L’Erasmus ai tempi della crisi: l’Europa giovane (s)muove l’Unione

Articolo pubblicato il 31 luglio 2012
Articolo pubblicato il 31 luglio 2012
Lo sentiamo dire, lo leggiamo, lo percepiamo, lo viviamo: l’Europa barcolla da mesi e delle ombre si allungano, sempre più inquietanti, sull’Unione Europea, sulle sue politiche individuali e sulla sua politica centrale.
Tuttavia, un dato in netta controtendenza, una ristoratrice boccata d’aria fresca, è quella che giunge dal “Rapporto Annuale Erasmus” per l’anno accademico 2010/2011 e che parla di un incremento del 3,4% (rispetto ai dodici mesi precedenti) del numero di studenti universitari che hanno scelto di studiare all’estero nell’ambito di questo Progetto ormai venticinquennale. 

di Sara Stopponi

L’ Erasmus nasce nel 1987, quando l’allora associazione studentesca “Egee” convinse l’allora presidente francese François Mitterrand ad appoggiare l’idea (senz’altro innovativa) di educare i giovani a sentirsi pienamente parte di quella che, dal 7 febbraio 1992, sarà ufficialmente l’”Unione Europea” attraverso un programma che prevedeva esperienze di studio condotte all’estero ma legalmente riconosciute dalle Università di appartenenza dei giovani partecipanti e in parte finanziate dal Progetto stesso (oggi il contributo mensile offerto ad ogni studente oscilla intorno a € 300). 

Da quell’ormai lontano 1987 di strada se ne è fatta e, da quando il progetto era ancora ai blocchi di partenza, si è passati dai 3.244 studenti aderenti  di allora ai 213.266 universitari partecipanti nel 2010; proprio nel 2010, il 10% (vale a dire 21.039 ragazzi) aveva un passaporto italiano. La meta preferita degli studenti italiani che scelgono di studiare all’estero resta la Spagna, seguita da Francia, Germania e Regno Unito. La nazione iberica (con le Università di Granada, Valencia, Madrid, Barcellona, Siviglia, Salamanca e Alicante) si conferma la meta più gettonata anche per il resto degli universitari d’oltralpe: seguono l’Italia (atenei di Bologna, Firenze e Roma), la Germania (Berlino) e il Regno Unito (Londra, Cambridge, Bristol e Leicester). 

Ad oggi, le possibilità offerte da questo Progetto sono tante e si adattano perfettamente ad ogni necessità: con Erasmus è ora possibile partire sia per studiare che per affrontare esperienze lavorative partecipando a stage e tirocini, è possibile decidere di fermarsi nel paese ospitante per un lasso di tempo che varia dai 3 ai 12 mesi, e si possono scegliere come destinazioni anche Paesi come la Turchia, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda o il Liechtenstein che, pur non facendo parte dell’UE, sono ad essa associati. Proprio a proposito degli stage da fare presso imprese o centri di ricerca in uno dei Paesi europei aderenti, è interessante notare come in questo senso, nello scorso anno accademico, l’incremento dei partecipanti sia stato, rispetto al 2009/2010, addirittura del 17,5%, con un salto complessivo dagli 802 studenti in mobilità “Placement” del 2007/2008 ai 2.258 del 2010/2011.

Al di là dei numeri e dei valori percentuali, tuttavia, questi dati parlano chiaro: ciò che emerge è che, nonostante le prospettive non sempre rosee che giungono dalle analisi politico-economiche degli ultimi tempi, l’Europa “giovane” non ha smesso di credere che cambiare e crescere insieme non solo sia ancora possibile, ma sia anche necessario. Non a caso il nome di questo Progetto, “Erasmus”, deriva da quello dell’umanista olandese Erasmo da Rotterdam, che viaggiò per diversi anni in lungo e in largo per l’Europa con la volontà di conoscere e capire i diversi popoli e le diverse culture che la abitavano: è questo, dunque, il motivo ispiratore, le fil rouge che caratterizza e guida studenti e insegnanti attraverso queste esperienze di scambio e di confronto.

“L’universale deve essere l’orizzonte comune che permetta di valorizzare le differenze particolari”, diceva Todorov: possiamo allora lasciarci ispirare e sostenere che il Progetto Erasmus è esso stesso una delle tante, nobili modalità che abbiamo per valorizzare e valorizzarci in Europa, per l’Europa che verrà.