Le ragioni del pacifismo

Articolo pubblicato il 19 ottobre 2002
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 19 ottobre 2002

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Le ragioni per rifiutare la guerra in Iraq non sono ideologiche. Il problema è semmai capire che la guerra è sempre una scelta.

I movimenti pacifisti di inizio terzo millennio sono stati tanto attivi quanto ignorati dai loro governanti. Ciò non è certo una novità.

E non è neanche una novità che per cercare di controbattere agli argomenti esposti da chi rifiuta la guerra, e in particolar modo queste ultime guerre, si ricorre al cosiddetto metodo delletichettatura: chiunque difenda una certa posizione viene bollato come un ipocrita utopista, o un ingenuo che di cose del mondo non può capire nulla, e ciò a prescindere dal merito della discussione.

Evitando di cadere nellerrore opposto (e bollare di superficiale guerrafondaio chiunque abbia una posizione in disaccordo con quella dei pacifisti), vediamo di capire le ragioni che muovono una parte considerevole dellopinione pubblica ad opporsi ai conflitti armati.

Innanzitutto possiamo distinguere le ragioni che portano a rifiutare ogni guerra (che costituiscono le basi di un pacifismo morale), da quelle per opporsi a queste ultime guerre, in particolare quella irachena e il conflitto israelo-palestinese (pacifismo politico).

Un discorso sulle ragioni del primo genere sarebbe molto interessante, ma anche estremamente complesso; qui vale ricordare solo uno dei punti cardine di una logica pacifista, ossia che la guerra genera guerra, in particolare compromettendo tutti quegli equilibri umani e sociali essenziali per mantenere un popolo, o popoli diversi, in pace.

Perché invece dire no alla guerra in Iraq e basta allinvasione israeliana dei territori palestinesi?

Il fatto è che, molto semplicemente, nel caso dellIraq la presenza di un dittatore che vuole dotarsi di armi di distruzione di massa non è affatto una motivazione che giustifica una nuova guerra. E daltra parte, come lex ispettore ONU in Iraq Scott Ritter ha affermato in pubblico, il regime di Saddam Hussein non è assolutamente un pericolo immediato.

Gli Stati Uniti vogliono invece controllare le riserve petrolifere irachene e vogliono installare nel cuore del Medio Oriente un regime che sia stabilmente a loro favore, per poterci impiantare un punto di osservazione e controllo degli affari economici e politici di quellarea, di spaventoso valore strategico.

Gran Bretagna, Spagna e Italia inseguono il loro sogno americano, la prima per mantenere la sua relazione speciale con gli Stati Uniti (penoso il bluff del dossier presentato alle Camere da Tony Blair), gli altri due per saltare sul carro del vincitore e imporsi come alternativa in Europa allasse franco-tedesco.

Daltra parte, anche la guerra in Afghanistan aveva come motivo scatenante gli approvigionamenti di energia; il rovesciamento del regime talebano permetterà di costruire il famoso gasdotto che va dallAsia centrale ai porti amici del Pakistan, bypassando i poco fidabili Iraq e Iran. Che questo fosse stato veramente lobiettivo americano sta nel fatto che emissari talebani incontrarono alti funzionari e politici statunitensi negli anni in cui il regime talebano era un amico e un compratore di armi.

E poi, vogliamo vedere i grandi benefici dellattacco degli Stati Uniti allAfghanistan? Un governo moderato è ora a Kabul, è vero, ma controlla purtroppo solo la capitale e i suoi dintorni. Il resto del paese, come tutti sanno, è in mano a signori della guerra locali, appoggiati a volte dai governi confinanti; è inoltre interessante notare che questi signorotti comandano tribù che non sono in nulla meno feroci o fanatici dei talebani, a dispetto di una campagna (dis)informativa che voleva far vedere lAlleanza del Nord come composta da civili, acculturati e disciplinati soldati, che rispettavano la laicità dei costumi e la libertà dopinione.

