L'abito non fa il monaco

Articolo pubblicato il 28 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 28 ottobre 2013

Chi ha detto che gli insegnanti sono il volto della moralità? Un insegnante di inglese a Madrid lotta per controllare il suo demone interiore. Ma quando gli cadrà la maschera di dosso?

Secondo un detto popolare, il più grande imbroglio del diavolo è stato quello di convincere il mondo della sua non esistenza. Mentre me ne sto seduto, a contemplare una nuova offerta di lavoro in cui mi viene affidata l'educazione di adulti e bambini, un'idea fissa mi assale, ovvero che Lucifero non è stato il solo a raggirare il mondo

Il COLLOQUIO 

Tutto è iniziato con un colloquio in cui erano richiesti sinceri sorrisi e dichiarazioni gloriose. Ma quando mi hanno chiesto cosa potevo offrire alla scuola, sono stato sopraffatto da un certo machiavellismo. La mia mente non si adeguava alle consuete risposte pratiche e calcolate, ma rispondeva piuttosto a tutt'altra lista di attributi:

- un profondo e risoluto desiderio di fare il minimo indispensabile per ottenere il massimo risultato;

- una predisposizione a mormorare battute irrilevanti che nessuno sente e tanto meno capisce.

E' stata una cosa perversa. Nel preciso istante in cui avrei dovuto presentarmi come una figura competente e professionale, mi sono guardato dentro e ho visto un "altro me stesso", completamente diverso. Puzzava di auto-sabotaggio.

Alla fine ho sputato fuori qualcosa sulla "responsabilità" e, con una forte probabilità che l’interlocutrice non avesse nemmeno capito cosa avessi detto, siamo andati avanti.

"Che tipo di studenti preferisce?". Una domanda abbastanza innocua all'apparenza, un'esca in realtà. Ho fatto una pausa, lo sguardo assorto e determinato. Ho mormorato un non meglio specificabile "umm". All'insaputa della mia intervistatrice e contro la mia stessa volontà, stavo tornando con la mente a quei banchi "pieni di desideri primordiali e di narcisismo". Mi sono morso un labbro pensando alle belle ragazze italiane e spagnole che frequentavano i miei corsi mentre facevo lo stage. Fortunatamente, l'intervistatrice ha chiarito subito il senso della domanda:

- "Corsi intermedi o principianti?".

Ho tratto un sospiro di sollievo e trovato la forza di rispondere: 

-"Intermedi. È che preferisco allievi che possano partecipare a conversazioni e discussioni". "Ah bella risposta" - ha pensato il mio sosia interiore,-  "se per conversazione intendi cosa faranno venerdì sera, e per discussione i vantaggi di comprare droghe lungo le vie di Londra".

Con questa doppia personalità, ho continuato il colloquio con la forte sensazione che stavo solo imbrogliando. Mi è sembrato di essere su un palcoscenico, a recitare per me stesso. Un impostore inglese che appassisce sotto il sole di Madrid. Ho osservato la mia intervistatrice. Questa farsa l'ha veramente ingannata? Non era una maschera perfetta: ero un montone patentato che era riuscito a malapena a infilarsi falsi occhiali e baffi da agnello. L'intervistratrice però sembrava affabile e interessata. Forse l'ho tratta in inganno. Forse non sono l'unico a giocare con i sotterfugi. Ho salutato la ragazza con il mio alter-ego che si sforzava di sorridere. Mi stava dicendo che ero riuscito a gettarle il fumo negli occhi, e che l'avevo fatto egregiamente.

Assunto E PERDUTO

Vado a scuola tutti i giorni con un sorriso innocente stampato in faccia, ma sotto la superficie si trova una bussola di moralità che fluttua brutalmente come un pendolo fatto di ecstasy. Penso di prendere in prestito un libro dalla scuola per migliorare il mio spagnolo. Chiedo un consiglio a una collega che mi indica gentilmente il libro più adatto a me, aggiungendo che mi costerebbe solo 20 euro. Il mio diavolo riprende il controllo, facendomi pensare alle sere passate da solo a scuola e ai vari libri posati sugli scaffali. Mi suggerisce di prendermi "uno sconto" da 20 euro.

Le mie malefatte mi seguono per Babilonia come un'ombra onnipresente. Uno dei miei colleghi è spesso impegnato nel ricercare via internet gli ultimi metodi e stili di insegnamento. Mentre io, d'altro canto, vengo visto spesso a cercare nella cronologia delle notizie sportive della Bbc l'articolo più recente che di certo non migliorerà la mia vita. Nella sala insegnanti ci si può fare il tè o il caffè.

C'è anche un cartello sulla parete che ammonisce chi non lava la propria tazza dopo averla utilizzata. E proprio sotto il cartello c'è la mia. Sporca. Eccola lì nella sua fierezza e impertinenza: un pezzo di porcellana macchiato, simbolo della corruzione di questo mondo armonico. Quando i miei colleghi si accorgeranno che questa tazza non è mai pulita? E che il sapone e una spugna calda non basteranno a pulire né lei, né la mia coscienza?

L'insegnante, dopotutto, è emblema di moralità.