L'emozionante avventura del Servizio Volontario Europeo

Articolo pubblicato il 27 agosto 2014
Articolo pubblicato il 27 agosto 2014

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Dal 2014 ha preso il via il programma Erasmus+, in cui sono stati accorpati i precedenti progetti di scambio europei. Tante sono le opportunità soprattutto per i giovani, da valutare insieme alle impressioni di chi ci è passato.

I programmi Erasmus e Gioventù in Azione hanno formato una generazione di viaggiatori entusiasti e a volte un po' smarriti. E se il primo ci ha restituito amici sconfortati, ritornati a casa con la voglia di proseguire una vita di feste senza alba e innamoramenti veloci, il secondo prometteva, almeno nel nome, qualcosa di più impegnativo.

Il risultato dei progetti finanziati da Gioventù in Azione, tuttavia, è sempre incerto, perché diversi sono i casi: alcuni scambi culturali tra giovani intraprendenti coinvolgono a volte gruppi di adolescenti annoiati, intenti ad interagire solo col proprio smartphone; ci sono poi esempi di corsi di formazione interessanti e produttivi, e altri che, invece, sono solo una deludente messa in pratica di un formulario copia-incollato, durante i quali il momento più formativo resta la serata “interculturale”, quando si testa la differenza tra la slivovice, la palinka e la rakija, e si apprende il rito del brindisi in Georgia. E poi c'è il Servizio Volontario Europeo, SVE per gli amici; tra entusiasmo e malcontento, anch'esso ha finora creato tante storie diverse.

A differenza dei programmi di breve durata, lo SVE dura da alcune settimane a un anno intero. Si può scegliere un progetto in una grande città, dove sono già presenti organizzazioni con altri volontari, ma si può anche, più o meno consapevolmente, decidere di alloggiare in una fattoria nella foresta in sola compagnia di lupi e zanzare. La prospettiva di stare via da casa così a lungo, pienamente immersi nell’ambiente ospitante, nell'incertezza di dover svolgere un lavoro faticoso o di venire lasciati a girarsi i pollici, è la base di un'avventura che nessuno sa come andrà a finire.

Il volontario SVE va distinto inizialmente fra il diciottenne appena diplomato dalle vedute aperte e dall’acne diffuso, che anziché catapultarsi dalla scuola all’università, si prende del tempo per capire quale direzione seguire, e il quasi trentenne in cerca di un’ennesima ancora di salvataggio, dopo aver tentato invano ogni sorta di lavoro, progetto e start-up.

L’inizio è carico di entusiasmo, con i coordinatori che orientano i volontari fra timori e buoni propositi e organizzano il loro tempo libero. Nonostante la curiosità, spesso lo shock culturale è forte, e allora giunge l’on arrival training, quando i volontari incontrano dei formatori capaci di aiutarli a prendere coscienza del percorso intrapreso. Il training coinvolge una ventina di volontari dallo stesso paese ospitante. È questo il momento di farsi nuovi amici e di mettersi in rete. Grazie alla loro stessa intraprendenza i volontari iniziano a conoscersi, a scegliere cosa vogliono condividere della propria cultura, a maturare nuovi interessi e ad organizzare feste epocali. Per quanto ci si voglia immergere nella cultura locale, è sempre più facile esprimersi fra i propri simili piuttosto che fra la prima cerchia di conoscenze, quali il barista o il tabaccaio.

Un punto di forza dello SVE è l'incontro tra ragazzi provenienti un po' da tutto il continente europeo e non solo. In questo panorama si ripassano i confini geografici e culturali dell’Europa, si scoprono le tradizioni di paesi prima sconosciuti, si matura una nuova curiosità. Si tenta di ripetere qualche parola in lingua georgiana, si ascoltano russi e ucraini scambiarsi opinioni e solidarietà, si apprende da un greco o un armeno cosa vuol dire essere omosessuali nella loro comunità, si affronta il maltempo con spirito irlandese. Molti di questi nuovi amici hanno creatività da vendere, e sono disposti ad ascoltare, a fare da spalla, sia nei momenti felici che in quelli difficili.

Mentre l'avventura personale si arricchisce, il progetto ufficiale inizia ad assumere significato. Perché lo SVE non è solo scambio culturale; è anche lavoro fisico, è confrontarsi con i locali che spesso non parlano inglese, è tanto di ciò che si trova al di fuori di una bolla dentro la quale ci si sente protetti. Alcuni volontari danno il massimo fino alla fine e lasciano la propria impronta nella memoria di chi li ospita, altri si svincolano e iniziano a cercare lavoro già prima di terminare il progetto, qualcun altro si gode fino all’ultimo pocket money in allegria. In molti casi vengono fuori i limiti di progetti ben scritti e poi dimenticati, o sostenuti solo per fare cassa. Questi fallimenti si riflettono su parecchi volontari che prima o poi si sentono completamente abbandonati. Tuttavia, oltre a dover lavorare un numero di ore, nel corso dello SVE si spende anche tantissimo tempo da soli a riflettere. In un lungo arco di tempo, lo SVE offre la possibilità di migliorarsi, di interrogarsi su se stessi, e talvolta di trovare la propria identità.

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