La "Yerida": quei figli d'Israele che vogliono scoprire il mondo (1)

Articolo pubblicato il 06 settembre 2014
Articolo pubblicato il 06 settembre 2014

Sono giovani, tutti sulla ventina, e hanno deciso di abbandonare il loro paese natale, Israele, per conoscere altre realtà, altre culture. Con il conflitto tra Israele e Palestina come sfondo e un antisemitismo che sembra farsi sempre più grande nel cuore europeo, Ravé, Tal e D. ci raccontano la loro esperienza in Europa e ci descrivono come vedono la situazione del loro paese.

L’anno scorso sono venuto a Berlino e ho conosciuto un ragazzo. Abbiamo iniziato a parlare e allora, confrontando la vita di entrambi e la situazione economica, mi sono accorto di quanto gli affitti a Berlino o il cibo fossero molto più economici che in Israele, e che gli studi costavano tre volte meno. Così ho iniziato a pensare di trasferirmi qui.” Questo è ciò che ci racconta Ravé Koshizky, ventiquattrenne israeliano originario di Nazareth. Come lui, ogni anno centinaia di giovani abbandonano Israele alla ricerca di un lavoro, di nuove opportunità o di nuove esperienze culturali. Secondo quanto afferma il giovane studente, ciò che l’ha spinto a trasferirsi è stata la necessità di “essere indipendente”, cosa che gli sembrava molto difficile vivendo in Israele. “Il costo della vita è molto elevato”, ha spiegato. “A Nazareth, anche se ci sono alcune università, non avevo la possibilità di studiare e se mi fossi trasferito a Tel Aviv, dove la vita è molto diversa, tutti i guadagni di un lavoro a tempo pieno li avrei spesi per mantenermi. Non sarei riuscito a mettere dei soldi da parte nemmeno per comprarmi una macchina”. Secondo i dati del Middle East Monitor, circa un milione di israeliani ha lasciato il paese negli ultimi vent’anni, mentre la metà dei giovani israeliani avrebbe manifestato il desiderio di vivere fuori e di far parte della Yerida, ovvero il fenomeno migratorio da Israele.

Uscire dalla bolla

Ho vissuto a Tel Aviv fino all’anno scorso, quando sono venuto nel Regno Unito per completare gli studi”, ha raccontato D., che ha preferito mantenere l’anonimato. “Amo la mia città, la sua diversità. Puoi incontrare per le strade immigrati, turisti, omosessuali e religiosi, di tutto; nonostante sia un luogo molto aperto, una bolla dentro Israele. Avevo sempre desiderato vivere fuori e conoscere culture e religioni diverse”. Dalle esperienze condivise dai tre intervistati si evince che Israele, effettivamente, è un paese variegato e pieno di contrasti. Un enclave particolare dove, a seconda dalla zona, la vita può non essere troppo facile. “Israele è un paese di immigranti, la maggior parte dei giovani è nata qui, ma i nostri genitori sono nati fuori, vengono da paesi di tutto il mondo, per questo abbiamo una cultura molto eterogenea e i costumi variano di famiglia in famiglia”, ha sottolineato Tal Goldstein, una ventitreenne di Rishon Lezion che attualmente vive a Vienna, dove si sta preparando per studiare medicina.

Vivendo in Israele non si può ignorare il conflitto tra Israele e Palestina; in certi momenti è più presente che in altri, ma è sempre lì”,  ha detto D. Forse è per questo che a Revé hanno insegnato sin da piccolo a essere estremamente prudente con gli sconosciuti. “Sono cresciuto a Nazareth, ma lì è come se fossero due città, c’è un quartiere per gli ebrei e uno per gli arabi, quindi io vedevo solo ebrei lì”, ha raccontato il giovane, che attualmente lavora in un negozio di abbigliamento e in un centro culturale ebraico nella capitale tedesca. “La prima volta che ho conosciuto degli arabi è stata quando ho iniziato a lavorare e sono rimasto molto sorpreso, erano persone davvero per bene. Tuttavia devo riconoscere che la prima volta che sono stato con loro ero un po’ preoccupato per il grande problema che abbiamo con Hamas e con i palestinesi”. Nonostante Ravé abbia sottolineato che non vuole “giudicare nessuno per le proprie origini”, ha precisato che la situazione è “veramente pericolosa e bisogna essere molto prudenti”. Al contrario, Tal ha assicurato di non aver mai sentito alcuna tensione in Israele. “Mia madre è un’infermiera e lavora con molti arabi (musulmani e cristiani) e sono buoni amici”, anche se ha ammesso: “Non mi avventerei nel dire a un musulmano che sono israeliana se mi trovassi da sola, perché mi spaventa poter essere attaccata da un estremista”.

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