Letitia Mark, attivista rom: una donna per il suo popolo

Articolo pubblicato il 26 luglio 2011
Articolo pubblicato il 26 luglio 2011
Letitia Mark lotta nella Romania dell’ovest per l’integrazione dei rom. Appartenente alla stessa minoranza, la donna, quasi sessantenne, dirige il centro FEMROM, ong con sede a Timişoara. Un ruolo importante in Romania, dove su una comunità rom di circa 2 milioni di persone regnano ancora molti pregiudizi.

Ai più di 40 bambini che la circondano Letitia Mark chiede: “Cosa significa la ruota nella nostra bandiera?". Samuel, 13 anni, lo sa: la ruota è simbolo del viaggio continuo, il blu del cielo e il verde dell’erba. Letitia, “Doamna Leti” come la chiamano affettuosamente i bambini, vuole che crescano rispettosi: della loro identità, di loro stessi e del mondo. E educati. Non è ammessa nessuna cartaccia sul pavimento della sala comune.

“OPRE ROMA – Rom, rialzatevi!”

La bandiera è stata scelta nel 1971 in occasione del primo congresso internazionale rom, insieme alla stessa definizione “rom” e allo slogan “OPRE ROMA – Rom alzatevi in piedi!”. Nell’Europa dell’est il movimento rom, con il quale la minoranza lotta per i propri diritti, nacque appena dopo la fine del comunismo. Letitia si trovò per caso ad avere a che fare con il movimento. Poco dopo la rivoluzione degli anni 90, nell’università di Timişoara si tenne una conferenza. Un oratore rumeno si lamentò del fatto che nessun rappresentante rom prendesse parte al dibattito. Letitia Mark, allora docente, si alzò indignata e disse ad alta voce: “Ci sono tanti rom che avrebbero qualcosa da dire, ma nessuno li invita a farlo!”

Da quel momento si fece portavoce del popolo rom. Ma quando venne invitata all’estero la gente cominciò a dire “Ecco, se ne rimarrà in occidente”. Delusa dalla diffidenza dimostrata dal suo popolo, Letitia abbandonò la politica. Ma credeva ancora nell’importanza dell’educazione e della formazione. Dal momento che per una donna è sempre difficile trattare con gli uomini, nel 1997 fondò l’organizzazione FEMROM, l’associazione delle donne rom per i loro figli. All’inizio Letitia lavorava nella sua cucina. Doveva procurarsi gli atti di nascita e i certificati d’iscrizione, altrimenti i bambini non potevano frequentare le scuole. Solo dopo trattative faticose, Letitia ricevette un terreno dall’amministrazione comunale: “Non c’era nulla, solo due muri. Dovemmo costruirci un tetto sopra le teste”.

Oggi, nello spazioso pianterreno, si danno ripetizioni, si tengono corsi di informatica per le donne e conferenze culturali. Nel sottotetto vivono alcune studentesse rom che offrono ripetizioni e servizi di mediazione. Saranno un giorno le dirigenti del centro, magari del movimento rom? Letitia lo spera. Si godrebbe volentieri la pensione di quando lavorava ancora all’università. Certo il contratto d’affitto finirà presto, costruiranno un centro commerciale e il FEMROM sarà una spina nel fianco per la città. I soldi, nonostante i finanziamenti dell’UE, non bastano. La casa ha ancora bisogno della sua anima buona e della sua presidentessa energica.

La sua storia: un esempio

Letitia Mark è nata nel gruppo dei “Rudari”. La sua identità le è stata chiara da sempre. Il nonno fu l’ultimo artigiano del paese, intagliava mestoli in legno. E sapeva raccontare tante storie. Sotto il comunismo ufficialmente non esistevano minoranze etniche. Tutti dovevano essere uguali, questa era la teoria. Nella pratica ciò stava a significare che ogni cittadino doveva versare i propri utili allo stato. Così la grande famiglia di Letitia emigrò a Timosoara, i suoi genitori cominciarono a lavorare in fabbrica. Per aumentare le entrate, Letitia, allora bambina, cominciò a chiedere l’elemosina. “All’inizio me ne vergognavo. Poi anche mia nonna lo fece, e anche le mie amiche. Mi ci abituai”. Letitia pensa che la sua potrebbe essere la vita di una qualsiasi altra donna rom dei nostri tempi. E’ diventata una femminista, perché ogni donna che si ribella ai ruoli fissi è femminista. E lei si ribellò: finita la scuola non volle sposarsi, ma continuare a studiare. Nel suo comune fu la prima a diplomarsi. Se ne andò a Bucarest perché i suoi genitori non le pagavano l’università. Studentessa di greco e latino, tornò a Timişoara nel1984.

Futuro e regresso

L’espulsione, nell’estate 2010, dei rom dalla Francia ha amareggiato e rattristato Letitia: accanto ai troppi poliziotti, chi tornava veniva accolto dai giornalisti con domande tipo: “Cos’hai rubato?”, “Che crimine hai commesso?”.“Ho visto questi poveri uomini e donne che tenevano in braccio fagotti e bambini che piangevano, un’immagine che mi ha ricordato la deportazione. Ho sentito che i rom sarebbero potuti essere deportati e trasferiti a piacere, che nessuno si sarebbe alzato in loro difesa o avrebbe urlato ‘Basta!’”.

“A volte”, confessa Letitia, “penso di aver sbagliato qualcosa”. Abbassa i suoi occhi scuri. “Avrei dovuto puntare a una carriera che mi permettesse di avere una reale influenza politica”. Bussano alla porta. Una ragazzina fiera esibisce la sua pagella. “Brava!”, gli occhi di Letitia tornano a brillare. Si riesce a capire come dai piccoli successi attinga nuova energia.

Foto : ©Natalie Lazar