Prima dellattacco in Afghanistan, era opinione di molti di quelli che sono attualmente bollati come ipocriti pacifisti, che la cosa più assurda che sarebbe potuta succedere era una guerra in cui fossero morte più persone innocenti di quelle coinvolte nei tragici attacchi dell11 settembre. La ragione era semplice: dopo un attacco di tale barbarie, gli Stati occidentali dovevano dare una dimostrazione di grande spessore morale, riconoscendo gli errori di loro certe dissennate politiche. Soprattutto, dovevano riaffermare con forza un fatto umanamente ovvio e indiscutibile: i morti sono tutti uguali, e non ci sono morti che valgono di più e morti che valgono di meno.

Per gli Stati Uniti, e per chi li appoggiò, ciò non era tanto ovvio e tantomeno importante: hanno ucciso almeno 4000 innocenti, senza contare i milioni di profughi che hanno cercato rifugio nei paesi vicini in condizioni disumane, e, ciò che è peggio, non hanno neanche fatto una minima autocritica. Ai morti americani le celebrazioni, agli altri morti la constatazione che è stata una fatalità.

Larroganza tipica del nuovo imperialismo repubblicano può produrre degli sfasci di cui tutti dovranno pagare le conseguenze. La dottrina dellattacco preventivo, oltre ad essere un elogio alla politica del più forte e dellarbitrarietà, può essere il motivo per lesplosione di conflitti regionali in aree ad alta tensione (pensiamo ad India e Pakistan, o a Cina e Taiwan). È una cosa, anche questa, risaputa.

Il danno più grande è, daltronde, il fatto che queste guerre minano alle basi la possibilità di una convivenza civile. Guardiamo Israele: i territori palestinesi sono occupati arbitrariamente da 35 anni, lONU ha emesso svariate risoluzioni per il ritiro israeliano, gli StatiUniti si proclamano a favore di uno Stato palestinese. La logica conseguenza sarebbe uno sforzo politico e economico per costringere il criminale di guerra Sharon (il fatto che sia stato eletto democraticamente non impedisce di considerarlo per ciò che è, un genocida; a dispetto di molti politologi politically correct) a ritirarsi e lasciar vivere in pace un popolo oppresso. Invece lONU è ignorato, e mai una pace giusta è stata offerta ai palestinesi, dato che anche quella di Camp David del 2000 fu un terribile bluff (v. Le Monde Diplomatique di luglio).

Gli sforzi per delegittimare Arafat attraverso loccupazione, la distruzione e lumiliazione dellAutorità Palestinese hanno fomentato il terrorismo fondamentalista islamico; a differenza di quanto Sharon promette loro, Israele non è un paese sicuro, e mai lo sarà maltrattando il suo vicino. Tra laltro, democratizzare in questo momento lAP può comportare un effetto a sorpresa a volte dimenticato: lelezione di un leader ben più radicale di Arafat, a causa dellovvia considerazione che un popolo senza prospettive si rifugia in soluzioni estremiste.

Questo è un riassunto di alcune semplici ragioni per rifiutare la politica unilaterale statunitense e loppressione israeliana al popolo palestinese. Per concludere un ultimo pensiero; dopo gli attacchi alle Torri, si cercò di capire le ragioni per ciò che era successo. E in molti capirono che il motivo per il quale milioni di musulmani manifestavano per le strade orgogliose di Bin Laden, era il fatto che gli Stati Uniti erano odiati per la loro politica arrogante e aggressiva, che appoggiava dittatori, guerre civili, che esportava armi a regimi autoritari e che non si curava dei morti civili di questi paesi.

Tutto ciò si sta ripetendo anche oggi, a dispetto del più grande attacco terrorista della storia: malgrado ciò che si è detto, dopo l11 settembre non è cambiato proprio nulla.

Dalle constatazioni che queste guerre sono fatte unicamente per il predominio politico, economico e territoriale, e che , purtroppo, esse si autoalimentano, la pace resta lunica scelta possibile per avere la pace. È una scelta, proprio come la guerra.