La Turchia di Erdoğan: un percorso infranto

Articolo pubblicato il 11 settembre 2013
Articolo pubblicato il 11 settembre 2013

Dieci anni di attiva politica internazionale hanno conferito alla Turchia lo status di attore di primo piano in Medio Oriente. Ora, gli eventi in Egitto, a piazza Taksim e la crisi siriana sconvolgono le strategie di Erdoğan. La stabilità della regione è a rischio e nuove decisioni critiche si celano all'orizzonte. Breve excursus storico per capire la geopolitica di Ankara.

Erdoğan non ha mai fatto segreto di volere riportare la Turchia agli antichi fasti. In realtà, già alla fine dello scorso secolo, boom economico e vitalità politica alla mano, questa nazione sperimenta il bisogno di aprirsi nuovi spazi di manovra per crescere. Lo sbocco naturale allora diventa il Medio Oriente, visto che i Balcani sono preclusi dagli interessi tedeschi e americani e, in parte, da quelli italiani e francesi.

Nel 2000, i numeri per riuscire in questa moderna Drang Nach Osten ci sono tutti. Sotto l'ombrello della NATO e grazie alla sua posizione strategica, la Turchia raggiunge una stabilità politica quasi del tutto sconosciuta alle altre nazioni dell'area. Siamo però ancora ben prima della svolta economica imposta da Erdoğan.

Nel 2001 e nel 2003, durante le invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq, si dimostra un alleato affidabile dell'Occidente, cosa che le permette di estendere parte della sua influenza sulla regione, approfittando della caduta dei due regimi più stabili dell'area.

La recrudescenza della Jihad e le migrazioni dei cristiani verso lidi più sicuri, mettono però a dura prova la stabilità della Giordania, del Libano e soprattutto della Siria. Quest'ultima, grazie alla sua relativa stabilità e posizione strategica, era stata lo sbocco privilegiato sul Mediterraneo delle merci di tutta l'area, Iran compreso, fino al 2008.

ANKARA mediatrice dei conflitti mediorientali

Arriva dunque il momento per Ankara di mutare la sua posizione: da semplice “galoppino” degli interessi occidentali, a un ruolo più consono di "mediatore nei conflitti" che si allargano nella regione. E, sebbene la Primavera Araba sconvolga in un primo momento i piani di Erdoğan, il premier turco riesce a ricavarne dei vantaggi. Soprattutto, dopo il grave incidente che occorre alla nave di aiuti umanitari internazionale con equipaggio turco, che, tra il 2010 ed il 2011, causa sommosse in tutta l'area e un intervento “soft” sul piano militare da parte della stessa Turchia (basti pensare all'Operazione Libertà dei Mari, messa in atto proprio con il fine dichiarato di proteggere gli interessi turchi e nord-ciprioti nel Mediterraneo orientale).

La stabilità politica ed economica della Turchia con annesse le libertà di cui ancora godono suoi cittadini (stiamo parlando di due anni prima degli avvenimenti di Piazza Taksim), fanno addirittura sbilanciare lo stesso establishment turco e alcuni osservatori internazionali: Ankara diventa il modello, se non la promotrice occulta, del movimento che infiamma mezzo Mediterraneo.

L'Egitto però, una volta chiamatosi fuori dalla Primavera (tramite le dimissioni di Hosni Mubarak), decide di cercare una via d’uscita dalla crisi e dal controllo degli occidentali, causando il primo stop nel preciso disegno del premier Erdoğan.

Inoltre, quando tutti gli equilibri che la Turchia aveva faticato a costruire si trovano di nuovo sconvolti, l'esplosione della rivolta siriana vicino ai propri confini nazionali (pur eliminando un pericoloso concorrente economico) è sul punto di destabilizzare la regione di Diyarbakir (un'area che ancora risente degli influssi del PKK e nella quale, i curdi del nord Iraq, grazie alla protezione della missione Enduring Freedom, sono riusciti a creare uno "Stato nello Stato" in cui godono di totale libertà rispetto ai loro cugini turchi e iraniani).

la turchia dopo "taksim", morsi e la crisi siriana

Arriviamo così ai giorni nostri. L'unica soluzione di fuga per Ankara, non potendo gestire Israele e i suoi alleati, è quella di porsi come alternativa al caos e alla deriva islamista (alquanto dubbia per certi versi) dell'Egitto, unico Paese della zona che, se dovesse ritrovare un po' di stabilità, potrebbe mettere in forse l'ascesa dell'eterno rivale.

Scartata l'ipotesi militare verso l'Egitto, in un primo tempo ventilata dalla NATO stessa, ora rimane da vedere come Ankara intenderà muoversi. Di sicuro un premier "consumato" come Erdoğan avrà già fiutato la possibilità di porsi come punta di diamante in caso di un intervento NATO in Siria. La caduta del "moderato islamico" Morsi in Egitto, obbligherà il premier a concentrare gli sforzi su una zona meno pericolosa per la sua politica. Allo stesso tempo, obbliga la Turchia a sbilanciarsi definitivamente e perdere quella “preziosa solitudine”, che era in parte la sua forza. Le conseguenze, specialmente se le potenze occidentali dovessero entrare in gioco, potrebbero essere più spiacevoli di quanto si pensi.

Video Credits: Euronews/youtube