L'Europa alla ricerca di una soluzione per la crisi libica

Articolo pubblicato il 22 marzo 2015
Articolo pubblicato il 22 marzo 2015

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L’Unione europea attende che i libici smettano di combattere tra di loro e formino un governo unitario, ma cosa bisogna fare prima che questo accada?

«Siamo pronti a sostenere con tutti i mezzi possibili il nuovo governo di unità nazionale in Libia»: in seno al Consiglio Europeo la voce è forte e unanime, ma si è già smorzato l'entusiasmo sulla questione dei pericoli dell'Africa del nord. L'esempio della Siria, dell'Iraq e dell'Egitto ha dimostrato che dichiararsi ribelli e democratici non è sufficiente per ricevere il sostegno della comunità internazionale.

Il Parlamento europeo si impegna anche nella battaglia

«La situazione in Libia è drammatica»: il primo ad affrontare il delicato tema dell'ex regno di Gheddafi è stato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, il quale, con questa frase, ha aperto giovedì la conferenza stampa che è seguita al suo intervento di fronte ai 28 capi di Stato europei.

L'intervento ha passato in rassegna tutti i temi sulle prime pagine in questi ultimi giorni, in particolare l'attentato a Tunisi al museo del Bardo. Tuttavia la Tunisia non rappresenta l'unica preoccupazione dei 28 capi degli Stati membri, l'Unione europea è infatti consapevole della necessità di avere una visione di insieme nell'Africa del nord, innanzitutto in Libia. «Dobbiamo aiutare il popolo libico, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle sue sofferenze, non possiamo voltare le spalle al nostro vicino», ha dichiarato chiaramente Schulz ai leader europei. Qualche minuto più tardi, il politico tedesco ha precisato ai giornalisti che «il Parlamento europeo farà tutto ciò che è necessario per migliorare la situazione in Libia ed evitare un crollo».

Il discorso di Schulz e l'intervento del primo ministro italiano Matteo Renzi hanno permesso di cominciare a prendere in esame il tema delle frontiere mediterranee dell'Europa, ma è stato durante la seconda giornata che i capi di Stato hanno avuto la possibilità di analizzare l'argomento più nel dettaglio. «La crisi in Libia è una delle più gravi e drammatiche al di fuori delle nostre frontiere» ha dichiarato Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, al suo arrivo al Consiglio nella mattinata di venerdì. «Da questa riunione mi aspetto un forte mandato per esplorare tutti i mezzi possibili con i quali l'Unione europea non solo potrà sostenere un dialogo, ma anche valutare i risultati conseguiti tramite tale dialogo, a condizione che ci sia un governo di unità nazionale».

Le conclusioni del vertice

Le aspettative della Mogherini erano dunque molto chiare e il Consiglio europeo non si è astenuto dal soddisfarle. I 28 capi degli Stati membri hanno infatti conferito un pieno mandato all'Alto rappresentante, il quale, alla fine del vertice, ha spiegato che avrà come obiettivo quello di ricercare «azioni concrete in grado di sostenere un futuro governo d'unità nazionale in Libia». Un pieno sostegno dunque, ma non a chiunque. 

L'esempio della Siria, dell'Iraq e dell'Egitto ha dimostrato all'Unione europea che dichiarare di essere contro un regime non è sufficiente per ricevere il sostegno della comunità internazionale; bisogna innanzitutto creare e identificare un interlocutore istituzionale credibile ed equilibrato prima di inviare denaro al di là del Mediterraneo.

«Voglio essere chiara, non stiamo pianificando un intervento militare dell'Unione europea in Libia» ha puntualizzato Mogherini. «La crescente minaccia costituita dallo Stato Islamico dovrebbe rappresentare un'occasione per tutte le parti libiche di essere unite contro il terrorismo e non di combattere gli uni contro gli altri. I libici devono comprendere che non c'è un'altra soluzione se non quella che prevede il dialogo, dunque devono smettere di scontrarsi tra loro e formare un governo d'unità nazionale». L'Unione europea per una volta sembra essere concorde a riguardo, così come lo sono le Nazioni Unite, secondo quanto affermato dal primo ministro belga Charles Michel. 

Dalla Libia alla Tunisia: un pericolo per l'Europa

In Libia regnano instabilità e caos, ma il recente attacco terroristico a Tunisi ha dimostrato che non bisogna mai abbassare lo stato di allerta in tutta la zona, persino nelle «democrazie più promettenti», come afferma il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. «Quando si parla di instabilità in Libia si parla anche di instabilità in Tunisia e quindi di instabilità in tutta la zona e di un pericolo per l'Europa» ha ben chiarito Mogherini.

Per questo motivo, l'Alto rappresentante e il presidente del Consiglio europeo hanno deciso di recarsi a Tunisi il prossimo 31 marzo per incontrare le autorità locali. L'obiettivo dichiarato dell'Unione è quello di rafforzare la cooperazione con lo Stato africano su differenti fronti, come la lotta al terrorismo, l'economia, le riforme sociali, i diritti umani e il processo di transizione democratica.

Gli esperti europei in sicurezza sono già in Tunisia da qualche settimana e, in seguito all'attentato nella capitale, la loro funzione ha assunto un certo rilievo. Tusk ha però precisato che «è necessario comprendere che non c'è una soluzione semplice e a breve termine, there is no superbullet (non esiste una soluzione che produca miracoli, ndr)». Tuttavia più il tempo passa e più la situazione diventa esplosiva. Durante la primavera, scene drammatiche potrebbero aggravare la tragica situazione, spingendo ancora più persone a cercare di raggiungere le coste europee passando per il mar Mediterraneo.

L'Alto rapprentante ha promesso che nelle prossime settimane verranno ricercate e proposte agli Stati membri delle soluzioni concrete, nello specifico Mogherini affronterà il dossier in questione durante il Consiglio degli Affari esteri che si terrà il 20 aprile. Le intenzioni dei 28 Stati membri sembrano dunque essere risolute e unanimi, anche se Matteo Renzi, primo ministro di uno dei paesi cui la crisi africana riguarda da vicino, ha così risposto alle questioni sulla Libia: «abbiamo avuto un buon dialogo, ma il dialogo non basta».