Legge e storia: un rapporto difficile

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2009
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Articolo pubblicato il 07 gennaio 2009
Nel momento in cui le democrazie europee, e più in generale occidentali, sono intente a riconoscere le proprie azioni passate, positive o negative che siano, il rapporto fra ricerca storica e intervento degli Stati nella definizione della propria storia si fa particolarmente teso. Per rendercene conto, basta citare l’esempio del progetto di legge del governo francese (2005) che proponeva di sottolineare nei testi scolastici il ruolo positivo della colonizzazione: progetto fortemente criticato su più fronti. Ma uno dei principali elementi di dibattito su questi temi riguarda le leggi memoriali. Facciamo una rapida panoramica…

Un tema non più nuovo ma sempre scottante

Lo scorso 20 ottobre, il programma Ce soir (ou jamais !), su France 3, presentato da Fréderic Taddeï, era dedicato proprio a questo argomento. Più precisamente, si discuteva se queste leggi fossero o meno una peculiarità francese. Fra gli ospiti c’erano vari storici, come il presidente dell’associazione « Liberté pour l’Histoire », Pierre Nora, contrario all’intervento del potere legislativo nell’elaborazione di una «verità» storica immutabile e riconosciuta giuridicamente, ma anche la deputata della Guyana, Christiane Taubira, che ha dato il nome alla legge omonima, che ricosce la cosiddetta tratta «Atlantica» degli schiavi come un crimine contro l’umanità.

Sin da subito, il dibattito si è concentrato sulla coerenza e la legittimità delle leggi memoriali, non soltanto in Francia, ma in tutta Europa, dal momento che il Parlamento europeo ha ratificato un anno fa una decisione-quadro che permette di sanzionare penalmente la negazione, la contestazione o la «complicità alla contestazione» di crimini contro l’umanità giuridicamente riconosciuti. Ma torniamo rapidamente su queste leggi.

Motivazioni rispettabilissime ostaggio della politica

Il concetto di legge memoriale, di tardiva elaborazione, si applica, in Francia, a tre grandi testi: la legge Gayssot del 13 luglio 1990, che prevede sanzioni in caso di negazione dei crimini contro l’umanità, in particolare del genocidio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale; quella del 29 gennaio 2001 sul riconoscimento del genocidio armeno, la sopracitata legge Taubira del 21 maggio 2001 e il progetto di legge del 2005 sul ruolo positivo della colonizzazione oltre-mare.

La prima legge, sull’Olocausto, essendo nata in un contesto particolare, in cui alcuni «filosofi» si erano messi a contestare l’esistenza della camere a gas (è stato il caso di Robert Faurisson negli anni ’80), voleva essere uno strumento di difesa della memoria della Shoah e delle sue vittime, in un’epoca in cui i sopravvisuti ai campi di sterminio o anche le persone che vi avevano perduto dei congiunti erano ancora molto numerosi. Un’epoca in cui, citando la storica Annette Wieviorka, «quel passato era ancora un presente». Allora, molti storici (ma non tutti) si sono mostrati favorevoli alla legge.

Il caso degli altri testi è diverso. In effetti, sul modello sviluppato dalla legge Gayssot, le altre leggi memoriali hanno ricevuto molte più critiche, soprattutto dagli storici, che vi ravvisano una limitazione della propria libertà di ricerca, come Olivier Pétré-Grenouilleau, specialista di storia della schiavitù, accusato nel 2005, in base alla legge Taubira, di aver negato un crimine contro l’umanità, per aver scritto che di tutti i traffici di schiavi dall’Africa, la tratta europea era stata quella quantitativamente meno rilevante. Il che è vero se consideriamo il numero totale di schiavi, anche se la sua durata è stata la più lunga, cosa che spiegherebbe il minor «prelievo» della popolazione. Molti ricercatori hanno interpretato questo atto come una grave deriva dell’intervento del potere legislativo nella ricerca storica.

Quello che viene criticato in modo particolare, al di là del rischio di censura, è il giudizio retroattivo di un crimine (a distanza di secoli) in base a valori e concetti a noi contemporanei, ma che non esistevano in epoche anteriori, cosa che, secondo i detrattori di queste leggi, lo renderebbe incoerente. A ben vedere, fin dove dobbiamo tornare indietro nella storia per trovare un crimine contro l’umanità (concetto che esiste solo dal 1945)? Alle crociate? Alla riduzione in schiavitù degli ebrei a opera degli egizi?

La reazione dei ricercatori, ma non solo

È nata così nel 2005, per iniziativa di Pierre Nora, l’associazione « Liberté pour l’Histoire », che conta sempre più aderenti, storici e non solo, come Françoise Chandernagor, Annette Wieviorka e molti altri, contrari alle restrizioni giuridiche alla ricerca storica. Secondo il suo programma di rivendicazioni, l’associazione ha lanciato, nell’edizione 2008 dei « Rendez-vous de l’Histoire  » a Blois, dedicati agli Europei, il suo « Appel de Blois », vero e proprio manifesto contro « la tendenza del potere legislativo a criminalizzare il passato, ponendo così sempre più ostacoli alla ricerca storica», firmato da centinaia di personalità, docenti universitari, scrittori di tutti i paesi.

Il dibattito è dunque ancora aperto, fra politici, associazioni e ricercatori, sulla legittimità delle leggi memoriali che non sono un fatto esclusivamente francese (la Spagna, ad esempio, ha una legge che riconosce le vittime del franchismo), dato che l’Europa si appresta a inasprire le sanzioni contro determinati scritti e affermazioni. La Francia, da parte sua, ha deciso, nelle ultime settimane, attraverso una dichiarazione del presidente dell’Assemblea Nazionale Bernard Accoyer, di non promulgare più leggi memoriali simili a quelle già esistenti, preferendo emettere invece delle risoluzioni, più simboliche e non accompagnate da conseguenze penali (dall’articolo su Le Monde del 22 novembre 2008). Vedremo che piega prenderà la questione nei prossimi mesi, soprattutto a livello europeo.

Matthieu Mollicone

Traduction: Laura Bortoluzzi