguito il colosso americano, non molto sensibile ai problemi ambientali, appellandosi a questa stessa scusa per non firmare il Trattato. Man mano che il riscaldamento globale diventava una questione preoccupante l'Europa si è resa conto che non poteva fare molto senza la collaborazione degli Stati Uniti. Le Istituzioni europee non erano ancora abbastanza mature per coordinare una politica ambientale univoca e coerente. Alla fine, i repubblicani americani hanno cambiato idea. Il riscaldamento climatico è diventato anche un argomento importante nel corso della campagna per la presidenza alla Casa Bianca, contemporaneamente al fatto che sia i democratici che i repubblicani lo hanno alla fine riconosciuto come un dato di fatto. Ma ci si chiede se c’è ancora speranza dopo otto anni di inerzia. Otto anni fa l’Europa era pronta a reagire, non potendolo tuttavia fare, senza l’appoggio degli Stati Uniti.

E la crisi finanziaria….

(Jaume d'Urgell/flickr)Gli Stati Uniti sono per il libero scambio e la libera concorrenza, mentre l’Europa preferisce un approccio economico maggiormente disciplinato (la Gran Bretagna si barcamena tra le due posizioni). Se per parecchi anni, questi due sistemi economici hanno convissuto in forma pacifica anche se, nel mondo globalizzato nel quale viviamo, si scontrano creando confusione, come lo dimostra l’attuale crisi economica, che è il risultato della deregulation dei mercati finanziari americani nel corso degli ultimi due decenni. Chi aveva il compito di assegnare delle regole al mercato, avendo le mani legate, ha adottato delle misure che si sono dimostrate inefficaci, specialmente durante la presidenza di Bush. E come dice il proverbio ”quando il gatto non c’è, i topi ballano”, gli investitori hanno fatto il passo più lungo della gamba e nessuno ha potuto impedire loro di cadere. Sfortunatamente, in un sistema economico che ruota attorno agli Stati Uniti, i problemi americani diventano subito mondiali nonostante un approccio protezionista dei mercati europei. Di qui le teorie sulla fine del capitalismo in salsa anglosassone.

Durante la Presidenza francese all’Unione europea, il Presidente Nicolas Sarkozy non è stato tenero sulla questione. In occasione di un discorso tenuto a Tolone, nel settembre 2008, ha criticato pesantemente il sistema economico americano e ha spiegato che la deregulation del mercato economico spinta all’estremo « è stata una follia le cui pesanti conseguenze si pagano adesso» . Se l’Europa vorrà proteggere il suo futuro, deve prendere delle iniziative e regolamentare le banche.

Il Presidente russo Dmitri Medvedev, si è espresso in maniera ancora più ferma quando ha dichiarato che il mito della superiorità americana si era appena frantumato: «l’epoca dell’egemonia americana sull’economia mondiale è terminata ». Ancora una volta l’Europa aveva in fondo ragione, ma in pieno periodo di recessione un «te l’avevo detto» suona un po’ paradossale. Tuttavia sarebbe un’ingenuità credere che i rapporti tra Europa e Stati Uniti ritorneranno tali e quali a com'erano prima del 2000. Ben inteso, all'Europa piace Barack Obama, ma è stata duramente colpita dalla Presidenza di Bush. Chissà se i cittadini statunitensi non eleggeranno di nuovo un Presidente come Bush nei prossimi quattro anni. Come direbbe il presidente uscente «Fool me once, shame on me, fool me » ( “farsi prendere in giro una volta, va bene, ma la seconda…”). E allora, non bisognerà farsi “prendere in giro” una seconda volta.