La vita quotidiana nei campi profughi in Grecia è un incubo

Articolo pubblicato il 21 ottobre 2016
Articolo pubblicato il 21 ottobre 2016

Monotonia paralizzante, nessuna proposta scolastica, nessuna prospettiva, liti all'interno del campo, fornitura di medicinali inadeguata e flashback di immagini di guerra: questa è la vita quotidiana nei campi profughi in Grecia. "Gli Europei dovrebbero venire qui e vedere con i propri occhi come viviamo". E c'è chi pensa di tornare indietro.

La vita nel campo ha segnato profonde occhiaie sul suo viso. Shad, una ragazzina di dieci anni, divide una tenda con la sorella, tre fratelli e i genitori nel campo di Karamanlis Sindos. Il campo, situato al confine di un sobborgo della città portuale di Thessaloniki, nel nord della Grecia, ospita 600 persone. Un grande e polveroso capannone di mattoni, facente parte di un ex stabilimento di pelli, è il cuore del campo, mentre il mare nelle vicinanze porta umidità nelle tende. Le zanzare, che si diffondono indisturbate nelle baracche non protette del campo limitrofo, lasciano punture che bruciano sulle mani, piedi e volti, o grossi gonfiori che impiegano parecchio tempo a scomparire.

L'ordine ed il rispetto delle regole nel campo dovrebbe essere gestito dall'esercito greco, ma i controlli sono allentati. Due uomini non armati in divisa militare passeggiano nell'area chiacchierando. Prima della crisi i corridoi della fabbrica erano vuoti da molto tempo, ma in primavera sono state velocemente montate le tende. Secondo il Ministero della Salute ellenico, in tutta la Grecia ci sono quasi 60 campi di questo tipo. Ben due terzi dei 60.000 rifugiati nel Paese trascorrono la propria vita in accampamenti così. Dopo la chiusura del confine macedone e l'accordo Ue-Turchia, essi sono stati distribuiti in fretta sul territorio, ed il campo di passaggio di Idomeni è stato approntato poco dopo.

«Ci hanno sparato addosso del gas lacrimogeno» rivela Shad riguardo la sua esperienza a Idomeni. Non c'è traccia di rancore, Shad sembra quasi obbedire al suo destino. La luce tiepida del sole entra all'interno del corridoio dalla stretta fessura della finestra. Di notte il bianco accecante dei fari passa attraverso le tende. Shad si rende utile, e dà una mano a dividere le porzioni. Ci sono patate con verdure e un piccolo pezzo di pane secco, due volte al giorno.

Il campo è una baraonda

Tornata alla tenda familiare, la ragazza rivela la sua frustrazione: «Non c'è niente da fare. Aspettiamo tutto il giorno. Si diventa matti. Se almeno potessi tornare a scuola!». La scuola, è questo il desiderio dei più piccoli. La tenda nel secondo corridoio, quarta fila, è un po' diversa dalle altre. Se si solleva la tendina all'ingresso, si vede la stanza che funge da soggiorno-camera-sala da pranzo della famiglia di Shafik Sbihi. Quando erano ancora a Deraa, con il suo lavoro di autista di taxi poteva permettere uno stile di vita più agiato della media alla moglie ed ai suoi figli. Ma poi la rivolta contro il regime, partita nel sud della Siria,  ha sconvolto tutto. Oggi questi quattro pareti di tela a Sindos custodiscono tutto ciò che è rimasto agli Sbihi. Nel cesto di legno sul tavolo c'è del the, insieme ad una ciotola con un grappolo d'uva. Alla famiglia è stata strappata la prospettiva di un'Europa libera, come è accaduto a tanti altri. La chiusura della cosiddetta Balkan Route è stata come uno schiaffo in pieno viso. «Se non ci è permesso andare oltre, l'Europa potrebbe almeno dare dei soldi» dice Shad. Da poco è stata malata, per fortuna ha avuto un semplice raffreddore. «È da più di un mese che non ci sono medicine per noi», continua la ragazza.

