Le ferite aperte della Lettonia con il nazismo

Articolo pubblicato il 02 ottobre 2017
Articolo pubblicato il 02 ottobre 2017

In Lettonia si parla molto di russificazione a scapito del ricordo dell’oppressione nazista e della strage di Rumbula

In Lettonia si parla molto di russificazione, quel processo di imposizione culturale e linguistica che ha interessato il paese per buona parte del secolo scorso. Si condanna l’invasore sovietico, ci si avvicina sempre di più all’Unione Europea e alla NATO al fine di  prevenire qualsiasi tipo di attacco dal nemico russo. Si rivendicano l’uso della lingua lettone e delle tradizioni locali spazzate via da anni di occupazione.

 Molti russi etnici sono ancora oggi privi di documenti, tecnicamente apolidi dal 1991. In attesa di un referendum o di una legge che possa regolarizzarli, il paese è dilaniato al suo interno tra chi vorrebbe far di loro dei cittadini a tutti gli effetti e chi crede che questo farebbe della Lettonia un paese “meno europeo”. Formalmente all’interno dell’Unione Europea dal 2004, insieme a molti altri paesi dell’est, la Lettonia ha preferito attuare una “rimozione” storica che ne avrebbe forse compromesso l’ entrata. O almeno così credeva il primo ministro dell’epoca, come mostrano lettere e affermazioni ancora oggi consultabili.

La Lettonia “si vergognava” e si vergogna del suo passato nazista. Da qualche anno i lettoni sottolineano la loro appartenenza all’Europa del Nord, cercando di staccarsi il più possibile dal retaggio russo e di accodarsi ai paesi scandinavi. Sulla scia dell’Estonia, molti lettoni vorrebbero dare impulso alla propria economia e società annichilendo il passato sovietico. Prendono a modello la Finlandia e la Svezia, della quale amano ricordare di aver fatto parte. Si tratta di un revisionismo storico con una gerarchia delle dominazioni, bocciata quella russa, approvate quella tedesca e quella svedese.

E facile farsi raccontare dei gulag e delle detenzioni in Siberia, luogo simbolo della repressione stalinista, metafora della morte, zona indefinita dove si concentrò il dolore di molti lettoni, estoni e lituani. Nessuno però vi parlerà della strage nazista di Rumbula, bosco vicino a Riga nel quale in soli due giorni furono uccise circa 30.000 persone. Si tratta del 30 novembre e dell’8 dicembre 1941, in pieno olocausto. Gli storici stimano che senza l’aiuto dei collaborazionisti lettoni ciò non sarebbe stato possibile. Ciononostante negli anni successivi a tale enorme evento non furono aperti dei veri e propri fascicoli per indagare e condannare i crimini di guerra commessi dai lettoni contro gli stessi lettoni, principalmente ebrei e zingari. Dopo la seconda guerra mondiale il gruppo delle SS lettoni fu generalmente dichiarato illegale. Al processo di Norimberga, però, dei componenti della Legione Lettone quasi non si parlò. Eppure furono promotori della Shoa, degni di condanna quanto Eichmann o Goebbels.

Marina Jarre, nel suo libro Ritorno in Lettonia, è costretta a prendere atto della “dimenticanza” del periodo nazista in Lettonia. Avrebbe avuto una salvifica funzione antisovietica negli anni ’40 e poi non si sarebbe dovuto più ricordare dopo la caduta del muro di Berlino, sminuirebbe il valore della Lettonia agli occhi dell’Unione Europea e cancellerebbe dalla memoria l’infamia sovietica. Certo soffrì nel rendersi conto che, davanti ad un comando, una torbiera, un gulag tedesco impiantato sul suolo lettone nel 1943, certi operai lavoravano tranquilli senza curarsene, senza conoscere il significato storico di quel luogo. La memoria selettiva sta rimuovendo, giustamente, il lascito sovietico, anche grazie ad una grande opera di sensibilizzazione pubblica. Non si può dire che lo stesso avvenga per quanto riguarda l’epoca nazista. Infatti non solo non c’è più memoria dei rastrellamenti nazisti, ma si guarda alla Germania come ad un modello da emulare, guida dell’attuale Europa. Tanto che nel 1998 la Lettonia istituì una festa nazionale (formalmente abolita nel 2000, ma continua de facto a svolgersi); il ricordo delle SS lettoni, con tanto di parata ufficiale a Riga. Con stivaloni e croci uncinate, come si confà ad una democrazia occidentale.

