L'Egitto ha abbandonato Gaza? 

Articolo pubblicato il 13 agosto 2014
Articolo pubblicato il 13 agosto 2014

Il conflitto permanente più complicato della storia dell'umanità impone alla comunità internazionale di schierarsi e annovera tanti mediatori più o meno parziali. Qual é stato il ruolo dell'arbitro mediorientale per eccellenza? Come si muovono i faraoni d'Egitto in questi giorni convulsi? 

In Palestina si muore, ancora. Le dichiarazioni d’intenti si susseguono così come le tregue che spesso non superano il tempo di una conferenza stampa del governo israeliano, oppure di un comunicato ufficiale di Hamas. Eppure il conflitto più complesso della storia umana ha tanti mediatori che cercano di risolvere il conflitto, spesso tirando acqua al proprio mulino. Tra questi l'Egitto, particolarmente autorevole perché uno dei paesi più importanti e influenti in un Medio Oriente mai così instabile. Cosa fa il Cairo? Da che “parte” sta?

Quel valico che si apre e si chiude in base agli interessi

Sin dalla creazione dello stato d'Israele, il paese ha esercitato un’influenza preponderante nella regione ed é stato spesso l'arbitro nei vari conflitti che si sono susseguiti. Dal 1948 al 1967 la Striscia di Gaza è rimasta sotto il controllo del governo egiziano, il quale, tuttavia, considerando quel territorio come un “corpo estraneo”, non riconobbe mai la cittadinanza ai residenti, percepiti come un popolo distaccato dalle proprie radici. Sebbene nel 1979 abbiano rinunciato definitivamente alla Striscia, gli Egiziani continuano a controllare il valico di Rafah, unico passaggio riconosciuto tra il Sinai e i territori palestinesi e unico accesso a Gaza non controllato da Israele. 

E l’importanza strategica di tale territorio si evince dalle decisioni di chiuderlo o aprirlo in base alla vicinanza della leadership politica egiziana alla causa palestinese. Il valico rappresenta, infatti, non solo un canale per fare arrivare gli aiuti umanitari a Gaza ma anche una via d’uscita dal conflitto per i feriti che hanno bisogno di essere curati in delle strutture ospedaliere. Come noto, a differenza del suo predecessore Morsi, il nuovo Presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, ex capo dell’esercito e dell’intelligence, ha deciso di chiudere Rafah e distruggere migliaia di tunnel di collegamento tra il Sinai e Gaza. Ragioni di sicurezza, secondo le fonti. In effetti, il regime del generale, responsabile di aver messo al bando i Fratelli Musulmani e Hamas 1, deve far fronte ai disordini di alcuni militanti islamisti nella penisola del Sinai. Secondo alcuni analisti 2,invece, la decisione di impedire il passaggio dal valico e di distruggere i tunnel sarebbe dovuta non tanto alla preoccupazione per i terroristi quanto alla volontà di indebolire Hamas, considerata un’organizzazione che può nuocere alla stabilità del Paese.

La Caccia alle streghe 

Quel che è certo è che sin dalla deposizione di Morsi, il nuovo regime ha iniziato una vera e propria caccia ai dissidenti politici, non solo nei confronti degli appartenenti ai Fratelli Musulmani ma anche verso i semplici attivisti. Migliaia di protestanti sono stati uccisi, imprigionati o condannati a morte, solo perché si supponeva la loro appartenenza alla menzionata organizzazione islamista. La stampa ha inoltre messo a punto un’inarrestabile campagna di denigrazione contro Hamas, qualcosa che prima sarebbe stato impensabile. In effetti, sebbene sotto Mubarak Hamas fosse visto come un avversario, non ci si era mai spinti fino alla sua officiale diffamazione mediatica. Questo atteggiamento così duro nei confronti delle organizzazioni islamiste pone dei seri problemi per il ruolo di mediazione che da sempre l’Egitto ha svolto nel conflitto arabo-israeliano. Hamas può accettare che sia il paese che lo diffama, accusandolo di terrorismo, a mediare nel conflitto con Israele? Può credere che Sisi sia mosso da un reale interesse alla pace e che possa tenere in considerazione le sue ragioni?

Certamente la neutralità dell’Egitto sembra vacillare sempre di più. Ed è per questo che la prima proposta di una tregua presentata dal governo di Sisi è stata rifiutata da Hamas, il quale, a suo dire, non sarebbe stato opportunamente consultato. La seconda proposta di cessate il fuoco, frutto dei colloqui diretti al Cairo, è stata invece accettata, ma è durata solo 72 ore. Hamas ha deciso di interromperla. La guerra durerà finché non vi sarà una risposta di Israele alle loro richieste, tra le quali: la fine dell’embargo imposto dal 2006, il rilascio dei prigionieri, la costruzione di un porto marittimo e di un aeroporto e la garanzia di un passaggio sicuro tra Gaza e la Cisgiordania. Finora l’unica risposta è stato un memorandum da parte egiziana che non soddisfa le richieste avanzate. Da parte sua Israele chiede la totale smilitarizzazione della Striscia sia dai razzi che dai tunnel. Pretesa giudicata impossibile da parte di Hamas in quanto l’esercito della resistenza è la sola garanzia per un accordo. 4 Qual è allora la vera ragione dell’accanimento politico e mediatico egiziano verso le organizzazioni islamiste come Hamas e i Fratelli Musulmani?

Il supporto delle tre Monarchie del Petrolio

L’Egitto non può essere un interlocutore neutrale nei colloqui con i palestinesi a causa dei sostenitori della sua leadership. Il nuovo Presidente Abdel Fattah al Sisi gode, infatti, del supporto del cosiddetto trio delle “monarchie del petrolio” ovvero, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, che hanno investito miliardi di dollari in un programma di aiuti alla nuova amministrazione e che considerano l’Egitto come il fronte prioritario della battaglia contro l’Islam radicale. Dalla spinta di questo programma derivano le riforme economiche avviate da Sisi come i tagli ai sussidi energetici, e, soprattutto, la scioccante decisione di una possibile importazione di gas naturale da Israele. Ciò che prima era impensabile adesso è diventato una reale opzione per far fronte al disagio energetico egiziano. Ma la vicinanza ad Israele non sembra limitarsi solo a questo ambito. I toni utilizzati dal governo egiziano di “war on terror” contro i terroristi del Sinai riecheggiano quelli di Netanyahu contro i terroristi di Hamas. E tutto ciò sembra incrementare la mancanza di credibilità agli occhi dei Palestinesi. La causa palestinese ha perso per sempre un alleato?