La precarietà degli approvvigionamenti è un problema che è stato riportato in molti campi. Lo conferma il 34enne Hassan, un infermiere curdo proveniente da Aleppo che si occupa dell'assistenza di più di mille persone in un campo vicino a Vasilika, una località a sud-ovest di Thessaloniki. «Certo, ci sono medici, ma non distribuiscono alcuna medicina» dice. Nella sua tenda custodisce una piccola, ma dignitosa raccolta: vitamine per donne in gravidanza, spray per l'asma, alcune medicine per la dissenteria, devolute da organizzazioni umanitarie private. «Non mi posso permettere di più come primo soccorso» spiega. «La richiesta è enorme, e non solo per le medicine. Ogni giorno abbiamo tre o quattro persone che soffrono di stress post-traumatico. Se tutto va male, chiamo l'ambulanza. Ma a volte arriva, altre no» dice Hassan. «Una volta abbiamo dovuto aspettare tre ore. Poi è arrivata una chiamata: "Avete ancora bisogno di noi?". Qui funziona così».

Nel campo di Hassan arabi e curdi sono stati separati. «Ci sono stati problemi tra i due gruppi» rivela un siriano, che preferisce restare anonimo. «Un gruppo di giovani curdi ha volontariamente acceso una rissa. Si sono presentati con i coltelli. Le persone litigano per piccolezze, per cose che vengono distribuite, come una sedia o beni alimentari. C'è veramente poco di tutto» dice l'uomo. La polizia non interviene per far rispettare le regole. Per paura di diventare vittime in molti si sono armati, ed in media un uomo su due porta con sé un coltello. «Il problema è intrinseco al campo», commenta Johnny Tutton, un volontario di 33 anni. «Il campo è come una bomba ad orologeria. Se le persone vengono trattate come animali non c'è da meravigliarsi del fatto che accadano fenomeni simili».

Tornare indietro

Nella tenda di Hassan c'è sempre un grande flusso di gente. Facce nuove compaiono regolarmente, per chiedere delle medicine o un consiglio. «Do sempre una razione giornaliera di medicine» dice Hassan, «altrimenti le pillole potrebbero finire nel giro del mercato nero». In un attimo libero fa vedere foto delle sue missioni ad Aleppo: immagini di cadaveri coperti di polvere nelle strade, compresi quelli di molti bambini, poi una donna in ambulanza. Il suo corpo è avvolto in una coperta, due righe di sangue fresco scorrono sul suo viso bianco e liscio. Il suo sguardo fisso non rivela se sia ancora viva. «Non riesco a dormire più di due, tre ore a notte» dice Hassan, tranquillo. «Ho visto scene così ogni giorno. Le immagini mi scorrono davanti continuamente». In confronto a questi ricordi gli atti di violenza nel campo sembrano una cosa quasi secondaria. «Non voglio vedere morti ammazzati ogni giorno. Per vedere questo mi sarebbe bastato rimanere in Siria» dice Hassan.

E infatti: il dilemma del ritorno fa impazzire. «Molti prendono la strada per la Siria attraverso Bulgaria e la Turchia» dice Johnny Tutton. Anche in questa direzione si trovano trafficanti disponibili, e a volte alcuni di essi hanno persino vissuto in campi.

Storie di fuga

Ali Maleki da Isfahan non ci pensa nemmeno a tornare. Ha già attraversato una volta il confine "magico e proibito" per la Macedonia. Si è introdotto lì da solo e a piedi. «Lì è iniziato il mio periodo peggiore, la settimana nella giungla macedone» racconta il 26enne. «Dovevo nascondermi dalla polizia, non avevo nulla da mangiare a parte ciò che cresce dagli alberi». Finì tutto poco prima del confine per la Serbia. «Mi hanno scoperto. In prigione mi hanno picchiato per bene». Con un movimento circolare della mano indica un enorme rigonfiamento sulla nuca. «Poi mi hanno espulso. Mi hanno buttato dall'altra parte del confine». Durante il trasporto ad un campo poi è scappato dalla polizia greca. Da quel momento vive nel parco. Decine di famiglie si sono stabilite nello spazio aperto al confine della città di Thessaloniki. Trascorrono qui intere giornate.

