La tigre di carta dei diritti umani

Articolo pubblicato il 05 gennaio 2004
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Articolo pubblicato il 05 gennaio 2004

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Dopo otto anni il Dialogo europeo sui Diritti Umani resta controverso e fallimentare. Basti pensare alle violazioni quotidiane contro gli uiguri dello Xinjiang. Reportage.

La Cina sta cambiando. Nessun’altro paese è stato capace negli ultimi anni di eguagliare il tasso di crescita o la velocità con la quale l’Impero del Mezzo sta evolvendo. La manifestazione più visibile di questa crescita è il febbrile attivismo edilizio che attanaglia l’intero paese. I villaggi cambiano dall’oggi al domani e spesso pare che non vi sia più nulla, oggi, che assomigli alla Cina di una decina d’anni fa. Ma se la rigenerazione dei centri urbani è certo una metafora del Rinascimento cinese, questo fenomeno rispecchia anche una crescente realtà di disuguaglianza, tensioni sociali, nepotismo, corruzione e autoritarismo da parte dello Stato.

Esportiamo lo Stato di Diritto

In questo clima la situazione dei diritti umani non è affatto migliorata. Il governo cinese si giustifica sostenendo che gli interessi individuali debbano esser subordinati a quelli della società. Mentre gli investitori stranieri sono sconvolti dalle deficienze dello Stato di diritto, la popolazione è oggetto di numerose violazioni dei diritti umani. E’ proprio a causa di questa situazione che si arrivò, nel 1995, al lancio del Dialogo europeo sui Diritti Umani.

Il suo motto è ‘cooperazione, non scontro’. Le pubbliche pressioni sarebbero dovute esser sostituite da negoziati costruttivi. Dei rappresentanti della società civile e della classe dirigente avrebbero dovuto verificare l’evoluzione della situazione dei diritti umani, della conferenze comuni facilitare il flusso di know-how specializzato e la traduzione in cinese di testi legali standard gettare le basi per la riforma del sistema legislativo cinese. Questi negoziati interculturali avrebbero mirato al miglioramento della situazione dei diritti umani, alla responsabilizzazione della classe politica e alla legittimizzazione dello Stato. I poliziotti cinesi avrebbero imparato come comportarsi in uno stato costituzionale dai loro omologhi del Vecchio Continente e i giudici sarebbero stati addestrati sui principi di base della separazione dei poteri.

Priorità agli interessi economici

Nel 1995 la Cina dettava le sue condizioni: sì al Dialogo ma a condizione che l’Europa si schierasse contro la condanna di Pechino da parte alla Commissione Diritti Umani dell’ONU. Nel 1997, e grazie soprattutto al veto della Francia, una risoluzione sulla materia si è arenata più per motivi economici che politici. In quel periodo la Cina stava contrattando, per un’importante commessa, col consorzio Airbus.

Ma la linea sui diritti umani continua ad esser definita da interessi economici. E’ così che non è potuta emergere nessuna posizione comune dell’Unione Europea: ogni paese è stato e resta innanzitutto interessato a vendere la propria tecnologia. E finché il successo delle visite di Stato si misurerà col numero di contratti firmati e prevarrà una logica competitiva, sarà un gioco da ragazzi per la Cina far scontrare tra loro i paesi europei. Stando così le cose, non possiamo non porci alcune domande sull’efficacia del Dialogo sui Diritti Umani.

Certo, è pur vero che oggi il rispetto dei diritti umani è migliorato. Sono garantiti in particolare i diritti degli individui, come quello alla proprietà individuale e alla libertà di movimento. Ma i diritti civili, come le libertà di riunione e di associazione, di parola o di stampa, sono ancora soggetti a importanti restrizioni. Pechino argomenta che finché l’economia continuerà a crescere e gli individui si vedranno riconoscere più diritti, godrà di una posizione tale da reprimere agevolmente l’opposizione politica. Ma solo una minoranza gode dell’attuale boom, mentre altre parti della popolazione sono marginalizzate.

Caos nello Xinjiang

L’esempio dello Xinjiang la dice grossa. Fino all’annessione da parte di Pechino nel 1949, lo Xinjiang era prevalentemente abitato da uiguri di confessione islamica. Oggi, come risultato di una politica migratoria decisa dall’alto, la bilancia pende a favore dei cinesi di etnia han.

La skyline di Urumchi, la capitale provinciale, dimostra che il progresso è arrivato anche nello Xinjiang. Ma è a Kashgar, il centro culturale degli uiguri che è esposta l’altra faccia della moneta. Anonimi palazzoni si accavallano alle costruzioni d’argilla nel bel mezzo del centro storico, i cui proprietari debbono subire il peso degli espropri, l’onta del’allontanamento dalle proprie case e l’imposizione di ridicole compensazioni. Protestare significa essere arrestati; lamentarsi essere trascinati in tribunale. Nella Cina moderna non c’è più posto per gli uiguri. Solo quelli che abbandonano la loro religione, la loro lingua e la loro cultura, che si conformano del tutto, possono sperare di trovare aperte le porte dell’università, dell’economia e della politica.

Ogni individuo che protesti contro questa politica è tacciato di separatismo e, nel linguaggio della propaganda cinese, un separatista equivale a un terrorista. Fin qui innumerevoli repressioni di sollevamenti popolari sono stati giustificate come parte della “guerra al terrorismo”. E questa strategia non cessa di generalizzarsi. Persino in Europa il separatismo uiguro è raramente distinto dal fondamentalismo islamico.

Nel caso dello Xinjiang, il Dialogo europeo sui Diritti Umani ha miseramente fallito. Rifiutare di criticare pubblicamente Pechino per gli abusi nello Xinjiang dimostra tutta l’ambiguità dell’Europa. Il fatto che gli uiguri siano stati dimenticati dalla comunità internazionale non fa che incoraggiare la loro radicalizzazione e contribuisce all’acutizzarsi della situazione.

L’Europa deve smetterla di chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani da parte della Cina. Subordinare i diritti umani agli interessi economici quando fa comodo è una politica miope per gli Stati membri. Perché senza una stampa libera, sindacati liberi e una vera società civile è impossibile costruire un’economia efficiente e giusta. Per far sì che il Dialogo sui Diritti Umani non sia condannato a restare per sempre una tigre di carta, l’Europa deve imperativamente sfruttare l’intero arsenale del diritto internazionale per aumentare la pressione pubblica su Pechino. E far sentire la Cina col fiato sul collo.