L'arte di salvare la vita in mare: i giovani della Iuventa

Articolo pubblicato il 05 settembre 2016
Articolo pubblicato il 05 settembre 2016

Ci sono diversi modi di trascorrere le proprie vacanze. Uno di essi è donarle (letteralmente) ad una causa. César è un fotografo freelance, che per una volta ha deciso di mettere il proprio obiettivo fotografico a servizio di Jugend Rettet, un'organizzazione non governativa che con la sua nave Iuventa si occupa di recuperare e salvare chi tenta di attraversare il Mar Mediterraneo.

Ci sono situazioni che ti mettono alla prova. Ti testano, provano a vedere di che pasta sei fatto, e se non sei adatto ad affrontarle ti sputano via dopo averti masticato senza lasciar più traccia delle buone intenzioni che in quelle situazioni ti ci avevano spinto. Ci vogliono attributi, ci vuole carattere, e capacità di mettersi in gioco. E di reggerlo, il gioco, seguirne le regole ed essere capaci di incassare per rispondere con nuova forza e volontà.

Questa è una storia strana, che inizia con la tragedia della morte di 800 persone nel Canale di Sicilia. Il 19 aprile 2015 un barcone carico di esseri umani, con le loro speranze e paure, affonda nel Mar Mediterraneo mentre tentava la traversata dalla Libia alla Sicilia, portando tutti i suoi occupanti con sè sul fondo del mare. È la goccia che fa traboccare il vaso. Jakob, un 19enne tedesco, a decidere di fare qualcosa di più e di più concreto. Così fonda Jugend Rettet, e avvia una campagna di crowdfunding per acquistare una barca, la Iuventa, per andare a soccorrere personalmente tutti coloro che tentano la traversata della speranza dalle coste africane a quelle europee.

Sembra una follia, ma invece un anno dopo diviene realtà. La Iuventa prende il mare con la sua nuova missione. Tra i suoi primi equipaggi c'è César, un fotoreporter spagnolo che ha deciso di offrire il proprio aiuto all'organizzazione documentando una delle prime uscite della nave. «Quello che mi ha portato ad imbarcarmi in una tale impresa è stato un insieme di ragioni. Senza dubbio ha avuto la sua importanza la possibilità di documentare come giornalista un'iniziativa come questa da un punto di vista personale, con cura e tatto. Ma è stata soprattutto la volontà di fare qualcosa di concreto per questa situazione che mi ha spinto a prendere seriamente in considerazione la possibilità. Me ne parlò mio fratello, che vive a Berlino: un giovane equipaggio, una nuova organizzazione e la possibilità di fare qualcosa di buono per me e per gli altri. Mi sono detto: perché no?».

Tutto comincia a Malta, dove si inizia con una settimana di training, a cui seguono 16 giorni in mare e 2 giorni nuovamente a terra per istruire l'equipaggio successivo. «Non c'è troppo tempo per ambientarsi, si inizia sin da subito con i soccorsi. Mentre eravamo in mare abbiamo soccorso ben 19 barconi carichi di gente. È stata l'esperienza più diversa da quanto abbia mai provato nella mia vita» racconta César. Ma, nonostante la scarsa esperienza pregressa dell'organizzazione nel salvataggio di vite in mare, è andato tutto molto meglio di quanto ci si potesse aspettare. «Sono stato a dire il vero un po' sorpreso dalla preparazione di tutto l'equipaggio, veramente incredibile. Certo, ci sono delle cose da migliorare, ma tutto è veramente andato per il meglio possibile».

«La situazione in generale è... Complicata. I numeri di persone che continuano ad attraversare il Mediterraneo sono gli stessi dello scorso anno, e nulla fa presagire che possano diminuire nell'immediato futuro. È tutto assurdo. Le ONG provano ad aiutare queste persone, ma senza una decisa presa di posizione degli Stati è impossibile pensare ad un miglioramento della situazione. Molti dei governi europei spingono per bloccare la gente in Libia, ma anche lì la gente scappa dalla guerra. Così facendo non si fa altro che intrappolarli» sostiene César.

«Penso di aver aiutato l'organizzazione, con il mio lavoro. Avevano bisogno di qualcuno che realizzasse delle fotografie del loro operato, e credo di aver svolto questo lavoro in una maniera molto personale, umana. Raccontando delle storie, spiegando come funziona il loro lavoro, parlando con essi e documentando il loro impegno. Quello che porto con me alla fine di questa esperienza sono fondamentalmente le loro storie, tante storie. Stili di vita diversissimi e modi di intendere la vita ancora più diversi. E mi ha fatto anche capire di quanto aiuto serva ancora. Non è mai abbastanza».