L'au pair: storie di straordinaria follia.

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2016
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2016

Le (dis)avventure dell'au pair tra ritagli di tempo e "junk food", tra gite fuori porta e "open your mind" ad una nuova cultura.

Sono sempre di più le ragazze, solitamente tra i 17 e i 30 anni, che sognano di viaggiare e conoscere nuove culture, lingue e tradizioni. Denominatore comune: pochi soldi. E allora come si fa? Si parte come ragazze alla pari!

Ma chi è l'au pair?

Il sito ufficiale del governo britannico definisce l’au pair come una ragazza straniera che occupa gratuitamente una stanza all’interno della casa, condivide gratuitamente i pasti con gli altri membri della famiglia e percepisce un pocket money, ovvero una paga settimanale in cambio di light housework and childcare, lavori di casa poco impegnativi e cura dei bambini.

La maggior parte di loro considera quest’esperienza un’occasione di crescita culturale e personale ed effettivamente lo è. Lavorare in una famiglia come ragazza alla pari non è solo un’occasione unica di conoscere un’altra cultura “vivendola dal di dentro”, ma è anche il modo più rapido, efficace ed economico per migliorare sensibilmente il vostro inglese, tedesco o qualsivoglia lingua straniera.

Ma, come spesso accade, non è tutto oro ciò che luccica. Uno studio condotto dal Migrants Right Centre of Ireland (MRCI) mostra come la maggioranza delle au pair irlandesi lavori più per più di 70 ore settimanali per meno di 120 euro. Senza pause durante la giornata né vacanze pagate. Inoltre, solo l’8% delle au pair partecipanti allo studio (numero totale non dichiarato) ha affermato di lavorare meno di 60 ore settimanali e un terzo delle intervistate ha espresso di sentirsi notevolmente sfruttato.

Spesso la cronaca e le ragazze in prima persona raccontano storie di sfruttamento con richieste ai limiti dell’assurdo. Alice, 27 anni, di Macerata ci racconta della sua esperienza in Cataluña: «Se sei fortunata riesci a ritagliarti i tuoi spazi, a meno che tu non abbia a disposizione un solo giorno libero a settimana e un solo weekend libero al mese. E credetemi, è davvero poco, considerato l'impegno all day perchè le otto ore di lavoro al giorno sono solo una leggenda». L'immediata conseguenza è che il tempo trascorso senza avere un momento per sè inficia e non poco la qualità del tempo investito con meravigliose creature come i bambini.

Le richieste da parte delle famiglie e le condizioni lavorative sarebbero talvolta assurde: letti nei corridoi, stanze senza riscaldamento, divieti sul cibo da poter consumare, impossibilità di sedersi a tavola con la famiglia ospitante. Si, avete capito bene cari lettori! Maria, dalla sua esperienza nell'Essex, purtroppo porta con sé il ricordo della famiglia ospitante che la invita a consumare la cena nella propria camera, che le strappa dalle mani una misera melanzana perchè per lei il menù settimanale era pasta cucinata la sera prima per l'indomani, piatti pronti riscaldati, pietanze riproposte per diversi giorni fino all'ultima cucchiaiata rimasta. Guai a chiedere una bistecca! La nostra sventurata au pair aggiunge: «ho dovuto litigare per una bistecca che è arrivata dopo cinque giorni rinfacciandomi i 2 £ spesi».

Fare l'au pair può mettere a dura prova i vostri nervi: ci si può sentire stupidi nel non capire tutto quello che vi viene detto, potete provare rabbia nel ricevere risposte sgradevoli perchè i giocattoli non sono collocati nello stesso ordine in cui erano stati lasciati, sarete infastiditi dalle irruzioni in camera ad ogni ora. Fortunatamente i bambini hanno il potere di toccare le corde del cuore e per questo puoi mettere in valigia il ricordo di quel “Thank you Maria” dopo avergli insegnato a scrivere i numeri fino a 1000, della piccoletta che si cimenta in una coreografia sulle note di "Happy" e del loro entusiasmo nell'aver scoperto i magici Queen a soli 2 e 4 anni. Il consiglio delle ex au pair ai futuri e coraggiosi è di ricordare che la madre di quei pargoletti non sarà mai vostra madre e la consapevolezza di quanto speciale sia la propria terra natìa si farà sentire in maniera assordante (oh Italia mia, quante volte ti ho desiderata come Ulisse con Itaca!). A quanto pare fare l'au pair ti cambia e ti arricchisce.

Invece, il mio odd advice è di accogliere questa esperienza con tutti i suoi pro e i suoi contro, però informatevi prima se la madre prende psicofarmaci o se c'è in casa una pistola non lontana dalle mani dei bambini (tratto da una storia vera) e se al vostro ritorno in patria vi mancheranno i “vostri” bimbi, ricordatevi dei loro genitori.