Le elezioni europee in Spagna: ancora nazionalizzazione del dibattito europeo

Articolo pubblicato il 13 maggio 2009
Articolo pubblicato il 13 maggio 2009

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In Spagna il dibattito sull’Europa è paradossale. Dal momento che l’integrazione nell’Unione ha facilitato la modernizzazione economica e la democratizzazione del paese, l’opinione pubblica è legata all’idea europea. Allo stesso tempo, la mancanza di una “pedagogia politica” riguardo l’Ue, rende l’Europa un oggetto politico lontano e sconosciuto.
Questa percezione ha poche possibilità di cambiare con alle elezioni del prossimo giugno.

Nessun Paese, ad eccezione dell’Irlanda, ha beneficiato tanto dell’integrazione europea come la Spagna. Fonti differenti concordano: in venti anni il paese ha ricevuto, tramite finanziamenti dell’Ue, l’1% del proprio prodotto interno lordo (Pil) in fondi strutturali e di coesione. Per questo, la Spagna non ha mai rinunciato a difendere con fermezza i propri interessi, tanto che i diplomatici spagnoli sono stati un vero “incubo” per i loro colleghi europei, in occasione delle negoziazioni sul bilancio o sul peso istituzionale di ogni paese. Nonostante ciò, gli elettori spagnoli restano quelli maggiormente favorevoli all’integrazione europea. Il 77% di «sì» a favore della Costituzione europea, del febbraio 2005, ne è l’ultimo esempio. La Spagna, che fu a lungo un buon modello per il rispetto dei vincoli di bilancio, in grado di unire il sostegno all’integrazione economica e la difesa dei propri interessi, sarebbe forse un modello riuscito di europeizzazione? Un’analisi quantitativa dei dibattiti pre-elettorali scalfisce questa luccicante immagine.

Europee: pro o contro Zapatero?

Nel marzo 2008, il Capo del Governo, il socialista Zapatero veniva riconfermato alla propria carica. La maggioranza parlamentare gli veniva assicurata grazie al sostegno di gruppi nazionalisti periferici e, in materia di politica sociale, la legislatura si annunciava promettente, grazie alle eccedenze di bilancio. Oggi, la situazione è tutt’altra: la disoccupazione è passata dal 9 al 18% ed il deficit pubblico aumenta a dismisura, limitando il margine di manovra del Governo. Sul piano politico, Zapatero ha perso il sostegno dei partiti nazionalisti all’indomani dei cambiamenti di maggioranza in Galizia e nei Paesi Baschi alle elezioni del 1° marzo. Ancora qualche settimana fa, le elezioni europee di giugno si annunciavano come un plebiscito nazionale a favore di Mariano Rajoy, con un’opposizione conservatrice corrosa dagli scandali legati alla corruzione e da una fronda interna contro una leadership troppo debole. Inaspettatamente, queste elezioni sono diventate una dura prova per un Governo, il cui recente rimaneggiamento conferma i segnali di affanno di fronte alla crisi economica. È una delle ragioni per cui i politologi qualificano le elezioni europee come “elezioni di second’ordine”: l’opposizione vi vede un’opportunità di sanzionare il Governo, mentre i sostenitori di questo fanno fatica a percepirne la posta in gioco e dunque a mobilitarsi.

Il dibattito elettorale si annuncia come una trasposizione, sul piano europeo, di questioni nazionali riguardo la crisi economica: chi è responsabile di questa situazione? I politici, che per anni non hanno chiarito gli interessi in gioco nella questione europea? Bruxelles, a causa della sua lontananza? O le semplici circostanze del momento? Ad ogni modo, la Spagna non è uscita dalla fase di “silenzio-assenso” in mancanza di un vero e proprio confronto sul proprio ruolo in seno all’Europa. Il bisogno di tale dibattito rischia di imporsi nel 2013, nel momento delle negoziazioni economiche, quando diventerà contribuente netta nel bilancio dell’Unione. L’appuntamento si preannuncia già come una sfida.

La pubblicazione di questo articolo è frutto di una collaborazione tra Eudebate2009.eu e il blog ARTEL’Europe en Débat – creato dagli allievi del Collège d’Europe di Bruges.