L'economia sociale, una vecchia storia

Articolo pubblicato il 21 dicembre 2004
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Articolo pubblicato il 21 dicembre 2004

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L'economia sociale non è un fenomeno nuovo nato con l'altermondialismo, né un ghiribizzo da utopisti. Una valutazione sui profili di un settore in cui il profitto non è la regola.

L'economia sociale, figura nuova dell'economia? Non tanto. Radici d'economia sociale si ritrovano già nel Medio Evo, con le corporazioni, le confraternite e le associazioni in particolare. Trovano peraltro una ancor maggiore fonte d’ispirazione col cristianesimo sociale. Ed è all'inizio del XIXesimo secolo, come reazione alla brutalità della rivoluzione industriale, che cominciano ad apparire i suoi primi teorici. Ecco così che il socialismo utopico di Saint-Simon disegna l’idea di un sistema industriale il cui l'obiettivo sarebbe di poter dare alle classi lavorative, unite in associazioni di cittadini, il maggiore benessere possibile. Inseparabile dunque dalla storia del movimento operaio, l'economia sociale trova la propria identità anche senza la sua secolare resistenza alle costruzione di una società fondata sul profitto.

Strumento di lotta contro l'esclusione

Nella seconda metà del XXesimo secolo primo shock petrolifero, crisi economica e crescita della disoccupazione hanno contribuito a rinforzare dovunque il suo ruolo, con modalità differenti secondo i paesi. In Spagna come nel Regno Unito le restrizioni di bilancio hanno condotto le collettività, per esempio, a privatizzare una parte dei loro servizi sociali. Le imprese commerciali si sono impossessate allora della parte lucrativa della domanda, lasciando alle associazioni il settore non monetarizzabile. In Francia ed in Italia, invece, non si è constatato alcun disimpegno finanziario da parte dello Stato.

Ormai strumenti di lotta contro l'esclusione sempre più numerosi con la crisi degli anni ’80 e vettori di innovazione, le imprese sociali rappresentano spesso una risposta ai nuovi bisogni, difronte all'incapacità delle amministrazioni e delle comunità locali e territoriali ad immaginare e metter in opera soluzioni efficaci. Una nuova forma di economia sociale è nata allora: l'economia solidale.

Solidale, ma non a sinistra

Questa nuova economia, nel vero senso della parola, riannoda per certi aspetti alcune delle tradizioni operaie di lotta alla miseria. È nel suo seno che si trovano le organizzazioni più attive, ma anche le più fragili: imprese d’inserzionisti; coordinamenti di quartiere che si preoccupano del miglioramento della qualità di vita e dell’habitat; associazioni intermedie che assumono persone in difficoltà per assicurarsi dei compiti non tenuti in conto dal settore privato tradizionale; piccole cooperative che assicurano dei servizi più vicini: ristorazione, trasporto di pasti a domicilio per i dipendenti, stiratura, pulizia, cucito, aiuti in casa.

Peraltro, l'economia sociale intrattiene coi partiti di sinistra e con le organizzazioni sindacali relazioni complesse, e la si ritrova all’interno di alcune loro strategie, attuali o future. In Europa, la forza dei partiti socialdemocratici, ma anche democristiani, ha riposato tradizionalmente sui rapporti con sindacati, cooperative e mutue. Capita tuttavia che talvolta, malgrado le apparenze, i sindacati ed i partiti politici di sinistra non facciano dell'economia sociale una questione degna di reale attenzione.

8,8 milioni di impieghi

Oggi, che rivestano la forma di mutue, cooperative, associazioni o fondazioni in Francia, Italia, Spagna e Germania, oppure di self-help organizations, di charities o di non-profit organizations nel voluntary sector in Gran Bretagna, gli attori di questa economia rappresentano per la vecchia Europa dei Quindici, un numero di impieghi stimati attorno agli 8,8 milioni, di cui il 71% vien fornito da associazioni, il 3% da mutue, ed il 26% da cooperative (1).

Ed in futuro? Uno statuto di società cooperativa europea è stato già adottato nel luglio 2003. A partire dal 2006, anno della sua entrata in vigore, dovrà permettere la nascita di progetti cooperativi sovranazionali, permettendo di conservare gli statuti esistenti nei paesi membri.

Considerata dall’Unione Europea come un “peso massimo” dell'economia, così come come uno straordinario giacimento d’impieghi, l'economia sociale rimane un settore ancora troppo poco visibile tanto ai cittadini che alle autorità pubbliche. Questa visibilità verrà forse con la dinamica iniziata dai nuovi paesi membri dell'Unione Europea che hanno dato il via ad una seconda Conferenza sull'economia sociale in Europa centro-orientale nell’ottobre scorso a Cracovia, conferenza che riunisce attori provenienti da tutt'Europa e che, da troppo tempo, non aveva conosciuto un simile sviluppo.

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(1) secondo il Centro Internazionale di Ricerche e di Informazioni sull'Economia Pubblica, Sociale e Cooperativa (CIRIEC)