La Tienanmen uzbeka

Articolo pubblicato il 19 maggio 2005
Articolo pubblicato il 19 maggio 2005

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In Uzbekistan, l’islamismo è un buon pretesto per reprimere ogni tipo di protesta. Alla popolazione non resta alcuna possibilità di esprimersi contro la classe dirigente.

Nella regione dell’Inguscezia, il Presidente uzbeko Islam Karimow non ha perso tempo per trovare la radice dei tumulti degli ultimi giorni: sono stati i terroristi islamici ad aver assalito ed occupato venerdì scorso gli edifici governativi nella città orientale di Fergana. Ed è per questo che il Presidente ha dovuto procedere col pugno di ferro: la polizia si è fatta largo con carri armati e, su ordine di Karimow, ha aperto il fuoco sulla folla radunatasi davanti agli uffici amministrativi occupati. Il bilancio di un simile bagno di sangue resta oscuro: le vittime dovrebbero essere centinaia, tra cui anche numerose donne e bambini.

Con la scusa dell’Islam...

Al massacro seguirono le proteste di giorni e giorni contro un processo in cui un gruppo di locali uomini d’affari venne accusato di appartenere al partito islamista Hizb ut-Tahrir. I dimostranti riversatisi a migliaia sulle strade, tuttavia, non erano islamici come ha cercato di far credere il Ministro degli Esteri russo Lawrow, dando spazio ai timori che un simile assembramento potesse esser collegato con i talebani in fuga. L’accusa è così ricaduta nel frattempo sul capro espiatorio più gettonato dell’intera regione: la stessa guerra civile in Tagikistan ad esempio sarebbe stata provocata dal pericolo islamico, in modo da superare le resistenze interne e di politica estera del paese contro l’intervento militare russo-uzbecho. Anche nella provincia occidentale cinese di Sinkiang, Pechino legittima la propria lotta contro il Movimento di Liberazione Uiguro parlando di lotta all’islamismo.

In occasione del conflitto nel vicino Afghanistan seguíto agli attentati dell’11 Settembre 2001, Karimow aveva prontamente offerto il proprio paese come punto di appoggio per la coalizione americana contro il terrorismo. Oggi, come allora, la lotta contro il terrorismo torna utile per perseguire gruppi di opposizione religiosi e di altro tipo anche al di fuori dei propri confini. Con la benedizione dell’Occidente. Che, soddisfatto dei servigi di Karimow, non può non condividere quell’equiparazione tra Islam e terrorismo che, in definitiva, giova anche alle proprie cause. Si presume che circa mille islamici siano già stati incarcerati nelle prigioni uzbeke, ma la caccia continua, anche se dopo la frantumazione del Movimento Islamico Uzbeko avvenuta nel 2001, resta ormai in piedi soltanto l’innocuo gruppo dello Hizb ut-Tahrir.

L’Occidente deve abbandonare Karimow

Il regime teocratico che lo Hizb ut-Tahrir vorrebbe creare non corrisponde di certo agli standard democratici. Ma, finché le proteste restano pacifiche, l’uso della forza rappresenta la risposta sbagliata. L’islamismo affonda le sue origini nella realtà socio-politica dell’Uzbekistan. Dalla presa del potere di Karimow nel 1991 si è assistito soltanto al sistematico sabotaggio di ogni opposizione democratica, alla repressione dei media liberi e all’equiparazione di ogni nemico all’islamismo. Quando viene proibita ogni opposizione laica, l’Islam appare l’unica alternativa. E non restano che le armi agli uomini a cui è stato tolto tutto. Se l’Occidente intende schierarsi seriamente nella lotta al terrorismo, deve far pressione su Karimow perché questi intraprenda riforme attese da quattordici anni per “riaprire” la società.