«Aspettiamo una chiamata» dice Mina. La 19enne afghana siede con il marito, il fratello, i genitori e i nonni nel terreno di calcestruzzo. Intorno a lei ci sono grandi valigie. «Vogliamo andare in Germania», dice lei. Il trasporto dal confine greco alla Serbia costa mille euro a persona. «I trafficanti si trovano ad Atene», spiega Mina. Metà del conto viene saldato alla partenza, il resto va dato dopo l'arrivo. In primavera la famiglia è arrivata dall'Afghanistan. «La nostra provincia di Maidan Wardak è piena di talebani» racconta la giovane. Suo padre ha fornito carburante per la NATO. È stato rapito, minacciato e poi riscattato dalla sua azienda. «Se continui a lavorare per gli americani, uccideremo i tuoi bambini», queste parole dei combattenti talebani gli hanno dato la spinta alla fuga. «Gli europei pensano che veniamo qui esclusivamente per motivi economici. Ma questa è un'idiozia». Mina si sistema il velo che le svolazza intorno al volto. «Avevamo una casa, terreno, animali. È tutto venduto. Siamo partiti perché volevamo semplicemente vivere» spiega. «Ho visto bombe esplodere davanti ai miei occhi, e non solo una volta». Hanno volato fino a Teheran, in Iran, e da lì i contrabbandieri hanno poi portato la famiglia attraverso la Turchia fino all'isola di Lesbo, in Grecia. «Fino a lì i nostri trafficanti erano turchi» dice. «La Turchia non ferma i rifugiati. È il confine macedone il vero problema, dove tutto si ferma».

Racconta una cosa simile il 37enne Rasuk (nome di fantasia). Quattro settimane prima era fuggito con un gommone dalla città turca di Cesme fino all'isola di Chios. «Abbiamo fatto il viaggio senza problemi. Quando i turchi fermano una barca una volta al mese, lo fanno per le telecamere della Tv, né più né meno», dice convinto il siriano. La fortezza medievale, l'attrazione turistica dall'altra parte della strada, è illuminata dal sole della sera. All'ombra delle case sono state posizionate delle piccole capanne e tende, strutture provvisorie per chi è bloccato nell'isola. I turisti arrivano ancora, ma da quando la notizia dell'ondata di rifugiati si è diffusa sono diminuiti. Rasuk ha altre preoccupazioni. Ogni volta che inizia a parlare, finisce per balbettare. Prima che riesca ad arrivare ad esprimere il concetto ci vogliono un po' di secondi. «Un segno dello Stato islamico», dice lui. Le sue braccia sono decorate con antichi caratteri babilonesi. Sta seduto insieme ad altri uomini tra le tende, in un tavolo costruito con rozze tavolozze. «Ho lavorato per il regime, ero nel team mediatico di Assad» racconta. A causa di un video scherzoso sugli islamisti, da lui prodotto durante il suo tempo libero, è finito in prigione. «Lo Stato islamico mi ha catturato e torturato» dice Rasuk. «Se fossi rimasto più a lungo...» si porta la mano alla gola, a fare un gesto inequivocabile. Persino qui a Chios non si sente del tutto sicuro. «Sono l'unico ateo, in mezzo ai musulmani» L'uomo di fronte sembra improvvisamente arrabbiarsi, la sua barba lunga e scura si inarca ferocemente verso l'alto. Nella religione musulmana è prevista la pena di morte per apostasia. Ma sono tutti sulla stessa barca, non ci sono commenti inappropriati. Gli uomini raccontano della vita sulla strada, della sopravvivenza, la criminalità, il rapimento dei bambini, ed ovviamente – tutti e quattro confermano annuendo – i suicidi dei profughi: ci sono anche quelli, purtroppo.

Iraner Ali è un altro che continua a trascorrere i giorni nel parco di Thessaloniki. Vede le famiglie arrivare e andarsene. Aspetta paziente la sua occasione: arrivare al confine e andare avanti in qualche modo. Nel frattempo offre il suo aiuto, quando c'è bisogno, ad un'associazione umanitaria come traduttore, e distribuisce le razioni di cibo. «Quando vedo qualcuno che si autocommisera, vado da loro e li tiro su. Essere tristi e disperati non porta a nulla, rende solo la vita difficile». Riguardo la politica sui rifugiati ha espresso un chiaro giudizio: «La Germania l'ha gestita bene nell'ultimo anno. Adesso c'è bisogno degli altri Stati che hanno collaborato poco. Gli europei dovrebbero venire qui, vedere in prima persona come viviamo e aprire gli occhi».