Le Supplici 2.0, una lezione lunga 2000 anni

Articolo pubblicato il 16 giugno 2015
Articolo pubblicato il 16 giugno 2015

Al teatro greco di Siracusa vanno in scena fino al 28 giugno "Le Supplici" di Eschilo, in una versione bilingue - in siciliano e in greco moderno - firmata Moni Ovadia e Mario Incudine. Una riscrittura della tragedia classica che diventa occasione per parlare di molto altro, di attualità e di diritto all'accoglienza, di democrazia e di incontro tra culture. 

Eschilo, colui che per il suo lavoro in Sicilia si guadagnò l'epiteto di antropos sikelos ("uomo siculo") scrive Le supplici nel 463 a.C.. Più di duemila anni dopo, nella stessa terra, Moni Ovadia e Mario Incudine - con l'aiuto di Pippo Kabbalà per l'adattamento scenico - riscrivono una versione della tragedia inedita e, per farlo, scelgono due lingue tanto diverse quanto significative: il siciliano e il greco moderno. 

Lo spettacolo è un trionfo di colore e musica, un tripudio di messaggi.  Lo spettatore viene immediatamente coinvolto sin dalla prima nota suonata dal trio di musici con abiti tipici siciliani; viene catapultato ad Argo sin dalle prime parole del cantastorie, interpretato dallo stesso Incudine, la cui presenza nella tragedia è una licenza poetica che accompagna chi assiste per tutta la rappresentazione. 

La lingua

Il siciliano viene scelto per la sua potenza espressiva. Serviva una lingua che potesse esprimere con tutta la loro violenza i sentimenti presenti nella tragedia: la paura, l'agitazione, la disperazione, la gioia e la speranza, tutti così diversi tra di loro, ma resi splendidamente in questi suoni violenti e dolci allo stesso tempo. Per il greco è tutt'altra storia. Lo si è scelto - e, nello specifico, il greco moderno - per ricordarci da dove veniamo. Per ricordarci che tutto il pensiero occidentale - in termini di cultura e democrazia - deriva da quel mondo, e per questo pensare che la Grecia voglia dire solo debito, equivale a non renderle giustizia

Esaltazione dei valori democratici

"Iu sugnu cu sugnu, ma non cunto nenti. Tutto decidi a me genti"  ("Io sono chi sono, ma non conto niente. Decide tutto la mia gente").  Pelasgo è un re, ma un re è nulla senza il suo popolo. In questa frase così semplice sta racchiuso il senso più alto della democrazia, della legittimazione popolare del potere. Tutta l'assemblea dei cittadini di Argo accoglie le Supplici, le Danaidi venute dall'Egitto per scappare dai cugini che volevano costringerle al matrimonio. Una volta dato il consenso nessuno potrà più toccarle, la volontà popolare è sacra. Lo sapevano bene gli abitanti di Argo, rimane da chiedersi quanto di quella consapevolezza sia rimasta in noi, giovani democraticissimi europei.

Il tema dell'immigrazione

The last but not the least, il tema dell'immigrazione è in assoluto il fulcro centrale di queste Supplici 2.0. Sembra di ascoltare un telegiornale: le donne maltrattate scappano da chi le vuole ridurre in schiavitù, scappano dai barbari, dagli egizi invasori, scappano dalla violenza, scappano dal luogo che vuole togliere loro la dignità. La realtà entra prepotentemente nel teatro. Un esempio: l'araldo degli egizi invasori è portato in scena da quattro uomini vestiti come i combattenti dell'ISIS. Nella fuga, le Supplici approdano nella civilissima Argo che le accoglie nonostante questo voglia dire guerra. Pelasgo - interpretato da Moni Ovadia - le accoglie definitivamente dicendo loro: "Ddà ci sarannu casi unni abitari, scigghiti vui unni vuliti stari. Pigghiati di li ciuri u megghio ciuri la cchiù comoda e cchiù giusta sistemazioni" ("Là ci saranno case nelle quali abitare, scegliete voi dove volete stare. Prendete il più bello dei fiori, la più comoda e giusta sistemazione"). È la risposta che fa tacere tutti: chi fugge per salvaguardare la propria dignità, la propria libertà deve essere accolto da qualsiasi nazione che si possa dire civile. Chi arriva deve essere trattato come un qualsiasi cittadino in modo che possa riacquistare la propria dignità.

Nel pubblico noto a un certo punto un gruppo di ragazzi: sono i migranti che lo stesso Moni Ovadia invita ogni volta che la tragedia va in scena. Si tratta di un omaggio al loro viaggio, alle loro speranze e ai loro sogni; questi ragazzi vengono anche coinvolti nella rappresentazione in un finale a sorpresa che per un attimo ti fa dimenticare i battibecchi con il salviniano di turno, ti fa dimenticare chi propone di affondare i barconi. Solo qualche settimana fa Andrea Camilleri - di cui Moni Ovadia è grande fan - diceva che noi siciliani siamo i figli bastardi di tredici dominazioni da cui abbiamo preso il meglio e il peggio, e che la Sicilia, crocevia di culture, ha sempre fatto della diversità una ricchezza, dell'incontro con l'altro una fonte. Tutti noi abbiamo il dovere di ricordarcelo, abbiamo il dovere di ricordarci chi siamo e da dove veniamo. Qui, seduta su una pietra posata più di duemila anni fa, guardo la scena e mi si riempiono il cuore e la mente, in sottofondo il coro delle Danaidi canta "Gloria sia a lu re e 'o populu accoglienti ca onori e beni duna a nui migranti, Viva l'accoglienza e a libertà" ("Sia gloria al re e al popolo accogliente che dona onori e beni a noi migranti. Viva l'accoglienza e la libertà")