L'anarchia corre nel Web, dal file sharing al copyleft

Articolo pubblicato il 27 ottobre 2009
Articolo pubblicato il 27 ottobre 2009
Quando la compagnia di telecomunicazioni irlandese Eircom bloccò l'accesso a Pirate Bay, in settembre, l'azione parve alquanto inutile agli internauti di mezzo mondo. Francia e Inghilterra stanno tentando di porre un freno al file sharing, mentre l'Unione europea discute la direttiva sulla proprietà intellettuale (Ipred).
Transnazionale e fuori controllo, Internet pare avere una certa capacità nell'irritare i legislatori.

L’affermazione già poco convincente di Eircom, che diceva di avere il controllo su Internet, sconfina rapidamente nel ridicolo quando si pensa che una rapida ricerca su Google può bastare per trovare tutti gli strumenti utili ad aggirare il "blocco". Il punto è che, per quanto riguarda il web, i provider di servizi non hanno più il controllo della situazione: «Tempo perso - taglia corto un commentatore sulla community di studenti irlandesi Studentsmart.ie - vai su x.com e clicca su ‘bypass eircom block’ (ignora il controllo eircom, NdT): sei subito dentro. Stanno solo cercando di scoraggiare la gente: in realtà ci sono così tanti modi per condividere i file che per bloccarli tutti dovrebbero chiudere Internet”.

Perché devo pagare se posso averlo gratis?

(foto di ©zharth/ flickr.com/photos/zharth/)La profonda valenza anarchica del file sharing in Internet va ben oltre il semplice gusto di sfidare le grosse corporation. La cultura dello scambio di file gratuito e continuo non solo mette in dubbio l’egemonia della proprietà privata, ma ha diffuso una comunità internazionale di risorse personali in cui il denaro semplicemente non esiste più. Per molti, questo ha comportato il chiedersi perché continuare ad accettare che i contenuti multimediali siano sotto il monopolio esclusivo delle multinazionali.

Le società discografiche e le case cinematografiche non riescono più ad essere convincenti sul perché il file sharing dovrebbe essere sbagliato (anche le belle parole sul tema “ok, adesso smettiamo di fregarvi i soldi" lasciano il tempo che trovano). La gente comincia a non pensare più ai propri materiali digitali come a qualcosa che “possiede", ma piuttosto come a qualcosa che può condividere.

Sempre più pubblicazioni digitali adottano la licenza “Copyleft”, che tutela la libertà di copiare e riprodurre il lavoro, invece che ostacolarla

In effetti, l’insofferenza del movimento anarchico nei confronti delle leggi sul copyright ha origini lontane: Tolstoj, l’autore di Guerra e Pace e di Anna Karenina tuonava contro il copyright già più di un secolo fa. Oggi le lobby anti-diritto d'autore si stanno diffondendo con un ritmo impressionante: la francese Association des Audionautes si è costituita nel 2004 per fornire assistenza legale a chi fosse accusato di violazione delle leggi sul copyright.

Un numero sempre maggiore di pubblicazioni digitali adotta la licenza “Copyleft”, che tutela la libertà di copiare e riprodurre il lavoro invece che ostacolarla. A Berlino, Helsinki e Copenhagen, gruppi come Pirate Cinema hanno fuso la pirateria cinematografica con il movimento squatter. Organizzazioni online come la Free Software Foundation (FSF) vogliono liberare tutto il software dal concetto stesso di proprietà. «Le aziende che stanno dietro al software proprietario spesso spiano le vostre attività e vi impediscono di condividere il software con altri - si legge sul sito della FSF - e poiché i computer controllano la maggior parte delle nostre informazioni personali e delle nostre attività quotidiane, il software proprietario rappresenta un pericolo inaccettabile per una società libera».

Il vaso di Pandora

La distribuzione dei media digitali in Internet ha aperto qualcosa di simile al vaso di Pandora. Per adesso, i tentativi dei governi europei di frenare il file-sharing hanno creato solo una crescita esponenziale del fenomeno. «Non accetto la tesi che Internet dovrebbe essere il regno dell’anarchia, dove chiunque ha la possibilità di avere quello che vuole senza pagare», spiegava il segretario alla cultura inglese il 20 ottobre di fronte al governo britannico. Successivi provvedimenti anti-pirateria si sono ripetutamente dimostrati inefficaci. «Quello che potrà fermare il fenomeno è una soluzione tecnica - dichiara al Guardian Alex Brown, specialista di diritto in Internet - ma non ne abbiamo».

Allo stesso tempo, secondo il quotidiano svedese Sydsvenskan, la maggioranza dei candidati svedesi al Parlamento europeo per quest’anno è dell’opinione che l’Europa sia già andata troppo oltre nella questione. «Le leggi dell’Unione europea sono spinte da una campagna di lobbying di Hollywood, basata su una cieca fiducia nel controllo totale di Internet - spiega il verde Carl Schlyter al giornale in lingua inglese The Local - il che non è né possibile né auspicabile».

I sostenitori del file sharing non sembrano particolarmente impressionati nemmeno mentre l'Europa sta discutendo la controversa direttiva IPRED (International Property Rights Enforcement Directive). Un commento sul sito web di The Local sintetizza forse meglio di altri l’atteggiamento della comunità del file-sharing, che contrappone all’autorità tradizionale un’innovazione inarrestabile: «Questa legge è sbagliata, ma la tecnologia non ha limiti e ci sono molti modi per aggirarla».

Come disse nel 1984 William Gibson, lo scrittore di fantascienza canadese che coniò il termine cyberspazio: «Internet è strana. Non fa guadagnare soldi, è transnazionale e fuori da ogni controllo: un grande evento anarchico».