La vie en rose , versione georgiana

Articolo pubblicato il 07 novembre 2005
Articolo pubblicato il 07 novembre 2005

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

La rivoluzione a Tbilisi, definita con un romantico e mediatico eufemismo “la Rivoluzione delle rose”, ha portato alla ribalta un Presidente superstar. Cosa rimane però a due anni di distanza dalle speranze del novembre 2003?

Tenace, Mikail Saakashvili, lo è di certo. Dopo l’ascesa mediatica alla presidenza della Georgia, nel gennaio 2004, la popolazione si è divisa tra chi applaude alle rigide riforme da lui adottate, e chi invece digrigna i denti. Tra i più entusiasti i giovani, che hanno fatto di lui un mito, un eroe nazionale senza precedenti. Giorgi Meladze, uno dei leader del movimento giovanile Kmara! (Ora basta!), ha sottolineato che la sua generazione, intrisa di patriottismo, «ha ritrovato l’amore per quei simboli identitari quali la bandiera o l’inno nazionale, che alcuni intonano addirittura nelle feste di famiglia…».

E la comunità internazionale non è da meno. È infatti da eroe della democrazia che Misha, soprannome del sopracitato Mikail, è stato accolto alla tribuna delle Nazioni Unite lo scorso 15 settembre. All’indomani delle colorate rivoluzioni in Ucraina e in Kirghizistan, questa piccola Repubblica caucasica è la sola a meritarsi la fiducia di Washington che, già qualche giorno prima, aveva inviato alla Georgia ragguardevoli aiuti economici (295 milioni di dollari), per migliorare le infrastrutture del Paese.

Un’interpretazione della democrazia

Se la sincerità del programma di Saakashvili è innegabile, alcune delle misure da lui adottate – come ad esempio l’arresto di alcuni giornalisti e le incursioni in territori di cessate il fuoco – possono però lasciare perplessi. «C’è un profondo malinteso in Occidente sul significato della Rivoluzione delle rose. Che è stata infatti presentata come una rivoluzione democratica, quando invece l’intenzione di Saakashvili era in primis quella di rafforzare lo Stato georgiano, cosa che può essere considerata in controtendenza con le esigenze democratiche del paese», commenta Vicken Cheterian, giornalista e direttore dei programmi dell’organizzazione Cimera.

Oggi sembra di assistere ad una connivenza tra poteri pubblici e media. Per Thornike Gordadze, ricercatore presso il Ceri, «l’illusione che, sotto il governo di Shevardnadze ci fosse un più elevato grado di democrazia, era dovuta alla debolezza dello Stato. Si trattava, cioè, di una democrazia per difetto».

Ancora più allarmante, secondo gli specialisti, è la debolezza dei partiti politici d’opposizione. «Affinché una democrazia funzioni, è essenziale che esistano dei contropoteri. Qui risiede è il ruolo dell’opposizione. Al momento, invece, non si intravede alcuna alternativa credibile a Saakashvili», come ricorda Thornike Gordadze. Dopo due anni di lotta alla corruzione, punta di diamante del programma di Saakashvili, la Georgia non è ancora riuscita a rimontare la china e a prendere le distanze da quei paesi che sono considerati oggi tra i più corrotti al mondo. Le responsabilità di questa situazione di stallo sono da attribuire «alle riforme intraprese, risultato di microinterventi assai mirati da parte del governo, che ha preferito adottare una strategia di intervento caso per caso, piuttosto che un approccio di tipo sistematico volto al rafforzamento delle istituzioni pubbliche», spiega Giorgi Meladze. I pochi successi di Saakashvili – riforme dell’educazione e della giustizia, miglioramento della rete stradale – non sono riusciti comunque a nascondere la delusione dei cittadini, emersa in occasione delle manifestazioni a sostegno dell’ex Ministro degli Esteri, Salomé Zurabishvili, allontanato dal governo il 19 ottobre scorso.

Pronto, le Nazioni Unite ?

La politica regionale soffre allo stesso modo di un’assenza di prospettiva. La linea seguita fino a questo punto si basa infatti sulla formula, a dir poco enigmatica, della "federazione asimmetrica". Se Saakashvili può vantare un discreto successo nella regione di Ajaria, dopo la caduta del governo presieduto dal leader storico Aslan Abashidze, lo stesso non si può dire quanto alla situazione, ben più complessa, dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, regioni di fatto indipendenti dopo le guerre civili scoppiate nel 1992-93. Mantenute sotto il controllo precario di 3.000 soldati russi, queste due province non hanno occhi che per Mosca, tanto è vero che l’80% della popolazione ha di recente ottenuto la nazionalità russa. Per Vicken Sheterian, «Tbilisi ha ormai rinunciato a far politica in queste regioni e concentra adesso i suoi sforzi nel tentativo di arginare il diffondersi della violenza».

Inoltre, dal momento che la presenza delle truppe e delle basi militari russe in territorio georgiano innervosisce Tbilisi, la comunità internazionale, poco disposta a contrariare la potente Russia, si fa da parte. E se da un lato Georges W. Bush non esita a definire la Georgia come «il faro della libertà nel mondo », dall’altro suggerisce di passare questa patata bollente alle «Nazioni Unite, per esempio»: impegnandosi però, dal canto suo, «a fare un paio di telefonate»!

Con le mani legate

La storia d’amore tra Saakashvili e la Casa Bianca è stata spesso esagerata. «Un paese come la Georgia ha poca scelta in materia di geopolitica. È logico che i georgiani guardino più spontaneamente agli Stati Uniti, i quali non badano a spese, quando si parla di investire nell’economia, nella sicurezza, nella cultura e nell’educazione», spiega Thornike Gordadze. La predisposizione nei confronti dell’alleato americano è dunque naturale, e lo stesso Shevardnadze, del resto, aveva attivamente sostenuto gli Usa dopo l’11 settembre 2001, mettendo a loro disposizione il suo spazio aereo e inviando le sue truppe in Iraq.

Dopo Russia ed Usa, la riverenza della Georgia potrebbe ora indirizzarsi all’Unione Europea? È quello che Saakashvili chiede forte e chiaro. Ma per adesso l’adesione è fuori questione, dal momento che le due entità stanno attraversando una grave crisi identitaria. La delegazione europea a Tblisi sta comunque valutando, fin da ora, la possibilità di una collaborazione «di buon vicinato».

Forte della sua motivazione e di una rinnovata rispettabilità a livello internazionale, Saakashvili è pronto ad intraprendere la seconda parte del suo mandato. Resta comunque il fatto che è proprio nelle zone di non diritto dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che si giocherà il destino della moderna Georgia. Là, dove la buona volontà sembra non bastare più.