L'Erasmus agli antipodi, da Bologna a Tahiti

Articolo pubblicato il 26 luglio 2012
Articolo pubblicato il 26 luglio 2012
Molti studenti hanno pronunciato, raggianti, la frase: “Mamma ho vinto l’Erasmus !”, ma io alla domanda “Dove?” ho risposto “A Tahiti”. Entusiasmo, paure, gite virtuali su google earth, vaccini di ogni tipo, saluti, un aereo e un’avventura indimenticabile. La mia testimonianza.

La Polinesia è stata una parentesi di vita inimmaginabile, l’assaggio di un universo mitico che ci si figura fatto di spiagge e noci di cocco. E’ vero che si vive in infradito tutto l’anno, le dita dei piedi dei polinesiani non si toccano perché non hanno mai indossato scarpe chiuse; è vero che ti fai il bagno in lagune azzurre popolate da pesci fosforescenti e tartarughe; è vero che sono tutti tatuati e che puoi fare merenda raccogliendo un mango da un albero lungo la strada.

Il sogno che tutti si immaginano...

L’immaginario esotico trova le sue conferme nei paesaggi mozzafiato, negli orizzonti sgombri e luminosi e nella pacifica quotidianità di un popolo sorridente. Eppure la Polinesia è anche un paradiso sofferente.

Quest’isola, scoperta dal navigatore Samuel Wallis nel 1767, è diventata l’Altrove per eccellenza; la fuga e l’avventura, una vita più naturale e meno inquinata. Le pagine della letteratura esotica hanno fatto “rimbombare” questo mito e la colonizzazione ha ultimato il processo di “appropriazione" (fino a che punto lecita?) dell’altro.

"L’alcool era assolutamente vietato e rischiavo l’espulsione"

Come studentessa all’Università della Polinesia Francese (istituzione creata nel 1999, che accoglie un massimo di 10 studenti stranieri all’anno su 3 mila iscritti) alloggiavo in un collegio femminile, religioso per giunta.

Un pomeriggio, dopo un lungo sonno, uscii a comprare una birra e, mentre me la godevo sul balcone della mia stanza, arrivò Marie (il nome è di fantasia) allarmata. Me la levò dalle mani, l’alcool era assolutamente vietato e rischiavo l’espulsione.

Questa scenetta degna di una serie tv americana è stata l’inizio di un’amicizia; Marie era nata a Fatu Hiva, studiava economia, mi ha insegnato il francese ma anche alcune fondamentali parole di tahitiano (nanà che vuol dire ciao, maeva per "benvenuto"). Mi ricordo che diceva che mi vestivo come un ragazzo e che i miei piercing erano proprio strani. Poi mi ha invitato a trascorrere il natale con la sua famiglia, mi raccontava storie a metà tra la leggenda e la realtà sui fiori, sugli animali e sul mare, placido nella laguna e tempestoso oltre il reef.

... e il risveglio che non ti aspetti

Il mare tutto intorno, giusto qualche isola vicina a spezzare l’orizzonte, aerei che portano turisti e coppiette in luna di miele che scattano foto, si viziano nei resort di lusso e poi vanno via, con in bocca il sapore di paradiso.

Fermandosi, guardando, pensando, emerge tanto altro. Per prima cosa si conoscono loro, gli indigeni perennemente abbronzati, tesi verso quel vecchio continente che studiano sui libri, di cui sanno parlare la lingua e di cui conoscono le regioni e i rilievi montuosi, proprio come un liceale parigino.

Ma chi sono? Polinesiani o francesi? Europei o popolo d’Oceania? Ed ecco che appare una parola scomoda, la "déchirure", che può tradursi come “strappo doloroso” o “sentimento di divisione” tra due mondi. Sono identità spaesate che provano a immaginarsi una metropoli, ma sono cresciute tra la sabbia, che a scuola scrivono le "dissertation" ma a casa parlano tahitiano, lingua cantilenante piena di vocali.

"Non ho mai visto compagnie miste e ho assistito a battibecchi a sfondo razzista"

In Polinesia vivono anche molti francesi, detti franì. Sono espatriati, alcuni sono quadri o privilegiati che hanno realizzato il sogno di un’estate perenne. E io, arrivata là quasi per caso, dovevo scegliere con chi stare.

Non ho mai visto compagnie miste e anzi ho assistito a battibecchi a sfondo razzista. Io avevo scelto loro, i polinesiani, perché mi hanno adottato da subito, erano incuriositi da me e quasi stupiti del fatto che fossi pronta a fare la loro vita - anche se per poco – e che non dovessero portarmi il trolley in albergo.

Se gli chiedi cosa pensano di una possibile indipendenza della Polinesia, sorridono, ti dicono che noi, "popaa”, i bianchi, stiamo sempre a fare domande, oppure con una freddezza degna di un manager liberista ti spiegano che godono di un regime fiscale privilegiato.

L'azzurro spezzato

La triste parentesi degli esperimenti nucleari francesi nel sud del Pacifico (l’ultimo nel 1996) l’ho conosciuta grazie a una dottoranda di Montreal, e poi decidendo di scrivere una tesi su Chantal T. Spitz, scrittrice arrabbiata che si serve del francese per portare i suoi testi polemici oltreoceano, nutrendoli con la tradizione orale millenaria dei racconti del mondo prima della colonizzazione. Nel 1991 ha pubblicato L'île des rêves écrasés, una saga familiare che è anche storia di tutto il popolo polinesiano; l’incontro e lo scontro con l’Europeo, l’ambizione di scrivere per lottare e riaffermare la propria identità. Secondo questa scrittrice la parola è atto rivendicativo, perché “è tempo di scrivere la nostra storia vista da noi stessi”.

Un giorno, in spiaggia, durante le assolate vacanze di Natale a Bora Bora, parlavo con uno degli zii della numerosa e chiassosa famiglia di Marie. “Sono stato a Los Angeles, poi sono tornato, lì alzavo la testa e vedevo il cielo spezzato. Mi mancava questo” ha detto, indicando l’orizzonte.

Buffo, senza saperlo, aveva citato Eugenio Montale:

"L'illusione manca e ci riporta il tempo 

nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra 

soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase"

(Eugenio Montale, "I limoni", dalla raccolta "Ossi di seppia" , Torino, 1925)

Foto di copertina: vgm3838/flickr; nel testo: © di Caterina Grignani