La Jarre racconta di come gli stessi turisti tedeschi si trovino a fare autocritica al Museo dell’Occupazione, secondo molti di loro le informazioni riguardo agli anni dell’occupazione nazista sono insufficienti. L’ex direttore del museo si disse “perplesso di fronte a tali commenti” sottolineando che in ogni caso “è l’esperienza del gulag il trauma dei lettoni”.

Quando, nel 2000, l’allora presidente della Lettonia Vaira Vike-Freiberga si trovò a dover rendere conto della mancata richiesta di estradizione da parte del governo lettone per Konrads Kalejs minimizzò. Disse che non c’erano tutte le prove sufficienti per procedere. La realtà dimostra che le prove c’erano, ma che ci fu una scelta governativa per fare calare il silenzio su un grande criminale di guerra, accolto prima dagli Stati Uniti poi dall’Australia (divenne cittadino australiano nel 1957), morto comodamente nel suo letto a Melbourne. Nella sua ultima intervista rilasciata in Australia ammette di essere stato uno dei promotori e degli esecutori dell’Operazione Barbarossa svoltasi nei boschi di Rumbula e che portò alla morte decine di migliaia di ebrei, zingari e oppositori politici lettoni.

Poco dopo il giornalista chiese perché la commemorazione delle Waffen SS a Riga non fosse stata dichiarata illegale. Il presidente disse “Stiamo parlando di una città, Riga, capitale di un paese che ha recuperato la sua democrazia e il diritto per tutti di radunarsi, se ne chiedono l’autorizzazione”

Pare che a parlare dell’occupazione tedesca in Lettonia in maniera sana e calibrata siano proprio i tedeschi, come Bernd Nielsen-Stokkeby nel suo Baltische Erinnerungen. Tedesco baltico, mezzo estone, l’autore è animato da un forte sentimento antisovietico, ma non minimizza sui numeri dell’olocausto nazista in Lettonia, come fanno invece molti storici e giornalisti lettoni. Anche Andrew Ezergailis, nel suo The Holocaust in Latvia, 1941-1944, fornisce dati e prove utili a chi volesse vederci chiaro.

D’altra parte si sa che il primo passo per la tacita giustificazione di determinati eventi storici passa proprio dalla minimizzazione del numero di morti. E stato fatto per quanto riguarda l’olocausto in generale e in particolare in Lettonia. Ancora oggi viene proposto come metodo di sminuimento della tragicità della storia dal presidente Macrì in Argentina. I desaparecidos furono 30.000, ma lui sostiene che furono solo 9.000 e che le nonne e le mamme di plaza de mayo vogliano esagerare. Farabutte quelle, che ancora non sanno dove sono andati a finire i loro figli e nipoti. Poi propone pene ridotte, con la legge del 2x1, e con varie buone condotte per gli assassini della dittatura. I processi durano 30 o 40 anni, dando così il tempo ai signori della guerra di invecchiare con serenità, senza fretta e, quasi sempre, in maniera agiata.

I paesi “senza estradizione” (o che decidono di accogliere criminali di guerra senza troppi problemi), che per altro molte volte, persi tra le lungaggini burocratiche e la mancata voglia di giungere a un vero verdetto non viene nemmeno chiesta, diventano le mete predilette di chi ha conti in sospeso con la giustizia nel dopoguerra.

Così l’Australia, in un modo o nell'altro, divenne il paese dei “grandi” dell’olocausto e delle dittature latino americane: Pinochet, Kalejs, Zenta, Goering, Goebbels, Himmler.

Corsi e ricorsi storici, in occidente e in oriente.

Perché non ci si deve accanire contro nessuno, nemmeno contro i criminali di guerra.