La verità sul Pride di Istanbul, secondo Kemal Ordek

Articolo pubblicato il 01 luglio 2015
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Articolo pubblicato il 01 luglio 2015

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Due giorni dopo l'approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso negli Stati Uniti, la polizia turca reprimeva coi lacrimogeni i manifestanti del Gay Pride di Istanbul. Abbiamo intervistato Kemal Ordek, presidente di "Red Umbrella Fund", attivista LGBTI e per i diritti dei "sex workers" in Turchia.

cafébabel: Cos'è successo, nei dettagli, domenica 28 Giugno al Pride di Istanbul?

Kemal Ordek: Da 13 anni, quel giorno, la comunità LGBTI è solita ritrovarsi in piazza Taksim per aprire il corteo. Tuttavia, quel giorno, ogni traversa collegata con via Istiklal (dove si doveva tenere la sfilata) era bloccata dalla Polizia. I poliziotti non lasciavano passare nessuno: non si poteva accedere né a piazza Taksim né a via Istiklal. Era la prima volta che la polizia bloccava le stradine.

Quando la folla si è ingrandita, la Polizia ha cominciato ad attaccare i manifestanti coi gas lacrimogeni, coi cannoni ad acqua e con le pallottole di gomma. C'erano migliaia di poliziotti attorno alla piazza e alla via. Insomma, la sfilata non poteva cominciare dato che la folla non si poteva radunare in piazza per poi marciare in corteo. Più tardi, la Polizia ha cominciato ad attaccare tutti quanti per disperdere la folla tramite l'uso della forza.

cafébabel: Un cameraman della Reuters ha dichiarato che la polizia aveva represso la folla che voleva accedere alla piazza Taksim, proibita alle manifestazioni dal 2013. Altri dicono che i manifestanti hanno urlato slogan contro Erdogan. Lei come la pensa sull'accaduto?

Kemal Ordek: Nessuno ha provato ad accedere a piazza Taksim. Da 13 anni ci raduniamo là non per occupare il luogo, ma solo per aprire il corteo che sfila poi per via Istiklal. Ovviamente la gente ha iniziato ad urlare slogan contro Erdogan, perché è nostro diritto in democrazia, ma nessuno li ha urlati prima di venire aggredito dalla Polizia. Se la gente è attaccata, per forza tutti impazziscono ed urlano slogan. Sono solo scuse.

Sono 13 anni che organizziamo il Pride, lo abbiamo organizzato perfino dopo il 2013 (nel maggio di quell'anno si tennero le grandi manifestazioni di protesta in piazza Taksim, n.d.r.). Nel giugno 2013 e 2014 eravamo là e nessuno ci ha fermati. Non si dovrebbero legittimare le scuse usate dallo Stato in quel modo. Ci siamo riuniti pacificamente per organizzare la marcia e migliaia di poliziotti ci hanno aggrediti all'improvviso. Costituzionalmente, non ne hanno il diritto perché si tratta d'una strada pedonale e nemmeno siamo tenuti ad informarli prima della parata. Come abbiamo fatto presente qualche giorno fa, sapevano che la marcia doveva aver luogo quel giorno là, perché lo avevamo annunciato.

cafébabel: C'é stata un'altra manifestazione LGBTI ad Istanbul il 21 giugno scorso. Senza nessun problema. Cosa è cambiato fra il 21 ed il 28 giugno?

Kemal Ordek: Quella del 21 non era una marcia gay, bensì una marcia trans. Suppongo che, essendo la grande marcia quella prevista per il 28, la marcia del 21 non sia stata altrettanto frequentata. L'anno scorso, quasi 100 mila persone hanno sfilato per via Istiklal per il Pride. Credo che a partire da oggi, il governo abbia mostrato che era spaventato da noi e dal fatto che il nostro messaggio politico era udito da più gente di quel che pensavano. Siamo diventati più mediatici. Ci sostengono apertamente delle celebrità, dei comuni, dei membri del parlamento e molte ONG rappresentative di diversi gruppi sociali. Siamo sempre più mainstream. Penso che ci abbiamo voluti fermare con la scusa del Ramadan. Ci sono molti credenti all'interno dei manifestanti. E' sempre stato cosi' ed è per questo che non ha senso dare un tono anti-islamico alla marcia. Questo è un paese laico per Costituzione e non si puo' sbandierare il Ramadan come scusa per impedire alla gente di sfilare. Ecco come si comporta il nostro governo quando si tratta di diritti LGBTI.

cafébabel: Pensa che l'approbazione dei matrimoni egualitari, venerdi' scorso, dalla Corte suprema degli Stati-Uniti, sia stata una leva a questa reazione di ostilità da parte d'un governo conservatore come quello attualmente al potere in turchia? E' forse il modo del governo turco per manifestare il proprio dissenso riguardo all'avanzata dei diritti LGBTI e delle famiglie non tradizionali in generale?

Kemal Ordek: Penso che il governo abbia voluto fare passare alla comunità LGBTI e ai suoi sostenitori in Turchia, il messaggio seguente : "non vi lasceremmo diventare più visibili!". Non credo che si trattasse d'un messaggio diretto al governo americano o riguardante la nuova legge negli USA, ma una reazione alla tendenza globale ad una miglior visibilità della comunità LGBTI e delle sue battaglie. Il governo, con quest'ultimo atto, ha mostrato la sua volontà di limitare i diritti umani, nient'altro.

cafébabel: Riguardo a diritti LGBTI e dei sex workers in Turchia, dove ne siamo?

Kemal Ordek: Non c'è nessun riconoscimento costituzionale dei diritti LGBTI in Turchia. Nessuna legge contro le discriminazioni, nessuna legislazione contro le istigazioni all'odio per proteggere gli LGBTI dalla violenza. Gli LGBTI non sono criminalizzati in Turchia, tuttavia c'è una forte discriminazione di matrice omo e transfobica molto sparsa. C'è un riconoscimento legale del genere in Turchia, ma le pratiche che i transgender devono intraprendere sono lunghe, costose e vi sono molti limiti per accedere a dei servizi di salute di qualità. Per cambiare il proprio genere sulla carta bisogna riempire una serie di passi come il divorzio, la sterilizazione, la diagnosi... Il lavoro del sesso è, si, legalizzato in Turchia dove è legale prostituirsi in case di tolleranza riconosciute dallo Stato ma cio' è possibile solo per le donne e le transessuali operate. Tuttavia non si tratta che di una minuscola parte dell'industria del sesso e la maggior parte lavora senza essere registrata, essendo vittime di multe e chiusure delle loro case. Il Codice Penale si mostra particolarmente ostile ai, e alle, sex workers. Il governo attuale, anziché riconoscere loro il diritto alla professione e all'identità, tende a criminalizzarli.

Un ringraziamento a Kemal Ordek, presidente del Red Umbrella Fund.