L’esperto: “Mosca teme l’effetto domino”

Articolo pubblicato il 06 dicembre 2004
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Articolo pubblicato il 06 dicembre 2004

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“L’Europa deve prender posizione per la democrazia e contro la divisione del paese”, spiega Klaus Segbers, esperto di Europa Orientale della Freie Universität di Berlino.

Klaus Segbers lavora per l’Istituto per l’Europa dell’Est presso la Freie Universität di Berlino. In questa intervista a café babel, analizza i nuovi equilibri geopolitici che si stanno delineando per l’Unione in Europa orientale.

Il segreto delle proteste di Kiev è un’organizzazione formidabile: più di 1500 tende nel centro della città, rifornimento per centinaia di migliaia di manifestanti, bandiere e sciarpe arancioni. Chi sostiene l’opposizione in questa protesta?

L’intero conflitto ha una forte dimensione interna, che non si può ignorare e che rimane indipendente della sua dimensione internazionale. Yushenko e Yanukovitc godono entrambi di sostegni molto forti all’interno del sistema-paese, nel mondo economico, in strutture guidate da oligarchi e industriali. Ogni gruppo cerca di piazzare il proprio candidato. E poi, bisogna anche sottolineare come a Kiev vi sia pure una burocrazia di stato assai influente – una sorta di “terza forza” che cerca naturalmente di assicurarsi i propri tornaconto. Sono quindi parecchi gli attori politici interni coinvolti nella lotta per la presidenza.

Ma cosa si fa all’estero per sostenere i manifestanti?

Il governo della Federazione russa ha presto delineato una posizione chiara sulle elezioni in Ucraina. Stati Uniti ed Unione Europea stanno dall’altro lato. Ognuno di questi gruppi nazionali ed internazionali manda soldi ed assistenza tecnica. Dalla Russia vengono i cosiddetti “esperti elettorali”, che partecipano all’organizzazione delle elezioni, mentre l’Occidente manda anch’esso i propri osservatori elettorali. Entrambi i candidati sono stati consigliati sul miglior modo di organizzare e mettere in scena le proprie manifestazioni. I consiglieri venivano per esempio dal National Democratic Institute, presieduto da Madeleine Albright. Ma anche in Russia vi sono alcuni istituti vicini al Cremlino che si occupano di Ucraina.

Come si spiega il coinvolgimento americano in Ucraina?

Apparentemente, a Washington vi è ancora il riflesso, ogni volta che appare come possibile, di muovere le proprie pedine nell’ex-sfera d’influenza sovietica. Fu già il caso in Georgia l’anno scorso e negli stati dell’Asia centrale come l’Uzbekistan o il Kazakistan dopo l’11 Settembre. Come questo comportamento degli USA si combini con la partnership stabilita due anni fa con il governo russo nell’ambito della guerra contro il terrore non è ancora stato chiarito del tutto. Quel che è chiaro, purtroppo, è che da entrambi i lati vi sono non uno, ma svariati attori politici. Che perseguono interessi propri e strategie che non si possono riassumere in una “unità” in grado di rappresentare insieme America e Russia. Non è quindi esatto dire che in America “si” voglia smascherare Putin e “si” sviluppino strategie e progetti a questo scopo unico. La politica non funziona più così.

È possibile per Putin accettare una eventuale vittoria di Yushenko alle prossime elezioni del 26 dicembre senza perdere la faccia?

Sarebbe stato intelligente non intervenire così ripetutamente nella campagna elettorale ed inviare le congratulazioni solo dopo la proclamazione dei risultati. Non era nemmeno indispensabile mandare il sindaco di Mosca nell’Ucraina orientale a sostenere il movimento secessionista. In passato, però, Mosca ha dimostrato di sapere imparare dai propri sbagli. Malgrado dichiarazioni relativamente forti, un indietreggiamento rimane ancora possibile se Putin accetterà la decisione della Corte Costituzionale di considerare illegali i risultati elettorali, e acconsentirà a nuove elezioni. L’alternanza politica sarebbe quindi legittima e in conformità col desiderio del popolo ucraino. Sarebbe una soluzione accettabile per Putin.

Perché un indietreggiamento è così difficile per Putin?

Dal punto di vista di Mosca, l’Ucraina è nel bel mezzo di un processo iniziato 14 anni fa. Uno per uno, i paesi dell’Europa centrale ed orientale, i paesi baltici, e quelli del sud-est dell’Europa sono diventati membri della Ue e della NATO. Secondo i negoziati sulla riunificazione della Germania, questi sviluppi dovevano rimanere esclusi. Ciononostante, i governi di questi paesi hanno poi reso pubblica la loro intenzione di aderire sia alla NATO che alla Ue, e le due organizzazioni sono andate loro incontro. Dal punto di vista russo, questo significa naturalmente un cambiamento colossale sullo scacchiere europeo. E ci si aspetta da un governo Yushenko che anche l’Ucraina incominci a tendere verso l’adesione alla Ue e alla NATO. Ciò costituisce una reale preoccupazione per la Russia.

Può o dovrebbe la Ue esercitare delle pressioni per ottenere una soluzione pacifica per la questione ucraina?

Al momento, in Ucraina, si tratta di una questione di potere interno: quale dei due grossi gruppi economici riuscirà a conquistare il potere formale, ad aggiudicarsi la poltrona presidenziale per i prossimi quattro anni? In questo conflitto, Ue e NATO non dovrebbero interferire. La cosa resta di competenza dell’Ucraina stessa. La Ue dovrebbe decidersi, e nello stesso tempo occuparsi con prudenza del caso. L’Ucraina fa parte dell’Europa e non dell’America, e per questo è la prima a doversi occupare dei suoi più scottanti problemi. Decidersi significa denunciare ad alta voce gli eventuali brogli elettorali. Ma se l’Europa vuol essere prudente, non può permettersi di dichiararsi a favore dell’uno o dell’altro candidato. La prudenza implica inoltre anche di non rafforzare dall’esterno le tendenze verso una scissione dell’Ucraina.

In terzo luogo, la prudenza richiede che non vengano mandati segnali erronei alla Russia, segnali che potrebbero dare l’impressione che si voglia alienare l’Ucraina o imporle il modello occidentale. Ma ancora una volta, si tratta di una questione europea, nella quale dobbiamo esser coinvolti e da non abbandonare ad altri.

Dopo la Georgia e forse anche l’Ucraina, ritiene che anche la Bielorussia possa avviarsi alla democrazia?

Per il momento, in Bielorussia non vedo nessuna delle necessarie condizioni, ma a Mosca esiste naturalmente la preoccupazione che ciò possa accadere anche da quelle parti.

La preoccupazione principale della Russia è infatti che l’obiettivo finale di questa trasformazione non sia l’Ucraina o la Bielorussia, bensi la Russia stessa. E questa preoccupazione viene accompagnata dalla paura che nel 2006 si presenti una sorta di Yushchenko russo. Da circa otto anni, si può parlare di scenari ricorrenti nei processi di transizione in Europa dell’est, con un dispiegamento mediatico particolare. Uno degli elementi principali è l’adozione da parte dei media di una dicotomia bene-male. In Serbia fu Djindjic, in Georgia Saakashvili e adesso in Ucraina è Yushenko a rappresentare questo “lato buono” e ad attrarre un chiaro sostegno dei media. Per ora, la situazione in Bielorussia e anche in Russia non si avvicina nemmeno a tutto ciò. Ma ciò non significa che a Mosca non ci sia questa paura. La politica non dipende necessariamente da anticipazioni razionali.