Le elezioni italiane spiegate a un concittadino europeo

Articolo pubblicato il 11 aprile 2006
Articolo pubblicato il 11 aprile 2006

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Perché Romano Prodi ha vinto di misura nelle elezioni politiche del 9 e 10 aprile? La stampa europea non aiuta a capire il fenomeno Berlusconi.

Che le Politiche del 9 e 10 aprile abbiano fotografato un’Italia spaccata in due è un dato di fatto. Alla Camera lo scarto tra le due coalizioni è di soli 25.000 voti e l’Unione di Prodi strappa la vittoria – con 341 seggi contro 277 – solo grazie al premio di maggioranza. Al Senato il centro-sinistra totalizza 158 seggi contro i 156 della Casa delle libertà. Ma, al di là della vittoria risicata di Prodi, il dato politico forte è la rimonta di Berlusconi, dato perdente da tutti i sondaggi pre-elettorali e in calo netto nelle consultazioni degli ultimi anni. La sua coalizione si conferma comunque intorno al 50%.

Un Padrino «inadatto» a governare?

Un successo che mette in crisi le certezze di tanti turisti o studenti Erasmus che avevano sperato che l’Italia volesse nettamente voltare la pagina degli “anni bui” del berlusconismo. Invece la vittoria di Prodi è solo di misura. Come spiegarlo? Come spiegare ai nostri concittadini europei che nonostante quel «kapò» proferito contro l’eurodeputato tedesco Martin Schultz che aveva osato contestarlo nel 2003 e quel «coglioni!» indirizzato agli elettori di sinistra, Berlusconi sia comunque riuscito a convincere la metà degli italiani?

Neppure la stampa europea ci aiuta a capire. Basti pensare alla copertina del settimanale francese Telerama di inizio aprile, che lo dipingeva chiaramente come un inquietante mafioso direttamente uscito dal film Il Padrino. O all’(autorevole) giudizio dell’Economist che nel 2003 lo giudicò «unfit», «inadatto» a governare.

Berlusconi non è il principale problema del Paese

La realtà è che metà dell’Italia ha dimostrato di avere fiducia in Berlusconi. E non perché gli italiani sono tutti mentalmente malati come quella casalinga di 66 anni che, avendo perso la memoria, riconosceva solo il volto del Presidente del Consiglio. E neppure a causa del predominio berlusconiano nelle televisioni.

Al contrario c’è un’Italia del disincanto che non ha studiato Scienze Politiche e che non considera il conflitto d’interessi di Berlusconi come il principale problema del Paese. Questa Italia sa, da Machiavelli, che tutti i politici mirano a difendere i propri interessi. Lo scandalo dell’estate 2005 – nel quale la sinistra ha appoggiato con metodi più o meno legali la volontà dell’Unipol di conquistare la Banca Nazionale del Lavoro contro l’Opa della spagnola Bbva – non ha provato il contrario.

L’Italia carnevalesca

Non solo. C’è un’Italia carnevalesca che adora le uscite di Berlusconi e quella che Oliviero Toscani definiva una «creatività» sconosciuta a una sinistra troppo seria, troppo abbottonata. Un’Italia che lo trova “simpatico” e che può apprezzare battute – presentate dalla stampa estera come ridicole nefandezze – quali quella sulle donne che non partecipano alla vita politica «per non venire a Roma e lasciare il marito a casa».

C’è un’Italia degli indecisi, infine, che guarda ai veri problemi del Paese (crescita zero, infrastrutture, immobilismo) e che non ha creduto all’alternativa del centro-sinistra di Romano Prodi. Perché temeva che il leader democristiano sarebbe restato ostaggio dei diktat dell’estrema sinistra o non ha intravisto nel programma dell’Unione una vera voglia di «voltare pagina».

È questa la principale colpa della sinistra. Che, ora, per governare dovrà fare affidamento solo sui voti del Paese reale. La cui metà ha votato Berlusconi.