L'eterna lotta tra il ciclista e la città

Articolo pubblicato il 16 novembre 2012
Articolo pubblicato il 16 novembre 2012
Breve racconto seriamente ironico sulla ciclabilità di Torino. Anni fa, una decina o forse più, mi divertivo a rincorrere, insieme a degni compari, le moto da cross per le strade di campagna.
Rincorrevamo quei rombi assordanti e graffianti tra vigne, soia e campi di grano con le nostre biciclette, cadendo chissà quante volte perché la ghiaia ci coglieva di sorpresa dietro una curva, oppure perché finire nei fossi lasciati dalle due ruote motorizzate era un po' come mettere le ruote nei binari del tram.

Essì, perché Torino è disseminata di binari, alcuni in uso e altri abbandonati, stretti nell'asfalto: spesso, con le sottili ruote della mia rossa bici-trattore a pedali, finirci dentro significa caduta certa, a meno di acrobatiche e funamboliche mosse a metà tra goffi tentativi di restare in equilibrio e numeri da circo che neanche Moira Orfei. Ma questo è nulla, in fondo ci si abitua, si sta nel mezzo tra i due binari e si spera che nessun tram sopraggiunga alle nostre spalle, perché nel caso dovesse succedere, la pedalata si trasformerebbe in una corsa per sfuggire il “mostro” cittadino che divora l'asfalto, parafrasando Guccini.

Perché tu non ti metti sulla tua strada?!” è il consiglio paterno (o, alle volte, materno) che riceviamo noi ciclisti maledetti. Seppure ogni consiglio sia sempre ben accetto, spesso si ignora che il ciclista non è per sua natura suicida e se potesse scegliere tra lo slalom di macchine, camion, furgoni, autobus, mezzi ferrati e la ciclabile, a naso credo opterebbe per quest'ultima.

Otto del mattino di una fredda giornata autunnale, di quelle che iniziano e finiscono con la nebbia, ma che durante il giorno regalano un po' di sole. Via Vanchiglia si anima di gente e la strada diventa un campo di battaglia, si mette in scena una lotta a suon di cappuccio e brioches. Da un lato ci sono i mezzi parcheggiati rigorosamente in doppia fila mentre, sull'altra corsia, corrono le auto: sembra che per questa strada passi l'intero parco macchine cittadino e intanto un'aria mefitica ti fa prudere la gola. Per chi non si rassegna e continua a pedalare, meglio passare su via Bava, la parallela molto più tranquilla e gestibile. Arrivati sul Lungo Po, dopo aver attraversato piazza Vittorio Veneto con la foschia che nasconde il Monte dei Cappuccini e la Gran Madre, le cose si fanno più semplici, almeno in apparenza.

La ciclabile che costeggia corso Moncalieri, nascosta sotto una fila ininterrotta di alberi ti permette quasi di non accorgerti del traffico che ogni mattina e sera congestione quella via. L'autunno ha iniziato la sua annuale strage di foglie ingiallite e marroncine lasciandole cadere al suolo. Di fatto, la ciclabile è ricoperta quasi completamente di questo tappeto e, se da un lato tutto ciò può apparire quasi poetico, dall'altro nasconde numerose insidie: le radici degli alberi e qualche buca disseminata qua e là lungo il percorso. E se certo non si possono tagliare le radici e ancor meno fermare l'autunno, magari si può dare una sistemata alle buche.

La concretezza reale del quotidiano lamento popolare, nella sua ripetitiva banalità, mi stupisce a volte. Nonostante qualche buca, la ciclabile alberata di corso Moncalieri, per lo meno, salva i ciclisti dalla pioggia. E per fortuna che a Torino ci sono diversi portici e vie porticate, giacché il tempo da queste parti non si prende la briga di avvisare quando decide di piovere, grandinare o nevicare. Tuttavia, sotto i portici è rigorosamente vietato montare in sella, qual che sia il tempo meteo, pena la visione di scene di inseguimento da parte di vigili urbani che tentano di disarcionare screanzati ciclisti, immagini che rievocano molto le migliori puntate di Benny Hill.

Tornando alle ciclabili torinesi, però, quello che le rende uniche nel loro genere non sono certo le buche, bensì la loro capacità di terminare nel nulla, con un muro oppure in mezzo a un incrocio o dentro a un distributore di benzina (quale ironia!), così senza preavviso, a sorpresa. Zac Zac Zac, colpo netto, progettate e tagliate su carta, probabilmente. E, il risultato è quello di finire, senza nemanco accorgersene, in un parcheggio per esempio, e per di più in contromano rischiando uno e più d'un frontale.

Il pericolo più grosso, tuttavia, sono e restano sempre loro, il grande ed eterno nemico del ciclista, il suo rivale, la sua nemesi: il pilota da doppia fila che, insieme con qualche pirata della strada e a una categoria protetta affetta dal morbo dell' “insensibilità al piede dell'acceleratore”, formano una squadra molto temibile. E, purtroppo, mortale in certi casi.

Di fatto, Torino non può dirsi propriamente una città ciclabile (nel senso olandese del termine) e l'auto rimane preferita, come dimostra il rapporto di Legambiente Ecosistema Urbano. Nonostante ciò, il numero di biciclette per le strade aumenta di giorno in giorno, anche d''inverno, anche con il freddo. Certo, spazi per interventi strutturali sulla mobilità ce ne sono molti, per esempio rendere veramente ciclabile la pista di via Verdi, magari chiudendola al traffico nel tratto da piazza Castello a via Giulia di Barolo. Rimane però una certezza, spesso ripetuta nei più disparati campi e nelle più diverse discipline: la rivoluzione deve essere culturale. Modificare gli atteggiamenti della nostra società è il punto di partenza per il vero cambiamento. E se la politica può dargli una mano, perché non percorrere questa strada in parallelo?

Mattia Marello