L'anima e il corpo di Francesca Woodman

Articolo pubblicato il 17 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 17 gennaio 2014

Francesca Woodman è una fotografa statunitense e nasce a Detroit il 3 Aprile 1958, da una coppia di artisti. Riceve la sua prima macchina fotografica in regalo a tredici anni, ma nonostante la giovanissima età era già consapevole del mezzo che utilizzava e del suo artificio, infatti a quindici anni comincia a usare il suo corpo nudo per i propri scatti – cosa mai accaduta nella fotografia precedente. Per le proprie opere usa soltanto il bianco e nero e ella stessa ne è spesso il soggetto, cosa resa possibile attraverso le tecniche della lunga esposizione e della doppia esposizione i cui effetti sono quelli di rendere immagini spettrali, eteree della persona – come se volesse imprimere l' immagine della sua anima - mentre l'ambiente circostante ha una linea ben definita. Francesca resta sempre enigmatica, mai un'entità compiuta ma frammentaria, poiché nelle sue foto non appare mai il suo corpo intero, a sottolineare come il corpo sia in perenne metamorfosi e come l' Io non sia qualcosa di unitario bensì in continuo processo di formazione e rinnovamento; dalle espressioni facciali che troviamo nei suoi scatti e grazie alla scelta dei luoghi dove fotografare, emerge un'angoscia esistenziale che consiste nel tentativo di dare unità e quindi una fisionomia precisa e non mutevole al proprio Io, catturando in un fotogramma la propria persona in modo da arrestare almeno sulla pellicola l'inarrestabile processo di metamorfosi a cui è soggetta. Nella fase finale della sua produzione, Francesca affianca figure geometriche alle sue fotografie per realizzare le sue opere, con il fine di sottolineare il suo disagio nei confronti di un mondo costruito, definito, architettonico – dunque geometrico - che tenta di assorbire il suo corpo mutevole ed indefinito e che, per questo, lei rifiuta. Esprime tutto ciò attraverso la contrapposizione drastica e netta tra il suo corpo e tutto ciò che la circonda, tutto ciò che riempie e s'impossessa del suo spazio vitale, soffocandola.

I luoghi che sceglie sono ambienti domestici vuoti e decadenti, i quali rappresentano la caducità che appartiene al corpo entro cui l' anima si muove smarrita e non aderente alla materia fisica, involucro estraneo all' essenza della fotografa; uno spirito costretto in una prigione di carne, consapevole, e per questo angoscioso, del fatto che restando chiuso lì dentro esso stesso potrà deteriorarsi contagiato dal cancro dell' esistenza. Dato che il destino della materia non è che quello di degradarsi e decomporsi, la Woodman cerca almeno di imprimere l' anima per darle stabilità, unità (a questo proposito sarà bene ricordare che nel periodo della nascita della fotografia si ritenesse che queste catturassero l' anima di chi veniva ritratto), fino forse a estremizzare questo concetto, con il suicidio. Prima di gettarsi da un palazzo di New York lasciò questo biglietto a un suo amico: Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.