L’abolizione dell’Ici penalizza l’Italia del sud

Articolo pubblicato il 16 febbraio 2009
Articolo pubblicato il 16 febbraio 2009
L’abolizione dell’Ici sulla prima casa peggiora la già difficile situazione dell’Italia meridionale e rischia di incrementare gli affari dell'Ndrangheta.

Nel pieno della crisi del settore immobiliare, con cadute che arrivano al 40% nei prezzi degli immobili in Paesi come il Regno Unito o la Spagna, nel sud Italia piove di nuovo sul bagnato. L’abolizione dell’Ici sulla prima casa (Imposta Comunale sugli Immobili, ossia la tassa che ogni proprietario deve pagare per la casa) grava sempre di più sullo scarso sviluppo economico in cui si trova il sud del Paese rispetto al Nord. I fondi ricavati dall’Ici, pur essendo una tassa nazionale, erano gestiti in tutta Italia dai comuni per amministrare lavori pubblici di mantenimento e conservazione urbana. Si tratta di una tassa molto simile alle imposte sui beni immobili esistenti in Germania (Grundsteuer), Francia (taxe foncière) e Spagna (Ibi).

Contabilità creativa

Foto, Clara FajardoSparita questa tassa, il governo Berlusconi «promette di rimborsare» (da Roma) a tutti i comuni la somma annuale derivante dall’Ici, pari a circa 2.600 milioni di euro, quantità che nel caso di Sicilia e Calabria, le regioni più povere del Paese, sarà sottratta dai bilanci statali per le opere infrastrutturali progettate al fine di migliorare le comunicazioni terrestri, una delle principali cause del ritardo industriale di cui soffre questa zona. Tra queste migliorie era prevista anche la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, che collegherebbe Calabria e Sicilia (1.365 milioni di euro).

Carta bianca per la ‘Ndrangheta

Foto, Clara Fajardo TriguerosFonti vicine al Comune di Reggio Calabria assicurano che questo provvedimento presentato come promessa e già strumento elettorale del Partito delle Libertà di Berlusconi non farà altro che aumentare lo sfasamento di cui soffrono i “terroni” (appellativo dispregiativo con cui il nord d’Italia definisce i meridionali per il loro forte vincolo con l’agricoltura). In effetti in un posto in cui la ‘Ndrangheta controlla più del 80% della produzione regionale, abolire completamente un’imposta controllata dal governo centrale «è dare carta bianca alla ’Ndrangheta e permetterle di continuare a estorcere denaro», spiega un ex-militante  comunista della città.

Da Prodi a Berlusconi

LFoto, Clara Fajardo Triguerosa soppressione dell’Ici fu un’iniziativa attuata, pur non radicalmente, dal precedente governo Prodi, che esentò dall’imposta coloro che non superavano il salario minimo previsto dai contratti collettivi. Berlusconi, di tendenza populista e consapevole del forte consenso della popolazione per la soppressione di una tassa governativa, convertì in legge quello che sembrava essere un “semplice dolcetto elettorale”, commenta Stefano Morabito, professore di Filosofia dell’Università di Messina. Le continue proteste dei Presidenti delle province calabresi di Cosenza e Crotone, Mario Oliverio e Sergio Iritale, la passività e il conformismo che caratterizzano la costa tirrenica d’Italia ha fatto sì che arrivassero a Roma solamente echi delle possibili conseguenze dell’applicazione della legge citata.

Legge non applicabile all’emigrante italiano

L’abolizione dell’Ici non è applicabile all’italiano che risiede all’estero, eccezione alla norma che ha scosso l’animo di Gino Bucchino, eletto alla Camera per il Pd nella Ripartizione America Settentrionale e Centrale, in base a quanto riporta il giornalista de Il Quotidiano, Giuseppe Baldessarro. Bucchini ha definito «danno gravissimo» e «schiaffo economico» il provvedimento adottato da Berlusconi, non solo per l’abolizione di un introito economico pubblico «necessario», ma anche perché espressione di una guerra costante contro l’italiano residente all’estero, il cui profilo, generalmente, non coincide con quello dell’elettore del Partito delle Libertà.