"La Turchia è cambiata, e dobbiamo rendercene conto in fretta"

Articolo pubblicato il 26 luglio 2016
Articolo pubblicato il 26 luglio 2016

Il colpo di stato in Turchia ha dato un forte scossone alla politica estera turca, e c'è da scommettere che Unione europea, Stati Uniti e Russia non rimarranno a guardare. Cosa possiamo aspettarci dall'immediato futuro? Ne abbiamo parlato con Gianpaolo Scarante, ambasciatore italiano ad Ankara fino al 2015.  

cafébabel: Come cambierà la politica estera turca, a seguito del colpo di stato?

Gianpaolo Scarante: La politica estera turca è già cambiata. È cambiata negli ultimi 10 anni, e ha suscitato molte perplessità, perché è diventata in qualche modo slegata da quelli che sono gli interessi occidentali ed europei. La Turchia che appartiene alla NATO non esiste più, ma esiste una Turchia che cerca la propria identità internazionale, basandosi sulla forza economica e su quello che è stato chiamato il "nuovo ottomanesimo", la "zona di influenza" turca. Oggi la domanda che va posta è: in che misura la politica turca è o meno ancora allineata sugli interessi dell’Europa e dell’Occidente? Lo sarà inevitabilmente sempre di meno, e sarà bene farsene una ragione. Io ho l’impressione che l’Europa non stia comprendendo proprio questo.

cafébabel: Nello specifico, come cambierà il rapporto con l'Europa?

Gianpaolo Scarante: Anche a voler guardare l’accordo sull’immigrazione, esso parte dal presupposto che la Turchia abbia come suo prioritario interesse nazionale l’accesso all’Unione europea. Alla luce di questo l’UE ha offerto la riapertura dei negoziati e la concessione dei visti, in cambio dell'impegno turco sul fronte immigrazione. La cruda realtà però è che la Turchia non ha più come obiettivo prioritario l’ingresso nell’UE. Tale ingresso nei prossimi anni non è realistico, e i turchi lo sanno. L’UE deve capire che non negozia da posizione di forza, non "tiene in pugno" la Turchia con la questione dei negoziati e dei visti. L’Europa, nella sua globalità, deve mettere in gioco la globalità dei rapporti con la Turchia, non solo dei piccoli pezzi, che si tratti di immigrazione o economia. Senza considerare la repressione attualmente in atto, che sta facendo regredire il paese di decenni sul piano dei diritti civili e delle libertà personali, e questo è francamente inaccettabile. 

cafébabel: Come si evolverà il rapporto con gli Stati Uniti e la Russia?

Gianpaolo Scarante: In questo momento la Turchia sembra giocare su più tavoli, basti guardare le riaperture mostrate verso Israele e verso la Russia. L’idea che Ankara sia alleata dell’Occidente e degli Stati Uniti ad ogni costo è un’idea sbagliata: essa sta giocando in una maniera molto aperta, fa quello che le conviene. Se le converrà allearsi con la Russia, lo farà. In questo momento la crisi siriana rappresenta uno smacco clamoroso per la diplomazia mondiale, il peggior errore di valutazione mai commesso dall’Europa per come la conosciamo oggi. Stiamo assistendo ad una fase di pragmatismo da parte dei vari contendenti, tra cui anche gli Stati Uniti, che in qualche modo stanno negoziando una sorta di "spartizione dell’area di influenza" nel Medio Oriente con la Russia. La Turchia sceglierà il fronte che le apparirà più conveniente. Se per esempio i russi garantiranno alla Turchia un appoggio anti-curdo, i turchi sceglieranno la Russia. La Turchia è libera oggi, non è legata né alla NATO né all’Unione europea, ma persegue interessi nazionali che sono diversi da quelli europei ed occidentali.

cafébabel: Quanto è realistica la minaccia di reintrodurre la pena di morte?

Gianpaolo Scarante: Erdoğan è una persona molto astuta. Indipendentemente dal se la pena di morte verrà o meno reintrodotta, come possiamo già vedere la repressione sarà durissima. Tuttavia, minacciando la pena di morte Erdoğan ha costretto l’Europa a mettere un paletto, a minacciare di sospendere i negoziati in caso di reintroduzione della pena capitale. Quindi in qualche modo implicitamente ammettendo che i negoziati potrebbero rimanere aperti, se la pena di morte non sarà reintrodotta. Non penso sia stato un errore da parte di Erdogan, penso più ad una mossa strategica. Se poi verrà veramente reintrodotta sarebbe un fatto di una gravità inaudita, che isolerebbe la Turchia ancor di più di quanto già non sia ora. La percezione e la reazione di Erdoğan ad eventi come questo negli anni è diventata notevolmente più impulsiva, umorale. C’è assolutamente il rischio che questa repressione gli possa "prendere la mano". È proprio su questo punto che l’Europa deve essere ferma, non sulla pena di morte in quanto tale, che potrebbe essere una mera mossa strategica. Con una repressione di tale portata non si può nemmeno parlare di negoziati, o rapporti strategici euro-turchi. È inaccettabile che a seguito di un colpo di stato ci sia un ritorno indietro di decenni della Turchia sui diritti civili fondamentali. Come ho detto, l’ingresso nell’UE non è la priorità della Turchia, e l’Europa non gioca in una posizione di forza, e deve capirlo rapidissimamente. Ora, io so bene che la politica non può essere morale, ma non si può nemmeno pensare di avere una politica così amorale. Anche nell’accordo sull’immigrazione, vi sono dei principi di moralità da tenere maggiormente in considerazione.

cafébabel: Che evoluzioni prevede per il futuro?

Gianpaolo Scarante: Non dobbiamo guardare i pezzi della storia che abbiamo davanti, dobbiamo cercare di vedere il racconto nella sua interezza. E questo racconto dice che la struttura politica, diplomatica, ideologica che era uscita dalla  Prima Guerra Mondiale, ed aveva tenuto duro per quasi un secolo, oggi è compleramente disarticolata. E la Turchia rientra in pieno in questo processo. Tuttavia, quello che è importante comprendere è che tutto questo processo sta avvenendo in maniera complessiva, e in tale maniera va affrontato, senza rincorrere i singoli eventi in quanto tali. E quel che mi preoccupa di più è che non vedo questa consapevolezza in ambito europeo.

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Gianpaolo Scarante è stato ambasciatore italiano ad Ankara fino al 2015. È attualmente docente presso l'Università di Padova, dove insegna Teoria e tecnica della negoziazione internazionale.