La tragedia dell'Heysel e la caduta del governo belga

Articolo pubblicato il 02 giugno 2015
Articolo pubblicato il 02 giugno 2015

Da rito collettivo di tifoserie gaudenti a maschera funeraria del pallone. La finale di coppa dei Campioni del 29 maggio 1985 tra Juventus e Liverpool doveva essere una festa dello sport, oltre che una meritata passerella per le due squadre più forti dell’Europa di allora. E invece si trasformò nell’evento più tragico della storia del calcio europeo.

Per quella partita era stato scelto lo stadio “Heysel” di Bruxelles, un impianto fatiscente e non abbastanza capiente per eventi sportivi di quella portata. I disagi iniziarono subito. Furono venduti più biglietti di quelli previsti e lo stadio si riempì in ogni ordine di posto, provocando le prime scaramucce tra i fortunati che potevano assistere alla finale e chi non riusciva ad entrare.

Poche ore prima dell’inizio del match cominciarono gli scontri. Le due curve erano separate ma i tifosi del Liverpool attaccarono il settore Z, occupato da spettatori che avrebbero dovuto essere neutrali ma che poi risultarono appartenere alla tifoseria juventina. In pochi minuti la situazione sfuggì di mano. Gli inglesi ebbero la meglio sul fragile cordone di polizia che presidiava il settore Z. Fuggi fuggi generale, poi parte della gradinata crollò. Tragico il bilancio: 39 morti, di cui 32 italiani. Nonostante ciò, si decise di giocare per questioni di ordine pubblico. Per la cronaca: la Juventus vinse 1-0, goal di Platini su rigore. Ma nonostante il commento del telecronista della Rai, Bruno Pizzul - che al fischio finale parlava di «ritorno dell’evento sportivo» -, c’era ben poco da festeggiare. La gioia era smorzata dalle prime notizie che cominciavano a circolare. E l’entusiasmo frenato dalla presenza dei soldati chiamati a presidiare la pista atletica a pochi metri dal campo di gioco.

A trent’anni di distanza da quella tragedia fioccano pubblicazioni e convegni di ogni tipo, che riportano scrupolosamente indietro le lancette dell'orologio per cercare di capire cosa accadde effettivamente. Eppure, in pochi ricordano che quella “partita” ebbe strascichi molto pesanti, tanto da provocare la caduta del governo belga nel luglio successivo. Si trattava della maggioranza di centro-destra guidata dal premier democristiano Wilfried Martens. La commissione parlamentare d’inchiesta sulla notte dell’Heysel aveva immediatamente inchiodato il governo alle sue responsabilità, accertando gravi carenze di ordine pubblico. Le colpe maggiori ricaddero sul ministro dell’Interno Charles Ferdinand Nothomb, reo di non aver gestito al meglio la situazione. Secondo il rapporto la Gendarmeria, corpo alle dipendenze dello stesso ministero, non aveva effettuato alcun sopralluogo nello stadio prima dell’inizio della partita. E già nel pomeriggio c’erano stati i primi scontri tra italiani e inglesi. Ma parte delle colpe ricaddero anche sulla UEFA. Tra le due curve era stata prevista una zona “neutrale”, il settore Z, in teoria destinata ai tifosi belgi. In realtà i biglietti di quella curva “cuscinetto” furono venduti agli italiani. La relazione della commissione denunciava anche che durante le cariche gran parte della Gendarmeria si trovava fuori dallo stadio e non riuscì a intervenire tempestivamente quando iniziarono i tafferugli.

La tragedia provocò un putiferio in Parlamento. A protestare furono soprattutto i liberali per bocca del loro leader, il ministro della Giustizia Jean Gol, il quale scrisse una lettera di dimissioni e chiese la testa di Nothomb, che però non sembrava per nulla intenzionato a lasciare. Il premier belga a quel punto tentò prima di ricucire lo strappo con i liberali, poi rassegnò le dimissioni, subito respinte dal re Baldovino. Era il 16 luglio 1985. Ma quella maggioranza di governo era ormai al capolinea.

Le elezioni anticipate vennero fissate in ottobre. Il tema della sicurezza fu l’argomento principe di una campagna elettorale molto agitata, ma paradossalmente della questione Heysel si parlò poco, nonostante una relazione ufficiale del governo belga avesse messo in evidenza che ben 8 stadi su 18 in Belgio non rispettavano le norme di sicurezza. In quegli anni il Paese doveva fronteggiare anche altri problemi. La pressione fiscale imposta dal governo aveva dimezzato il deficit pubblico e portato l’inflazione al 5 per cento, ma al costo di un durissimo risanamento. Il potere d’acquisto delle famiglie si era ridotto, la disoccupazione sfiorava il 14,5 per cento. Ma soprattutto, c’era l’incubo del banditismo, non di rado caratterizzato da atti terroristici: la banda del Brabante Vallone e le Cellule comuniste combattenti seminavano il terrore colpendo supermercati e banche. Una spirale di violenza di fronte alla quale l’opinione pubblica appariva disorientata. Qualcuno affermò che la tragedia dell’Heysel riguardava i belgi solo in parte, forse perché quei morti erano per la maggior parte italiani. E a rileggere le cronache dell’epoca, appare paradossale anche la giustificazione del ministro Nothomb, che a poche ore dal disastro si era limitato a una sterile difesa d’ufficio auspicando che le squadre inglesi non giocassero mai più negli stadi belgi.

Certo è che nonostante i veleni e i sospetti di quella campagna elettorale alla fine il governo fu riconfermato dagli elettori: per Martens si trattava della sesta volta in sei anni. Quasi tutti i ministri rimasero al loro posto, Nothomb compreso. Nel 2005 l’ex ministro ritornò sulla tragedia dell’Heysel, e dichiarò al quotidiano Le Soir che «la colpa fu degli organizzatori della partita». Come se quel dramma potesse essere racchiuso in 90 minuti.