La testimonianza di cinque studentesse tedesche all'Università del Cairo

Articolo pubblicato il 22 febbraio 2012
Articolo pubblicato il 22 febbraio 2012
In Egitto gli islamici sono diventati la forza preponderante anche grazie ai voti delle giovani musulmane. La religione è il loro modo per prendere le distanze dall’occidente. Testimonianza di cnque studentesse tedesche dal Cairo.

La primavera araba è stata un evento eccezionale: migliaia di giovani sono insorti contro i despoti, hanno manifestato pacificamente e infine hanno vinto. Ben Ali è fuggito e Mubarak si è dimesso. Per la prima volta l’Occidente e il mondo arabo erano d’accordo su un punto: lo scopo era la democrazia. Eppure quando i tunisini e gli egiziani sono stati chiamati per la prima volta alle urne, non hanno votato per i partiti liberali: in entrambi i paesi i gruppi islamici sono diventati la forza più potente.

Com’è stato possibile? Come mai la gioventù araba aveva lottato per la libertà per poi privarsene poco dopo? Perché hanno votato dei partiti che promuovevano la reintroduzione della poligamia o volevano vietare alle turiste di mostrarsi in spiaggia in bikini?

Forse si può spiegare tale contraddizione con un aneddoto. Ho studiato per diversi mesi al Cairo, quasi un anno prima che si mettesse in moto la rivoluzione. Noi, cinque studentesse tedesche, siamo state le prime a partecipare ad uno scambio con l’Università del Cairo. Non che prima nessuno studente straniero avesse trascorso un periodo di studio al Cairo, ma sceglievano università private come la Miu o l’American University, frequentate dall’élite egiziana. All’università del Cairo studiavano quelli che non potevano permettersi di pagare rette esose.

Noi tedesche ci siamo iscritte a dei corsi di Economia presso un particolare istituto, la cui retta corrispondeva comunque ad un centinaio di euro a semestre. I corsi erano riservati alla classe media egiziana e gli studenti per classe erano dunque pochi. Parlavano un inglese fluente e ci accolsero con curiosità. Improvvisamente un giorno un gruppo di ragazze ci invitò a fare insieme un giro in barca sul Nilo. Si chiamavano Nesma, Heba, Yara e Lobna, quattro compagne di corso tra i 17 e i 19 anni che sognavano di diventare responsabili del marketing o impiegate in banca. Avevano organizzato la gita nei minimi dettagli: quando arrivammo in riva al fiume la barca era già pronta, una porzione a testa di Koushari, un piatto egiziano fatto con lenticchie e riso, era stato appositamente confezionato per ognuna di noi, accompagnato da un dolce appiccicoso. Dalla radio rimbombava la musica, noi ridevamo e facevamo le sceme sul ponte.

Più libere di quanto avessimo bisogno

Verso sera, però, quando il muezzin chiamò, le ragazze diventarono improvvisamente silenziose. “Dobbiamo stare ad ascoltare” disse Lubna. Le quattro ragazze si sedettero devote sulle panche in legno e osservarono la preghiera. Più tardi parlammo di politica. “L’Occidente ha un’immagine completamente falsa dell’Islam”, disse una delle ragazze, aggiungendo: “Non siamo tutti terroristi”. Israele era per loro un tema particolarmente importante: “Sono arrivati e hanno scacciato i palestinesi dalla loro terra”, affermò Heba. Noi, colpite, restammo in silenzio.

Nonostante tutto ci sentimmo benvenute poiché si erano date così tanto da fare per noi: era stata una giornata meravigliosa. Noi tedesche avremmo voluto contraccambiare e così invitammo le ragazze a venire da noi una sera a cena, per vedere un film e fare quattro chiacchiere. Non vennero mai. Una volta dissero che vivevamo troppo lontane, un'altra che i genitori non avevano dato il permesso. Una di loro si lasciò scappare che il film avrebbe potuto contenere scene inappropriate, oscene.

Probabilmente il giro in barca era stato una sorta di promozione turistica dell’Egitto. Avevano voluto mostrarci il loro mondo guardandosi bene però dall’essere parte del nostro. Effettivamente ci risultava difficile immaginarci queste quattro ragazze nel nostro appartamento. Malgrado tutte le convenzioni noi prendevamo abitualmente il sole in giardino e la sera ci facevamo consegnare la birra in anonimi sacchetti di plastica, servizio offerto da una ditta chiamata “Dinkie’s”. Di tutto ciò Nesma, Heba, Yara e Lobna non erano al corrente ma vedevano che camminavamo a braccia scoperte sotto il sole primaverile, ci giravamo e poi fumavamo sigarette ed eravamo lontane dalle nostre famiglie. Può darsi che agli occhi delle nostre compagne queste fossero ragioni sufficienti per concludere che eravamo più libere di quanto non avessimo bisogno.

Visti da lontano

Quando al campus gli uomini si voltavano verso di noi, le studentesse ci lanciavano occhiatacce con un misto d’invidia e compassione. Noi eravamo un simbolo dell’Occidente: una vera e propria tentazione, delle immorali. La fede era di sostegno a queste giovani donne e costituiva la loro arma contro l’immoralità del mondo, la garanzia che loro, nonostante i lavori prestigiosi che avrebbero svolto in futuro, nonostante i viaggi che avrebbero intrapreso, non sarebbero mai state cosi perdute come noi.

E dopo la rivoluzione? Di fronte a loro tutte le porte del mondo erano aperte. Non era la libertà ciò di cui avevano bisogno bensì d’orientamento e soltanto i partiti, che ponevano al centro la religione, potevano garantire che l’Islam non andasse perduto lungo la via per la democrazia.

Dopo il mio semestre all’estero non sono rimasta in contatto con queste ragazze. Soltanto una volta, visitando la pagina Facebook di un altro compagno egiziano ho visto che alla voce “opinioni politiche” aveva scritto con orgoglio “democratico dal 25 gennaio 2011 :)”. Sopra, alla voce “orientamento religioso", leggevo: "musulmano”.

Foto di copertina: (cc)Héctor de Pereda/flickr; testo: (cc)*Zephyrance - don't wake me up/flickr.