L'Europa all'asta: dietro le quinte del TTIP

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 16 ottobre 2014

Con tutti gli occhi puntati sulla crisi in Ucraina, l’Unione Europea e gli Stati Uniti sono nel mezzo dei negoziati sul Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), un accordo che potrebbe alterare drasticamente le relazioni commerciali tra i due blocchi. Presidente Obama, l’Europa è in vendita!

Questo autunno sembra che le istituzioni europee si siano appassionate ai trattati commerciali. Il 26 settembre l’UE e il Canada hanno concluso i negoziati per il CETA (EU-Canada Trade Agreement), che attende ora di essere approvato dagli stati membri dell’UE e dalle province del Canada.

Fra le opere c’è poi un secondo accordo: l’UE è nel mezzo di negoziati con gli Stati Uniti per sviluppare il più ampio trattato comprensivo al mondo sul libero commercio. E le proteste sono presto scoppiate a Londra, Berlino, in Francia, Italia e Spagna con i cittadini che hanno sollevato le proprie preoccupazioni sul progetto.

Nonostante si tratti di una decisione epocale, l’arbitrato sul Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti è stato approvato a larga maggioranza in entrambe le sponde dell’Atlantico e soprattutto a porte chiuse, lontano dagli sguardi dei cittadini. Tuttavia, c’è ragione di prestare attenzione alle procedure poiché il risultato promette di introdurre cambiamenti fondamentali nelle regole del commercio globale, in particolare nelle relazioni fra governi, corporazioni e cittadini. 

Il TTIP in breve

In parole povere, l’accordo proposto servirebbe principalmente a ristrutturare le relazioni commerciali esistenti tra UE e USA, ossia tagliando le tariffe, rimuovendo le barriere e armonizzando gli standard industriali e i regolamenti che limitano lo scambio di beni e servizi per avere accesso al mercato. Secondo il sito della Commissione Europea, il trattato proposto risparmierebbetempo e denaro superflui alle compagnie che vogliono vendere i loro prodotti su entrambi i mercati”. A trarre i maggiori benefici sarebbero le grandi aziende, in particolare l’industria automobilistica e metallurgica che aumenterebbero le esportazioni oltre il 40% e incrementerebbero i guadagni abbattendo i costi. Si prevede che alcune compagnie risparmierebbero fino all’80%.

Un altro argomento diffuso per promuovere il trattato riguarda la crescita del PIL. Secondo le stime si prevede infatti che l’UE accrescerebbe le dimensioni dell’economia di 119 miliardi di euro in più l'anno, mentre l'econonia statunitense crescerebbe di 95 miliardi. Per quanto queste cifre sembrino elevate, rappresentano in realtà una percentuale trascurabile del PIL totale di entrambe, rispettivamente lo 0,5% e lo 0,4%. Ciò è vero in particolare quando si confrontano questi dati con i profitti delle grandi compagnie che le grandi compagnie potrebbero ottenere nel caso in cui il trattato venisse ratificato.

Nonostante la propaganda presenti il progetto come un vantaggio per tutti gli europei e tutti gli americani, si prevede che i cittadini riceveranno magri profitti. Il nucleo familiare medio europeo di quattro persone guadagnerebbe 545 Euro in più all’anno, un aumento di appena il 2,7% dei ricavi, in base ai dati di Eurostat. Negli Stati Uniti, la famiglia media guadagnerebbe 655 euro in più all’anno, un aumento approssimativo dell’1,5%, secondo i dati compilati dallo United States Census Bureau.

Se è vero che il trattato faciliterebbe il libero scambio per le aziende fra le due sponde, non si fa menzione di un’aumentata mobilità o libertà di movimento per i cittadini, cosa che potrebbe aiutare alcuni degli alti tassi di disoccupazione in UE (11.5% ad agosto 2014), soprattutto fra i giovani. È anche incerto dire con esattezza quante possibilità d'impiego risulterebero grazie a questo accordo. Secondo l’Economic Analysis Explained della Commissione Europea, il numero di posti di lavoro potenzialmente creati dal trattato non può essere quantificato, nonostante le grandiose promesse del Commissario Europeo per il Commercio, Karel De Gucht.

Aziende vs. Governi: Chi è il vero vincitore?

Il progetto darebbe non solo maggiore liberalizzazione al commercio bilaterale tra UE e USA, ma minaccerebbe di alterare drasticamente le relazioni tra stati e compagnie, lasciando i governi esposti ad azioni legali se le proprie leggi dovessero danneggiare i profitti di queste ultime e dei loro investitori.

I canali attraverso i quali verrebbero condotte tali procedure legali è uno degli aspetti più discussi del TTIP. L’Investor-to-State Dispute Settlement (ISDS) consente a un investitore straniero di ingaggiare avvocati contro uno stato se un cambiamento nella legislatura o nelle politiche dovesse influenzare negativamente i suoi guadagni. Aldilà dei luoghi comuni sugli accordi sul libero scambio, la clausola è controversa; la Commissione Europea ha ricevuto, attraverso un portale internet per i cittadini creato per dare feedback sui negoziati, 150mila segnalazioni di preoccupazione riguardo l’inclusione della misura nel TTIP, posizionandola fra le prime preoccupazioni degli elettori.

Col modello attuale, le imprese hanno lo stesso accesso a ricorsi legali di ogni altra entità o individuo, cosa che le mette sullo stesso piano rispetto a ogni altro membro della società e, allo stesso tempo, preservando il potere dello stato di promulgare leggi che siano richieste dalla maggioranza degli elettori. Allo stesso tempo, il modello ISDS riserva a tribunali speciali le dispute legali delle aziende, concedendo loro un accesso privilegiato e rapido a giudici, avvocati e allo stato. In questo modo le grandi corporazioni hanno un canale prioritario per sfidare sfidare le legislazioni che vanno a svantaggio dei loro interessi commerciali, elevandole di fatto al di sopra dei cittadini e dei governi nel processo.

La brutta china dei Diritti dei Lavoratori

Armonizzazione non si traduce necessariamente in progresso, spesso corrisponde al minimo comune denominatore tra due parti. La spinta all’omologazione delle condizioni di lavoro in Europa e Stati Uniti è causa di timori di un arretramento dei diritti dei lavoratori nell'Unione Europea. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha istituito infatti otto accordi per proteggere i diritti dei lavoratori. E se gli stati membri dell’UE li hanno ratificati tutti, solo due sono stati approvati negli Stati Uniti.

Un altro problema è la tendenza degli Stati Uniti a ignorare le rappresentanze collettive. Nel contesto del TTIP, i sindacati rappresentano "barriere" ai flussi del commercio internazionale così come molti dei privilegi di cui godono i lavoratori europei. In quanto tali, le compagnie sarebbero in grado di scegliere con cura dove localizzare le proprie operazioni confrontando in anticipo i costi del lavoro – salari, tasse, contributi sociali, ferie, benefici accessori, e il potere dei sindacati – e scegliere semplicemente il paese più economico e con meno noie. 

Specchietti per le allodole

Nonostante tutte le controversie, l’aspetto più criticabile del TTIP è la mancanza di partecipazione pubblica ai negoziati. Il processo ha trasformato in un accordo a porte chiuse la contrattazione tra burocrati distaccati e businessmen legittimamente interessati all’approvazione dell’accordo, invece di proporre una consultazione attiva che includesse adeguatamente i cittadini. Mentre la retorica attorno al TTIP si concentra sugli investitori, gli stati dovrebbero considerare i propri cittadini come tali, attraverso il voto e garantendo dunque il diritto ad essere coinvolti nei processi decisionali.