Le relazioni russo-americane: il vento freddo che spira dallIraq

Articolo pubblicato il 04 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 04 febbraio 2003

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Dopo la luna di miele, figlia di un matrimonio di convenienza dopo l11 settembre, le relazioni russo - americane non volgono più al bel tempo stabile. In gioco, i bombardamenti sull'Iraq che Mosca si affretta ad evitare. Ma anche altri argomenti di tipo strategico e di mercato.

Il consenso internazionale riguardo la causa americana, generato dall11 settembre, e inerente la coalizione contro il terrorismo è in difficoltà. Da un certo numero di stati dell'Unione Europea ai paesi arabi, passando per la Cina o la Russia, le manifestazioni di opposizione ad un intervento americano in Iraq si sono moltiplicate negli ultimi giorni.

Le ragioni differiscono da stato a stato, andando dalla messa in conto delle incertezze di un dopo Saddam Hussein (Europa occidentale, Regno Unito escluso) ai rischi di destabilizzazione della regione (stati di frontiera), senza dimenticare l'opposizione tradizionale di certe potenze, Cina in testa. La posizione della Russia pone di per sé diversi interrogativi. Dopo gli attentati di settembre, Mosca, ancora ieri nemico numero uno di Washington, non si era fatta trovare assente allappello lanciato dalla Casa Bianca, per quanto lontano andasse: il presidente russo Vladimir Putin è stato il primo capo di stato a trasmettere le sue condoglianze a Bush junior.

Mentre le ceneri del World Trade Center erano ancora calde, si assisteva alla nascita di una nuova amicizia russo-americana e amicizia che si è rinsaldata nei mesi che ne seguirono. Consacrato ovviamente sull'altare della Cecenia e troppo politicamente marcato per esser sincero, questo avvicinamento non ne è neanche da considerarsi il più importante del periodo post-sovietico.

Così, al di là dei dossiers sensibili - allargamento della NATO e disarmo - la guerra fredda sembrava morta e sepolta. Oggi l'eventualità di un attacco contro l'Iraq getta unombra sulla luna di miele russo - americana.

Ritorno alla sindrome Kosovo?

Per la prima volta dal settembre 2001, le campane del Cremlino non si intonano con quelle della Casa Bianca: la proposta irachena di riprendere la cooperazione con l'ONU è stata rigettata praticamente sin da ora dagli americani, mentre nello stesso momento i russi l'accoglievano con favore. Più precisamente, l'invito ad andare a Bagdad lanciato da Saddam Hussein, agli ispettori ONU, percepito come una semplice manovra diversiva dal segretario di stato americano, Colin Powell, è invece considerato da Mosca come un passo importante verso una soluzione della crisi attraverso mezzi politici e diplomatici, alllinterno di una cornice di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Si assiste quindi ad un ritorno della sindrome Kosovo? All'epoca di quel conflitto, la scena internazionale era ancora largamente segnata dalla dicotomia ereditata dal periodo della guerra fredda. La Russia si era disposta dalla parte dei suoi alleati tradizionali, mentre i paesi occidentali, allineati dietro il leader del mondo libero, mandavano contingenti dei loro eserciti a combattere il nemico serbo. Oggi il posizionamento degli attori sulla scena internazionale non è più lo stesso: i sostenitori di un attacco militare all'Iraq sono essenzialmente anglofoni (Stati Uniti, Grande Bretagna), non più garantiti dalla tradizionale suddivisione Est-Ovest.

La lotta contro il terrorismo islamico (nemico comune ai due stati) incarnato dai ceceni per un verso, e dai discepoli di Osama bin Laden dall'altro, l'interesse comune portato dalla Cina (crescente potenza sotto la stretta sorveglianza di Washington), la posta in gioco in termini di potere per la Russia che intende servirsi dell'impero del Levante per affermare il suo ruolo di potenza eurasiatica, gli accordi riguardanti la lotta contro le armi di distruzioni di massa (a tutto profitto, sia detto en passant, dello sviluppo delle armi convenzionali), il contenimento dell'Europa, e gli interessi petroliferi, (fra gli altri intorno alla regione del mar Caspio), rappresentano altrettante questioni che hanno sigillato l'amicizia russo-americana. E i segni di avvicinamento sono stati troppo simbolici per esser messi in discussione da un colpo di mano.

Cosa pensare altrimenti del viaggio di Bush a San Pietroburgo e in maniera ancora più emblematica del nuovo Consiglio Nato-Russia? Se la docilità di Mosca è una manna per George Bush, Putin ha ancora più da guadagnare in questa alleanza strategica. Al di là del credito illimitato in termini di libertà riguardo la gestione del problemaceceno, è la possibilità di giocare un ruolo di primordine sulla scena internazionale ciò che il presidente russo sta negoziando.

