L’asso nella manica dell’Europa

Articolo pubblicato il 28 giugno 2004
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Articolo pubblicato il 28 giugno 2004

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Il progetto americano di “Grande Medio Oriente”? Ha un rivale multilaterale. Nome in codice: PEM.

Da tempo, l’Unione Europea lavora per rafforzare i rapporti con i paesi del mondo arabo e il cosiddetto Partenariato Euro-mediterraneo ne è la prova. In seguito alla guerra in Iraq, anche gli Stati Uniti hanno cominciato ad occuparsi del Medio Oriente ed hanno presentato un piano volto “ridisegnare” ciò che definiscono il “Grande Medio Oriente”. L’Europa sarà capace di rispondere a quest’iniziativa americana? La migliore soluzione rimane il Partenariato strategico tra le politiche europee e i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente. Vediamo perché.

Greater Middle East Project vs Partenariato Euro-Mediterraneo

Il “Greater Middle East Project”, presentato per la prima volta da George W. Bush, al G8 di Sea Island, a largo della Georgia, prevede il riassetto economico e geopolitico del bacino mediterraneo. Durante il G8, le potenze mondiali hanno deciso di adottare una strategia globale per la democratizzazione e la creazione di una zona di libero scambio in una regione che va dal Marocco all’Afghanistan. Anche il Presidente Bush si è reso conto che la fine degli atti terroristici è legata alla lotta contro il sottosviluppo, la povertà e il ritardo economico in questa regione ed è d’accordo nel cercare di risolvere il problema alla fonte. Tuttavia, molti esperti rimangono scettici sulle reali intenzioni americane e suggeriscono all’Europa un’alleanza strategica con il Medio Oriente. Il progetto americano del “Grande Medio Oriente” contiene molti punti in comune col Partenariato Euro-Mediterraneo, concluso nel 1995 tra l’Unione europea e 12 paesi del bacino mediterraneo (1). Il PEM prevede la creazione di una zona di dialogo, scambio e cooperazione allo scopo di garantire pace, stabilità e prosperità nella regione mediterranea. I tre capitoli della Dichiarazione di Barcellona concernono la messa in atto di un partenariato nel settore politico e della sicurezza, nel campo economico e finanziario ed a livello sociale, culturale e umano. Ma l’obiettivo principale del PEM rimane la creazione di una zona di libero scambio entro il 2010.

Il merito del Processo di Barcellona risiede nell’aver riunito per la prima volta israeliani e palestinesi intorno allo stesso tavolo. Anche il progetto “Greater Middle East” si occupa della risoluzione del conflitto arabo-palestinese che, dal 1995, all’Europa è gia costata miliardi di euro. In più, il MEDA, strumento finanziario del Partenariato Euro-Mediterraneo è stato dotato di un fondo di 5,35 miliardi di euro dal 2000 al 2006. A questo bisogna aggiungere il prestito di 17 miliardi di euro accordato dalla BEI (Banca Europea per gli Investimenti) per un periodo di tre anni. Invece, gli Stati Uniti, stando a quanto riportato dal quotidiano francese Le Monde, avrebbero destinato al “Greater Middle East Project” non più di 150 miliardi di dollari (2).

Dal Mediterraneo all’Iraq

Ma in che modo l’Ue può partecipare al processo di democratizzazione dell’Iraq? L’Europa deve poter aver un ruolo in Medio Oriente e far leva sul Partenariato Euro-Mediterraneo, che, al cospetto degli ultimi eventi, è diventato uno strumento ancora più utile. Bisogna rafforzare questo partenariato e i leader europei devono far prova di volontà politica per evitare che qualsiasi tipo di asimmetria s’instauri nelle relazioni con i vicini paesi del Mediterraneo.

Il Partenariato dispone di numerosi strumenti e, in particolare, di programmi solidi e funzionali per creare uno spazio di cooperazione in materia economica, ambientale, d’infrastrutture per l’energia o le telecomunicazioni. La guerra in Iraq ha portato scompiglio in Medio Oriente e Jean-François Daguzan, caporedattore della rivista Maghreb-Machrek, afferma: “è importante non lasciare che gli Stati Uniti gestiscano da soli la situazione in Medio Oriente. La conquista dell’Iraq è stata giudicata dall’opinione pubblica araba un’azione aggressiva ed un’occupazione” (3). Resta da vedere se l’Europa a 25 riuscirà a formulare una politica comune sull’Iraq, un paese che sta sprofondando nel caos.

Per un Partenariato strategico

Recentemente, il Ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fisher, ha lanciato l’idea di una Iniziativa transatlantica per il Medio Oriente nel quadro di un processo mediterraneo comune alla Nato e all’Unione europea. Si tratta di rendere l’iniziativa americana e quella europea più complementari e di riflettere alle questioni di sicurezza, non-proliferazione degli armamenti e cooperazione economica, ma anche di avvento della democrazia e rispetto deii diritti umani in tutti questi paesi. Inoltre, la Commissione europea ha presentato nel marzo 2004 – e solo dopo aver consultato i paesi arabi, cosa che gli americani non hanno fatto – un Rapporto intermediosu un partenariato strategico con i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, che il Consiglio Europeo ha adottato il 17 e il 18 giugno.

Si tratta di una prima tappa verso una strategia propria all’Ue. Si tratta di innovare, creare un clima di fiducia ed evitare che il Medio Oriente diventi un protettorato statunitense. Ma, soprattutto, l’Ue non vuole imporre un modello estraneo all’Iraq. L’obiettivo è di prendere in considerazione le diverse identità nazionali e di non demonizzare l’Islam. E’ necessario, quindi, che gli europei definiscano subito la loro strategia e non lascino l’America da sola a muovere le pedine sulla scacchiera mondiale.

(1) Tunisia, Marocco, Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Malta, Palestina, Siria e Turchia. Malta e Cipro continuano a parteciparvi ma, dal 1° maggio 2004, in qualità di Stati membri dell’Ue.

(2) « Démocratie, développement économique : ce que dit le plan américain », Le Monde, 27 febbraio 2004.

(3) Jean-François, Daguzan, « La Méditerranée au prisme du nouveau panorama stratégique », Revue Défense Nationale, maggio 2004.