Anche per questo, la Russia non può, né vuole, svendere il suo riavvicinamento con gli Stati Uniti a qualsiasi prezzo. Così, se si oppone ad un bombardamento sull'Iraq, non esitando a contrastare apertamente gli Stati Uniti, il gioco deve valere la candela. Si tratta ancora di vecchi riflessi sovietici, gli amici di ieri prevalgono su quelli di oggi?

2,3 miliardi di dollari in contratti, oltre al petrolio,

In parte forse. Poichè il Medio Oriente, al di là dei suoi interessi tradizionali di posizionamento geostrategico e di potenza petrolifera - e dei nuovi interessi che suscita per gli Stati Uniti dall11 settembre ad esempio per il conflitto israelo-palestinese, rappresenta una zona che porta le stimmate della guerra fredda, all'epoca in cui il mondo arabo era al soldo dell'Unione sovietica, e lo stato d'Israele un protetto degli Stati Uniti. Senza dimenticare il fatto che il partito Baas il cui leader iracheno è permeato di concezioni marxiste. In base a questa prima lettura, Vladimir Putin sarebbe dunque fedele per tradizione al suo vecchio alleato Saddam.

Non è tutto. In nome dei legami di un tempo fra Unione sovietica e Iraq, la Russia post-sovietica resta oggi l'alleato strategico dell'Iraq, particolarmente nel campo petrolifero. Il presidente Saddam Hussein ha dichiarato a più riprese che intndeva dava precedenza alla Russia ed alle compagnie russe, proprio nel settore petrolifero. Più in generale, numerosi accordi di cooperazione economica sono stati siglati ra i due paesi, e nuovi contratti stanno per esser firmati. Così, secondo Mikhaïl Bogdanov, direttore del dipartimento del Medio Oriente al ministero degli affari esteri russo, la Russia ha firmato l'anno scorso dei contratti per un valore di 2,3 miliardi di dollari con l'Iraq, un importo che non tiene conto delle transazioni petrolifere.

Mosca e Bagdad stanno studiando peraltro la chiusura per la fine dellaprile 2003 di 67 accordi di cooperazione nel campo petrolifero, dei gaz, dei trasporti e delle comunicazioni. Se si aggiunge a ciò che l'Iraq ha già un debito di 8 miliardi di dollari verso la Russia e che non può rimborsarlo a causa del blocco economico, sintende agevolmente come l'aspetto economico sia certamente quello che spiega meglio l'opposizione di Mosca a bombardamenti sull'Iraq. Gli Stati Uniti ne sono del resto consapevoli, visto che il loro ambasciatore a Mosca, Alexander Vershbow, ha dichiarato che il suo paese era pronto a compensare finanziariamente la Russia in caso di attacco contro l'Iraq.

Le prossime difficoltà

Tenendo tuttavia conto delle somme impegnate, la Russia non cerca soltanto di evitare l'intervento militare di Washington. Vuole un ammorbidimento del regime delle sanzioni contro l'Iraq. Ed è precisamente a ciò a cui si è dedicata da parecchi mesi, tentando attraverso missioni diplomatiche, di persuadere l'Iraq ad accettare il ritorno degli ispettori dellONU per il disarmo, al prezzo della fine dell'embargo.

Per questo la Russia aveva di chè rallegrarsi dell'invito lanciato da Saddam Hussein agli ispettori ONU: si è trattato di una bella vittoria diplomatica. A contrario, è da tenere in considerazione il rigore con cui George Bush mostra la sua sollecitudine a rigettare la proposta di Bagdad. Se si aggiunge a questa opposizione di interessi concernente l'Iraq, la spinosa questione della centrale nucleare di Bouchehr in costruzione, finanziata dai capitali russi e che Stati Uniti o Israele sarebbero disposti a bombardare sempre in nome della lotta contro gli stati dell'asse del male e della nuova dottrina dell'amministrazione americana detta dell'azione preventiva a cui si ricollega, cè di che fortemente dubitare sulla longevità della coppia Bush-Putin.

E se si analizza su più grande scala, lo stato della loro relazione, il bilancio fi fa ancor più pessimistico: opposizione dinteressi in quanto alla scelta dei pasaggi su cui istradare gli oleodotti del petrolio del mar Caspio, (gli occidentali privilegiano la Turchia e la Russia il proprio territorio), le tensioni nel Caucaso - in Georgia in modo particolare - legate al progressivo aumento dell'influenza americana (allargamento della NATO, insediamento di basi militari).

Qualunque cosa accada delle relazioni tra Mosca e Washington nei prossimi mesi, si è ben lontani dalle passioni del dopo 11 settembre dove, al momento dell'azione, Putin non esitò a permettere agli americani di stabilirsi negli stati di recente indipendenza dell'Asia centrale, una regione di ovvia e preminente importanza strategica per Mosca. Resta da capire se il ritiro americano sarà effettuato nel modo così facile con cui si è delineato il suo insediamento, ovvero se dopo un matrimonio in pompa magna, si assisterà ad un divorzio vellutato. Si è in diritto di dubitarne.